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I TESORI DI RIGNANO GARGANICO PDF Stampa E-mail
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Martedì 24 Novembre 2009 07:13
Rignano Garganico visto da 'Li cascjune'di Antonio Del Vecchio (*)

IL PAESE

Rignano Garganico (590 m.s.m., 2300 abitanti) “ha una posizione aerea, dominante. Regna.”(P. D.Forte). Dalla balconata, a strapiombo sul Tavoliere, si gode la visione di un panorama raro e suggestivo: la pianura variopinta, le colline brune del Subappennino, l’Adriatico luminoso, la cima nevosa della Maiella.

Il primo documento della sua esistenza storica risale al 1029, ma la sua origine è sicuramente bizantina ( sec.X), come fa pensare la torre di forma circolare all’angolo dell’omonimo palazzo di stile barocco, che nella prima metà del ‘700 ha inglobato l’antico castello  dell’ XI –XII sec. In quegli anni la vitalità del borgo e del “Castellum” è dimostrata dalla presenza di militi, giudici, notai, comestabuli e cittadini.

Nel periodo angioino si passa alla baronia. Primo barone è un certo Berardo di Raiano. Nel ‘500 è Alfonso Torella. Nel ’600 succede  la casata dei Corigliano, il cui dominio perdura  fino al 1835, con la vendita delle terre e del palazzo da parte dell’ultimo barone e primo marchese di Rignano, Luigi Corigliano. Dal 1447 fino alle leggi eversive di Bonaparte e Murat, il paese dà il proprio nome ad una delle più importanti ed estese “locationi” doganali, quella appunto di “Arignano”.

Nel corso dei secoli lo sviluppo demografico si presenta altalenante a causa di epidemie, terremoti e guerre. Nel 1320 conta 118 fuochi (590 ab.) per raggiungere nel 1961 il massimo incremento, con 3328 ab. Dopo di che si assiste ad un calo costante, per effetto dell’emigrazione all’estero e nel Nord Italia.

Fino al 1869 (abbattimento di Portagrande) la vita della comunità si svolge dentro le “mura” del centro storico. Negli anni seguenti fino ai giorni nostri l’assetto  urbanistico, per effetto di nuove e più adeguate esigenze abitative, è in costante espansione, concentrandosi prevalentemente  sulla via per San Marco in Lamis.

IL BORGO MEDIEVALE

Ben conservato e solido è il borgo medievale con le sue case-grotte,  le sue stradette a serpentina, i vicoli ciechi, i mugnali, i cavernosi archi. Il suo sviluppo urbanistico è affidato alla spontaneità del tempo, dei luoghi e degli uomini. La forma è di tipo irregolare.

Le strade si snodano in senso circolare attorno a due poli di interesse: la chiesa matrice a Sud e il Castello Palazzo a Nord. I vari anelli sono collegati tra di loro da stradette a gradoni conformemente alla situazione orografica. Estremamente caratteristica è la strada anulare esterna (Giro Esterno Est – Ovest, costruita sul tracciato delle mura preesistenti.

La più ricorrente tipologia edilizia è composta da alloggi di tipo seriale, formati da uno o più piani con un unico affaccio su strada. Ad eccezione della chiesa e del castello, che si basano su forme prestabilite ed elaborate, il resto delle costruzioni, come accennato, è di tipo spontaneo, cioè frutto della volontà dei cittadini.

I caseggiati sono interrotti ogni tanto da tipiche piazzette aperte da più lati o con un solo accesso (vaglio, vico, ecc.). L’altra nota caratteristica è la presenza di architettura rupestre , cioè di costruzioni miste che occupano parzialmente grotte o ripari rocciosi.

Il riferimento è al rione de “La Rotte” (Grotta), che è il nucleo più antico del centro storico, che qui cresce e si sviluppa originariamente dal basso in alto e nelle epoche successive da Sud a Nord.

A riprova che il rione sia il più antico del paese – l’esistenza – presenza in questo luogo del municipio e della prima chiesa. Di quest’ultima si sono perse le tracce: resta un piccolo bassorilievo di San Michele in pietra arenaria che occupava la sommità della porta d’ingresso, già da lungo tempo inglobata alle altre case di abitazione di cui faceva corpo. Nel rione vi è tutt’oggi un piccolo spiazzo diviso a metà in senso longitudinale da uno scalone. Era la piazza principale del paese, su cui si affacciava un balcone dell'antico municipio.
 
IL PALAZZO

Il monumento lapideo più importante sul piano storico – artistico ed architettonico di Rignano è il Palazzo Baronale, con annessa ed omonima torre cilindrica. Attualmente esso occupa una superficie di circa 2000 mq. Nel corso dei secoli ha subito rifacimenti e manomissioni che ne hanno compromesso e modificato l’aspetto originario.

