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San Marco in L., Statua del Santo

Causa Coronavirus, festa patronale ‘quarantenata’ a San Marco in Lamis.

Per via del Coronavirus, sarà una duplice festa in sordina e senza alcun assembramento  quella del 25 aprile, a San Marco in Lamis. Lo sarà sia per il Santo Patrono sia per la Liberazione.

Entrambe avranno, infatti,  solo un ricordo di tipo individuale, leggendo qualche libro sul tema. La città come noto, porta il nome dell’Evangelista (vedi foto della statua di recente restaurata) ed è compatrono assieme alla Madonna dell’Addolorata. Memoria, quest’ultima,  ancora più solenne e caratteristica per via delle Fracchie che l’accompagnano durante la processione del Venerdì Santo. Il culto di San Marco è estremamente diffuso e capillare in Italia. Oltre a Venezia, (dove fin dal 828 d.c. sono conservate le sue spoglie), è normalmente festa grande in altri 43 Comuni d’Italia, che lo hanno scelto come patrono o compatrono. Come e quando  esso nacque e si sviluppò nel centro garganico, poco si sa e molto resta da scoprire. Negli ultimi tempi, qualcuno ha collegato l’origine del culto e del paese all’esistenza di due campane e all’autore fonditore. Il tutto è contenuto in un libro dal titolo’Magister Manfredinus me fecit”, presentato ad Ortisei (Bolzano) alcuni anni or sono. Chi scrive  dette notizia a suo tempo con un articolo apparso su alcune testate. Eccone alcuni significativi stralci. “Si tratta della  presentazione del volume sulla vita e le opere del  “Magister Manfredinus me fecit”,  attivo a Venezia intorno al ‘300, ormai noto  autore e fonditore, come già scritto,  delle sei campane trattate, tra le quali anche   una delle due campane in bronzo che adornano il campanile della Chiesa della Madonna delle Grazie di San Marco in Lamis. E questo perché dalla lettura attenta del risultato potrebbero decadere per sempre talune supposizioni e leggende circa l’origine della città garganica,  di cui si dirà. A promuovere l’odierna ricerca e  pubblicazione ci ha pensato il Museum Ladin Ciastel de Tor  di San Martino in Badia (Bolzano), a conclusione di una apposita mostra itinerante sui sacri bronzi, che ha riscosso nel corso degli ultimi mesi un grande ed inatteso successo di visite.  Ora  le novità maggiori riguardano il suo autore, ossia il fonditore, di cui ormai si è certi che visse ed operò nel XIV secolo.  Degli esemplari  studiati se ne contano una decina, compresi i  sei giunti sino a noi, quasi tutti appartenenti a chiese e castelli dell’Alto Adice e del Veneto. Sicuramente un tempo ne dovevano essere molto di più e diffuse a più vasto raggio, specie sulle coste dell’Adriatico, dominato dai mercanti veneziani, dall’Istria alla Puglia, come testimoniato dalla campana sammarchese, che porta la medesima firma delle altre “Magister Manfredinus me fecit”.  La notizia della sua esistenza, come si ricorderà, era  giunta per pura casualità all’attenzione degli studiosi altoatesini, Tobia Moroder e lo stesso direttore del Museo ladino, Stefan Planker, grazie ad un articolo,  apparso su La Gazzetta del Mezzogiorno  nell’aprile 2006 e riportato dalla testata digitale “Garganopress.net”, il cui contenuto appare oggi del tutto destituito di ogni fondamento sia storico che leggendario. E questo si deve  alla individuazione e ricostruzione della vita ed  identità artistica dell’autore, inquadrate tra le fine del Duecento e la prima metà del ‘300. A seguito di siffatta scoperta ad essere smentita per prima è la leggenda, secondo la quale  a portare sul posto l’una e l’altra campana“furono gli arpesi che qui si rifugiarono, dopo la distruzione della loro città da parte delle orde saracene, fondando il primo nucleo dell’ abitato, che presto diventerà , all’ombra e sotto la protezione dell’abbazia  di San Giovanni in Lamis (attuale convento di San Matteo) dapprima  un  importante casale e  poi una vera e propria città…” . Attualmente le due campane installate sul campanile della chiesa di Madonna delle Grazie, sita nella centralissima ed omonima piazza, nonostante gli otto secoli trascorsi, continuano a far sentire i loro armoniosi rintocchi non più azionate dal solito sacrestano tutto fare, ma da alcuni anni dalla corrente elettrica.  Nel contempo il resto dei fuggiaschi pose la prima pietra di un altro abitato, ad alcuni chilometri più a Sud della loro antica dimora. Lo stesso che diventerà poi la moderna città di Foggia. Anche  in questo caso l’origine è condita di leggenda a sfondo religioso. Ma torniamo alle campane. Su una di esse c’è scritto a caratteri gotici: 'MAGISTER MANFREDIN ME FECIT', cioè  il cimelio fu realizzato da un certo  maestro o mastro Manfredini. La notizia-leggenda  ci viene riferita dallo storico sanseverese Matteo Fraccacreta nel “Teatro topografico storico poetico della Capitanata… ' (Napoli, tip. Angelo Coda, 1834). Sin qui ha ragione, ma per il resto ha torto, quando egli scrive nel medesimo trattato: che dagli avanzi di 'Arpi più nacque S.Marco e che da Arpi...' proviene una delle citate campane. Sull’altra di poco più corta, tace. Lo stesso racconto è riportato anche da Matteo Ciavarella nel suo libro ‘Orti e Mugnali’(Quaderni del Sud,1982. Qualcuno ha tentato persino di stabilire la data esatta di tale avvenimento, fissandola intorno al 915, cioè coincidente con quella della distruzione dell’antica Arpi ossia quattro secoli prima della realizzazione reale  dell’anzidetta campana manfrediniana.  A questo punto, si può concludere che con simile risultato San Marco ha raggiunto un altro traguardo importante sulla via della conoscenza della propria identità. Pertanto tutti possono  essere orgogliosi, perché al di là della succitata datazione, il periodo storico individuato  potrebbe essere quello più veritiero ed esatto e che da ora in poi non si avrà più bisogno di leggende, così come hanno fatto tantissime altre realtà cittadine importanti e meno, per spiegare le loro radici. Orgoglio sano che va trasferito alle nuove generazioni, perché vadano incontro  al futuro, senza remore o vergogna del proprio passato, umile o fastoso che sia”. 

 

 

Antonio Del Vecchio
Author: Antonio Del VecchioEmail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Antonio Del Vecchio (foto di Vanni Natola) è giornalista, scrittore, storico e appassionato di archeologia antica e moderna. Ha al suo attivo oltre 60 pubblicazioni cartacee su storia, tradizioni, emigrazione, tesori archeologici e racconti. E' stata la penna storia della Gazzetta del Mezzogiorno ed oggi scrive per diverse testate giornalistiche cartacee e on line.