Si conserva abbastanza bene la facciata Est, che denota una certa imponenza architettonica e ricercatezza.

La facciata è sormontata da un cornicione. Nel primo piano si osserva una “teoria” di balconi che seguono un ritmo uniforme dall’angolo del raccordo con la torre, per finire poi sul lato opposto con l’ala ad angolo retto, provvista di due balconi al primo piano ed altrettanti al secondo. Si nota chiaramente dal taglio e dalla fattura  che trattasi di un corpo aggiunto.

Gli elementi più appariscenti della facciata sono il balcone e il portale sottostante di accesso al cortile. Sulla sommità del fregio che adorna il balcone barocco è inciso, su un elemento lapideo adorno di piccole volute, lo stemma dei Corigliano, costituito da una sorta di scudo diviso a metà. A sinistra compare un leone rampante, a destra due teste di animali, la prima di una leonessa aureolata da una fitta raggiera, l’altra di una lupa. Sotto si evidenzia un giglio stilizzato. Il portale sottostante è ad arco a tutto sesto, adorno di alternanti volute, che si scarica su piedritti a colonna (quello a sinistra è scomparso, forse rubato) terminanti con artistici capitelli. Anche il portale è sormontato da un imponente fregio che reca lo stemma dei Corigliano.

L’ala Sud del Palazzo che si affaccia nel cortile è adornato al primo piano da un elegante loggiato con archi a tutto sesto. Sia il loggiato che le stanze che da esso prendono la luce non appartengono al complesso originario. Con ogni probabilità l’arredo –ampliamento di stile barocco è stato realizzato su  commessa del barone Francesco Paolo Corigliano nel 1765, data che compare sullo stemma a serraglia  del portale d’ingresso.

LA TORRE

La torre è un corpo a sé stante. Essa è nata, come struttura di difesa – vedetta attorno all’anno Mille. Successivamente ha costituito il baluardo principale del castello medievale e delle mura cittadine,  di cui era una componente funzionale attraverso il collegamento con la cosiddetta Porta Grande, di cui oggi restano solo i nomi. Detti appunto, “Via Portagrande e “Largo Portagrande”.

Allo stato attuale la parte superiore della torre si presenta “ornata” di pietre gradatamente sporgenti che costituivano i beccatelli, attraverso i quali era possibile scagliare sugli eventuali assalitori materiale bellico di vario genere.

Tale zona del fabbricato è stato in un recente passato “orrendamente” manomessa ed adibita a terrazzo. Così pure è da condannare l’apertura nel corpo di essa di un balcone, che costituisce un vero “pugno nell’occhio”.

Sul lato Nord della torre fu aperta nel secolo scorso una nicchia contenente una statua lapidea di San Michele, protettore del Gargano. Statua che prima dell’abbattimento della  “porta grande” (1869) era collocata sul frontespizio dell’arco a tutto sesto dell’anzidetto ed ampio portale. Della scultura non c’è traccia di data. Con ogni probabilità la sua fattura risale al Seicento, epoca in cui si dotarono della statua tutti i paesi garganici, in ringraziamento per la scampata pestilenza. Non molti anni fa il simulacro, non si come e perché, venne dipinto e la nicchia coperta da un vetro protettivo.

La cinta muraria di Rignano aveva anche altre torri, come attestato in una carta topografica del ‘700. Di una di essa fino a qualche tempo fa esisteva ancora un rudere a base quadrangolare, reso “invisibile” in seguito per via dell’avvenuta copertura con terreno. Oggi, ad indicare il luogo resta il nome dato alla strada prospiciente: “ Via Torretta”.
 
I PORTALI

I portali in pietra sono  una caratteristica costante delle abitazioni del centro storico di Rignano.  Della maggior parte di essi si ignorano gli autori (scalpellini, disegnatori, committenti, ecc.).

Prima del 700, portali ed arredi lapidei sono opera esclusiva di maestranze locali. Lo si nota dallo sviluppo dei fabbricati, che sin dall’origine si caratterizzano dall’uso – abuso dell’arco romano sia in strutture esterne che nelle volte a botte. Specie nelle case basse del centro storico, portali, archi ed architravi denotano un fattura e composizione semplice, badando più alla funzione che all’estetica. Infatti, quasi tutte le opere predette sono prive di chiave d’arco e di stemmi. I piedritti sono a pilastro, con conci di varia lunghezza.

Sia nei rioni più antichi che in quelli più recenti i caseggiati sono interrotti di tanto in tanto da strutture abitative più complesse e raffinate, di solito a due piani. Sono i palazzotti di signori, prelati e professionisti. Qui i portali hanno una fattura e sembianza adeguate al ceto e all’importanza dei proprietari.. Hanno tutti una chiave d’arco, alcuni sovrastati da stemmi con figure e segni stilizzati, altri si limitano a riportare solo le iniziali del nome e cognome del  committente e la data di costruzione. I piedritti di entrambe le tipologie sono solitamente adorni di eleganti capitelli.

L’uso di portali perdura fino all’avvento del cemento e compaiono in diverse abitazioni costruite per lo più  nel rione “Portagrande”.  

“LI PAGGHIARE”


Un tempo quello dei maceratori e dei cavamonti era un mestiere molto diffuso a Rignano. Che fossero numerosi ed esperti nel trovare la “pietra giusta” ed adatta allo scopo, lo dimostra il paesaggio architettonico della campagna circostante, significata da una miriade di macére, di muri e muretti a secco a guardia e a confine dei campi, nonché dai pagghiare in pietra, disseminati a decine e a decine in tutto il territorio montano, la cui presenza raggiunge il massimo di densità e quantità rispetto al resto del Promontorio.

Il “pagghiare” è una costruzione interamente in pietra di forma conica, simile ad un  “trullo”, ma di più modesta ampiezza. Di solito alloggia una o due persone. In qualche caso anche l’animale (l’asino), come si evince dalla presenza al suo interno di un piccolo incavo usato come mangiatoia. Di solito la struttura viene costruita su la parte più alta del fondo, al fine di evitare allagamenti.

Quello dei maceratori e dei “pagghiaruli” è un’attività che è perdurata sino agli anni ’50. La loro scomparsa coincide da un lato con l’avvento – sopravvento, nell’arte delle costruzioni, del cemento e dei laterizi, dall’altro con l’abbandono della zona montana, un tempo intensivamente “coltivata” ed abitata in ogni angolo e “fazzoletto” di terra, per via della polverizzazione della proprietà terriera, unico appannaggio dei meno abbienti.

La classe benestante, costituita dai grossi coltivatori, dal clero e, fino alla prima metà dell’800, dai baroni Corigliano, investiva nella piana sottostante, dove si possedevano i latifondi, mantenuti in economia da braccianti e pastori nullatenenti, immancabilmente afflitti e decimati dalla malaria, per via della presenza di vaste zone paludose.

Tra i più valenti costruttori di pagghiare che hanno esercitato per ultimi il mestiere, alternandolo a quello di maceratore e di cavamonte, vanno menzionati Nicola Vincitorio (classe 1898), i fratelli Pasquale (1899) e Michele Carbone (1908).
 
GROTTE CARSICHE

La conformazione geologica della roccia garganica è essenzialmente calcarea. Per cui il fenomeno del carsismo è ampiamente diffuso anche nel territorio di Rignano Garganico. Come è noto, l’acqua piovana, arricchita di anidride carbonica, trasforma il carbonato di calcio da insolubile a solubile. Di conseguenza la rocchia si lascia sciogliere e penetrare dall’acqua che, assorbita in tal modo dal terreno, non scorre in superficie, ma va a generare corsi sotterranei, originando così grotte, antri ed anfratti più o meno estesi o profondi, arricchiti dalla caratteristiche stalattiti e stalagmiti: Tra le grotte più fantasiose troviamo: Grotta dei Pilastri (arcaico deposito d’acqua degli abitatori della contigua Grotta Paglicci), Grotta dei Miracoli, Grotta del Barbiere, ecc. Il fenomeno carsico crea anche degli inghiottitoi. Si tratta di buche profondissime, dalle aperture superficiali più o meno grandi, dette in gergo locale “grave”. In territorio di Rignano è stata scoperta una grava denominata dagli scopritori col nome di Grava di Iancuglia (omonimo bosco), considerata con i suoi circa 300 m. la più profonda del Gargano.
 
LA DOLINA DI CENTOPOZZI

Un’altra caratteristica del paesaggio montano di Rignano è costituita dalle doline, pure originate dal fenomeno carsico. Sono come dei piccoli crateri che a differenza di questi hanno un fondo di terreno coltivabile e permeabile. Di esse vi sono alcune ricolmate da sassi di riporto, derivate dallo spietramento dei campi, e coperte da una coltre di terreno fertile commisto a concime animale.

Di doline nel territorio di Rignano se ne contano a centinaia, forse la più alta densità del Promontorio.

La dolina più grande (seconda solo a quella di Pozzatina in agro di Sannicandro Garganico) si chiama Centopozzi.

Una denominazione, quest’ultima, non casuale, ma che si riferisce agli innumerevoli pozzi esistenti, oggi in parte interrati, riempiti di acqua e forse, ieri, anche di acqua sorgiva, come testimonia un antico documento. Sorgenti in seguito estintisi, sprofondate in qualche inghiottitoio, originato dal medesimo fenomeno carsico.

Attualmente Centopozzi, grazie all’intervento del Parco Nazionale del Gargano, con l’avvenuto recupero – ripristino delle principali cisterne, dei muri a secco, del verde e soprattutto con il mascheramento delle improvvide colate di cemento e di asfalto degli anni ‘80,  è diventato l’angolo più suggestivo della zona, assai frequentato dai turisti e dagli amanti della natura.

I SENTIERI DEL PARCO FLORA E FAUNA


La zona boscosa, prevalentemente a basso fusto, un tempo molto estesa anche sulle pendici,  nei valloni e nelle mattine del primo gradone sottostante il paese, attualmente occupa solo alcune aree della parte montana  più alta. Comprende quasi tutte le specie della macchia mediterranea e il relativo sottobosco, come leccio, quercia, lentisco, olivastro, felce, pungitopo, ecc.  Si tratta poco più di un migliaio di ettari, concentrato in massima parte a Nord – Ovest. Precisamente nelle contigue contrade di Lucito  e Iancuglia (entrambi termini di derivazione latina, il primo significa piccolo bosco, l’altro culla di Giano). Il bosco più consistente è quello di Iancuglia, comprendendo diverse centinaia di ettari, dipartendosi dalla SS, 272 ricopre l’intero versante sud – est della vallata di Stignano, prolungandosi per una larga fascia longitudinale in senso Est - Ovest da Centopozzi  al Monte della Donna. L’intera zona è quasi tutta demaniale e rientra nel Parco Nazionale del Gargano. Ente che negli ultimi anni ha operato una serie di interventi di sfoltitura diretti non solo a “salvare” le specie da possibili malattie, ma soprattutto per trasformarle in alto fusto. In più ha reso visitabile il bosco attraverso la realizzazione di sentieri ellittici ed altre aree attrezzate allo scopo. Ovviamente è assolutamente vietato tagliare o raccogliere le specie protette sia del bosco che del sotto-bosco.

Negli ultimi decenni risulta ridotta la fauna, specie quella ornitologica. Un tempo gli uccelli rapaci, in prevalenza falchi e nibbi, avevano il loro regno incontrastato sugli affioramenti rocciosi sotto il paese (Murge “Primaiula”, “Centopiledde” e “Cicinto”), ora  il loro numero  si è ridotto a qualche sparuto esemplare. Come pure i Gufi, le “terragnole”, i passeri, pettirossi e quant’altro sono in via di estinzione. Le stesse rondini che un tempo oscuravano a primavera il cielo, ora si vedono sempre più rare. Al contrario aumentano le “ciavole” del genere dei corvi, che con i loro schiamazzi assordano e minacciano la tranquillità domestica.

Lo stesso discorso vale per i mammiferi. Anche in questa zona un tempo il lupo era il vero re del bosco e feroci branchi infestavano l’intero territorio, minacciando l’incolumità dei contadini e degli stessi cittadini. In un documento di fine Ottocento, si legge, infatti, che il Comune di Rignano teneva a paga addirittura un cacciatore di lupi. Come pure le lepri fino agli anni ’60 si aggiravano ovunque e costituivano la preda preferita di ogni cacciatore. Ora se ne vedono pochissime, nonostante il ripopolamento della specie. Comunque, di sera si scorgono volpi in ogni dove. Alcune di esse si avventurano addirittura in paese per prelevare cibo dai resti dei cassonetti. Si vede ancora qualche faina, mentre nessuno finora ha visto uno scoiattolo, forse perché i nostri boschi sono a basso fusto. Abbondano i rettili: cervoni, più rare le vipere, lucertole, ramarri. Rarissimi i pesci e le rane, ridottisi all’osso, a causa dell’inquinamento del Candelaro e di altri stagni paludosi. Fino agli anni ’60, la pesca di tali specie, praticata da molti  con l’uso –abuso de “Lu martavidde” (piccola rete ad involucro cieco), soddisfaceva a pieno il bisogno della comunità.      

CHIESA MADRE “MARIA SS. ASSUNTA”


La data di nascita di questo tempio si perde nella notte del tempo. La complessità di stili, che la compongono, ci lascia molto perplessi sulla sua origine e ci fa supporre che all’inizio non era delle dimensioni attuali, ma molto più piccola. L’ingresso principale doveva essere quello dell’attuale porta laterale, a cui si accede tuttora tramite una scalinata un po’ convessa, in parte ricoperta dalla costruzione della nuova sagrestia. Tale porta è esposta ad Est, criterio di esposizione seguito nelle chiese del passato. E questo non a caso. Infatti, il sole che sorge era considerato il simbolo del Cristo, nuova luce che nasce per gli uomini.

L’altro elemento che ci fa ipotizzare che la chiesa ha una evidente origine romanico - gotica è l’arco a sesto acuto del portale in questione. C’è poi la planimetria, pressoché identica a quella della chiesa della Madonna di Cristo. Anche qui si evidenzia l’arco a sesto acuto. Da un documento del 1176 di Guglielmo II il Buono, si apprende che la chiesa della Madonna di Cristo viene inglobata tra i beni dell’abbazia di San Giovanni in Lamis (odierno convento San Matteo). Se così è, nulla dovrebbe vietarci che la nostra chiesa è preesistente al 1176, anche se, forse, non di molto.

E’ noto, infatti, che lo stile gotico, in cui prevale l’arco a sesto acuto, si afferma in Italia, fondendovi molti elementi dello stile romanico, dalla seconda metà secolo XII in poi.

La trasformazione da una a tre navate della chiesa si è concretizzata nel ‘500, come dimostra la sua architettura rinascimentale. Tutto questo è avvalorato anche dalle due date incise su pietra e poste sul muro perimetrale all’esterno della chiesa, cioè : 1538 e 1559. Nei secoli successivi le opere di manutenzione – restauro sono sempre a suo carico, possedendo la parrocchia molti beni, in termini di fabbricati, di uliveti, e di terreni coltivabili sia nella zona montana che in pianura. Qui, il Capitolo ricettizio amministrava, infatti, un latifondo di terra “portata”(coltivata a rotazione) di circa 380 versure. La parrocchia, nonostante una popolazione di circa 1000 abitanti, era in grado di mantenere  molti preti.

Nel 1678 l’Arcivescovo di Manfredonia Vincenzo Maria Orsini, fatto Papa qualche anno dopo col nome di Benedetto XIII, contava a Rignano 14 sacerdoti, un diacono e un suddiacono.

Al culto della Chiesa Matrice erano legate due importanti istituzioni – arciconfraternite, quella per la SS. Concezione, cappella usata come cimitero sin dal 1658, l’altra per il SS.Rosario, cui faceva capo il Montefrumentario, che aveva lo scopo di aiutare i contadini bisognosi.

Nella prima metà dell’800 tutti beni, in virtù delle leggi anti -feudali di Murat, furono in gran parte confiscate e assegnate ai locati, ad eccezione di una quarantina di versure, mantenute fino agli anni ’80 e incamerate immotivatamente dalla Curia di Manfredonia, a seguito  del passaggio della parrocchia alla giurisdizione della diocesi di San Severo.La Chiesa, in virtù degli ultimi restauri, ha subito una radicale trasformazione con l’eliminazione di tutte le sovrastrutture barocche, a cominciare dall’assottigliamento delle colonne, all’abolizione degli altari laterali, allo spostamento del battistero e così via. Sono salvi solo gli stupendi e plastici affreschi di Natale Penati, eseguiti negli anni ’40 e bisognosi di urgenti lavori di ripristino.

Circa i cimeli storico - artistici, sono da segnalare la lapide scoperta nel 1905 in onore di Padre Antonio Fania, le epigrafi funerarie di Antonio Blasio Corigliano e della moglie,  la nobildonna Elisabetta De Florio di Manfredonia, il dipinto dell’Assunta del pittore rignanese Martelli e  quello raffigurante lo stesso Fania, in veste di vescovo di Potenza.
 
CHIESA DEL CARMINE


La Chiesa del Carmine è sita nei pressi di Porta Grande, all’angolo dell’ampia piazza a due piani costituita da Largo Palazzo e dal sottostante zona  tra l’anzidetta Porta e l’inizio di Corso Giannone. L’esterno non ha la minima pretesa di austerità o di imponenza di un tempio. Te ne accorgi della sua funzione solo per il tozzo ed elementare campanile, composto da due pilastrini che reggono una campana in cima ad una facciata semplice e rustica da chiesetta di campagna.L’interno, prima dei restauri fatti eseguire dal compianto arciprete Don Pasquale Granatiero. Allora “presentava due vani – secondo l’arguta descrizione che fa di essa Padre Doroteo Forte,  messi insieme per combinazione, tanto ognuno andava per conto suo”. La navata principale, meglio dire vano, aveva sul fondo l’altare con la statua della Madonna del Carmine. Attraverso un arco, si accedeva nel vano laterale rialzato che aveva l’altare di S. Antonio e tantissime tombe sotterranee. Dietro la facciata vi era un organo a mantice, croce – delizia non solo del sagrestano Francesco Di Fiore, meglio conosciuto col nome di “Lu ferrare”(fabbro), che strimpellava alla meglio le note di accompagnamento al canto gregoriano in latino ma anche dei ragazzi di un tempo che si divertivano ad azionare le corpose aste del mantice. Attualmente la struttura si presenta con una sola navata, il resto è stato “sacrificato” per la realizzazione di un’accogliente canonica e nella parte sottostante di un ampio salone per riunioni e per l’archivio – biblioteca. La statua in gesso della Madonna con il Bambino è stata sostituito da un pari simulacro in noce massiccio con gruppo realizzato nel 1981 dall’artista Nick Petruccelli di S. Marco in Lamis, mentre dei due grandi e settecenteschi dipinti ad olio è possibile ammirare quello della Natività, di recente restaurato dall’artista Lozupone di San Severo, che campeggia sull’altare. Dell’altro, raffigurante la Venuta dei Magi, non si sa più niente.

Alcuni affermano che la chiesa venne realizzata dal barone Corigliano, in cambio della cappella dell’Addolorata, manomessa ed incorporata nel suo palazzo. La stessa si trovava nel piano che si affacciava davanti a Porta Grande. In una platea inedita del 1763 si racconta che la figlia di Francesco Paolo Corigliano, prima di andare sposa al duca di Castelpizzuto, aveva donato alla Madonna alcuni monili ed altri ornamenti. Si presume, dunque, che  all’inizio del Settecento la cappella era già esistente.

Fino ai primi anni del dopoguerra pensavano alla manutenzione i soci della confraternita (antica e numerosa) che avevano per divisa un camice bianco e mozzetta rossa. Similmente  ai confratelli del Purgatorio, di domenica si riunivano per cantare l’ufficio e assistere alla messa. Nel 1861 possedeva un bilancio di ben 700 lire, somma altissima per quei tempi. A festeggiare la Madonna, oggi il 16 luglio di ogni anno ci pensano i muratori, che raccolgono tra i devoti i soldi necessari per onorare la loro patrona. Parimenti si fa per S. Antonio per impegno dei tanti che si fregiano di questo diffusissimo e bel  nome.
 
CHIESA DEL PURGATORIO


Da alcuni anni è sconsacrata e trasformata in sala – auditorium “P. Antonio Fania”.  Dopo i lavori ulteriori di restauro servirà per le attività culturali e ricreative dei giovani. La struttura è arroccata sulla roccia  e si evidenzia con una fisionomia riposante in mezzo al labirinto di stradette, vicoli, archi e mugnali del centro storico, formando un angolo suggestivo ed ambito dai pittori di estemporanea.

All’esterno il fabbricato si presenta con una facciata in muraglia, umile e semplice, con al centro un tozzo portale, al di sopra del quale “occhieggia” un modesto bassorilievo raffigurante il volto di un vivo in contrasto con quello di un morto. Sulla parte opposta si ergono sul tetto due grezzi pilastrini che un tempo reggevano una campanella. All’interno lo stabile si presentava con una sola navata. In fondo c’era l’altare maggiore, sovrastata da una nicchia contenente la statua della Madonna delle Grazie, alle spalle  un coro in legno, ai lati una statua di S.Bernardino, un’altra più piccola di S.Luigi, un presepe permanente, un organo (di questi simulacri alcuni sonno attualmente custoditi nel museo dell’arte sacra).

Fino al scoppio della II Guerra Mondiale, qui si radunavano ogni domenica, vestiti in  nero e stretti i fianchi da un cingolo, i confratelli dell’omonimo sodalizio per cantare l’ufficio della Madonna o quello dei morti. Ha subito diversi restauri, l’ultimo nel 1950 su iniziativa di Don Nicola Martelli. La chiesa ospitò nel 1861 i soldati piemontesi venuti in paese col generale garibaldino  Liborio Romano per affrontare i briganti e i rivoltosi filo-borbonici del circondario.

Data la posizione della struttura, molti studiosi non escludono che la stessa possa avere un’origine medievale.
 
CHIESA DI SAN ROCCO


Protettore di Rignano è  S. Rocco, pellegrino di origine francese vissuto nel Trecento. Sulla biografia del Santo si sa ben poco. Dal Quattrocento in poi è invocato come protettore contro la peste. Soltanto nel 1629 è concesso dal Vaticano Ufficio e Messa per le chiese erette in suo onore. Molto diffuso il culto del Santo nel Regno Napoletano. A Rignano la fondazione della cappella si riallaccia al sentimento religioso popolare che esplose ancor prima della ricordata concessione, se è vero come è vero quanto narra lo storico Pompeo Sarnelli, che accenna alla nascita della chiesetta e di un presunto alloggiamento da parte dei Frati Domenicani, facendola risalire ai primi anni del 1500. Questi, secondo il dire del Sarnelli resistettero per 25 anni, dopo di che sarebbero costretti ad abbandonare il tutto, a causa della “povertà” degli abitanti. Comunque sia, nel 1655 si fa parola di un certo Leonardo Ceccase sepolto a San Rocco. Così pure, nel 1712,  di un certo p. Giuseppe Fioretti “eremita” presso la medesima cappella. La Chiesa, già oratorio fuori del paese, parimenti a quello di Santa Croce, poste sul lato sud – est, appartenne alla congregazione di carità, che un tempo amministrava i suoi beni e prima ancora dal cappellano, come si evince dalla citata platea del 1763.Nel 1894 il fabbricato era in gran parte diruto; venne in parte demolito e ricostruito nel 1926, su iniziativa dell’attivissimo arciprete mons. Giovanni Draisci, con le oblazioni e concorso del popolo. Per la realizzazione dell’altare in marmo, vi contribuirono, come si legge in una lapide a ricordo, solo i rignanesi in essa citati, emigrati in America. Il 17 giugno del 1930 fu consacrata da Monsignore Macchi, arcivescovo di Manfredonia. In conseguenza del Concordato del ’29, l’amministrazione della struttura unitamente alla cappella della Madonna di Cristo, ritenute “opere pie” fu affidata prima all’ECA (Ente Comunale Assistenza) e dopo il suo scioglimento direttamente al Comune, che lasciò l’oneroso incarico negli anni ’80 alle cure del potere ecclesiastico. Il culto per San Rocco  è molto avvertito dai rignanesi. Un tempo, il 16 agosto, oltre al rito religioso e all’immancabile processione, con tanto di banda e fuochi d’artificio, si svolgeva anche la fiera degli animali. Fino ad alcuni decenni fa nelle vicinanze della chiesa c’era una croce di ferro ben recintata, eretta nel 1907 dai Passionisti che predicarono nella Quaresima di quell’anno. Attualmente la stessa,  si erge bene in vista sul un fianco della montagna lungo la via per Foggia. Così pure è stata chiusa la piscina alle spalle dell’abside, scavata nella roccia, per raccogliere le acque del tetto della chiesa e dissetare i rignanesi, quando non ancora c’era l’acquedotto.
 
CHIESA DELLA MADONNA DI CRISTO


E’ una delle più antiche chiesette del circondario. Essa sorge sul ciglio destro di una piccola valle, posta alle falde del monte, a  sud – est  del paese, da cui dista in linea d’aria circa tre chilometri.

Il complesso si presenta all’esterno con una facciata a due spioventi e uno svettante campanile. Una trasformazione, quest’ultima, dovuta all’ultimo restauro. In passato era dotato di un campanile tozzo, inserito per di più nella parte posteriore. L’interno del tempio si compone di due navate, di cui una  con la volta più bassa. Nel retro c’è la sagrestia con una artistica fontana lapidea. Sul lato sinistra, appoggiato al tempio vi sono una serie di cellette, recentemente restaurate, con affaccio in un modesto cortile.

Originariamente era destinato, in virtù delle sopraccitate cellette ad ospitare un convento benedettino. Ma poi, forse per il clima caldo e insalubre, l’idea fu abbandonata. Il primo documento storico della sua esistenza risale al 1176, allorché compare tra i possessi  dell’Abbazia di San Giovanni in Lamis (attuale convento di San Matteo).

La leggenda popolare vuole invece che l’origine della cappella è da collegarsi ad un evento miracoloso: l’apparizione della Vergine con le spighe di grano in mano avvenuta in una grotta sottostante.

La devozione per la Madonna è  profonda e radicata nell’animo del popolo rignanese. Si va da lei per implorare la grazia della pioggia o della serenità, per confidare le proprie pene quotidiane, per implorare un aiuto. Il percorso di grazie ricevute nei secoli è lungo e fino a qualche decennio fa lo si leggeva attraverso gli ex- voto affissi sulla parete della navata laterale. Una testimonianza che non c’è più. Di questo grande patrimonio di fede e di umanità, non restano che pochi esempi, custoditi all’interno della sagrestia.

Dopo la scomparsa di  Menicuccio (Domenico Muscarella), ultimo custode – eremita, il luogo è diventato insicuro e non sono mancate ruberie, come quella della corona d’oro strappata dal capo della Madonna e poi dell’unica campana. Tant’è che la stessa statua lignea della Vergine, di fattura molto antica, è ora conservata nella chiesa di San Rocco in paese.

La Madonna fa ritorno al luogo d’origine in occasione del novenario per rientrare subito dopo la festa che cade il martedì in Albis. In entrambi i casi la statua, issata su un camion adorno, è  accompagnata per tutti i tornanti fino all’ingresso del paese da una lunga e stipata processione di automobili. Un tempo il popolo era solito recarsi in processione, lungo la mulattiera, formando un caratteristico corteo, cui prendevano parte fanciulle e giovanette bianco vestite, con corone di spine sul capo, fino al Santuario.

Oggi, come ieri, nel giorno della festa tutti i Rignanesi, provenienti anche da luoghi lontani,  si ritrovano nell’ampio spiazzale per venerare la Vergine ed anche per trascorrere una giornata all’aria aperta tra canti, scherzi e leccornie locali.
 
IL DOLMEN

Con il nome dolmen, di origine celtica,  si indicano alcune caratteristiche tombe preistoriche costruite con poche rozze pietre piantate verticalmente nel terreno a sostegno di un grande lastrone orizzontale. La struttura di tale monumento è tipica del Neolitico e perdura anche nell’età dei metalli. Talvolta, accanto  al dolmen si ergono una o più grandi lastre di pietra grezza, più o meno di forma allungata, conica, cilindrica o piatta, infisse nel terreno in senso verticale, chiamati menhir, termine di origine bretone (composto da men pietra e hir lungo).

L’uso dei dolmen fu comune a molti popoli preistorici non solo d’Europa, ma anche dell’Africa, Madagascar, Palestina, ecc. Altrettanto in Italia, specie nella parte peninsulare e con particolare riguardo alla Puglia, dove si concentrano nel Salento, nel Tarantino e nel Barese (noto quello di Bisceglie).

Nel Gargano l’unica testimonianza conosciuta fino a qualche decennio fa era il dolmen di Molinella, andato perduto. Negli ultimi anni sono state individuate  alcune presenze anche nella parte meridionale del Promontorio.

Il riferimento è al dolmen di Rignano Garganico, scoperto nel 2001 a seguito di una campagna di scavo accuratamente condotta dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia.  Il monumento, sopravvissuto durante gli anni ’70 ad attività preliminari di cava grazie alla copertura di fitta vegetazione a macchia mediterranea,  si trova nella piana della Madonna di Cristo, a circa 6 chilometri dal paese e, in linea d’aria,  ad alcune centinaia di metri da Grotta Paglicci. Il luogo del ritrovamento è dislocato sul primo gradone garganico, proteso strategicamente sulla piana sottostante del Tavoliere. La datazione è riferibile agli inizi della media età del bronzo. Nel sottosuolo finora non sono emersi resti umani, bensì materiale ceramico della stessa fase associato a pietrame.

Un dolmen similare  è stato scoperto da appassionati nel vallone di Lamasecca, ad alcuni chilometri dal paese, non ancora verificato scientificamente dagli esperti della materia.

Tutto questo sta a significare che la presenza umana su questo territorio dagli albori del Paleolitico e per tutto il Neolitico e l’età dei metalli è stata pressoché costante e diffusa.
 
PRESEPE VIVENTE


Nato da una idea della Scuola Media di Rignano Garganico e dal CRSEC della Regione Puglia nell’ a.s. 1997 - 1998 e maturato sulla scorta di una ricerca didattica a tutto campo, contenuta nel primo ed unico libro pubblicato finora sull’argomento: Natale tra ieri ed oggi, usi e costumi di Rignano Garganico, il Presepe Vivente di Rignano Garganico, perfezionatosi via via nel corso degli anni sul piano tecnico – organizzativo grazie alla sentita partecipazione dell’intera comunità e alla adesione di Enti, Istituzioni a qualsiasi livello, è diventato uno dei più importanti ed originali appuntamenti turistici e religiosi della Puglia.

Dal 21 dicembre fino al 6 gennaio,  nei giorni e nelle ore prestabiliti, i visitatori provenienti da ogni dove affollano come formiche il Centro storico, per ammirare le varie ‘scene’ previste dal programma. Non per niente nell’ultima tornata si sono contati circa 30 mila visitatori. Tanti, se si considera che il paese ha una consistenza demografica di appena 2300 abitanti.

Oltre 300 le comparse impegnate nella rappresentazione, tra bambini, giovani, adulti e anziani, che girano o stanziano in una Rignano di circa 2 secoli fa,  riproponendo gli antichi mestieri (il fabbro, il falegname, il seggiaio, il calzolaio – ciabattino, la scardalana, la lattaia, la lavandaia, l'inserviente, il casaro e via discorrendo), e “sceneggiando”, all’interno di antiche dimore e case – grotte,  le tappe fondamentali della Natività Cristiana, con particolare attenzione alle manifestazioni di carattere religioso o comunque legate alla fede cattolica. Non si tratta, comunque, di ricostruzione di avvenimenti e situazioni presi in prestito, come accade in altri posti, dal Vangelo o dalla storia, ma tratte dagli usi e costumi della tradizione.

E questo non a caso. Lo scopo fondamentale della manifestazione è la valorizzazione del centro storico medioevale, considerato dagli opinionisti uno dei meglio conservati e caratteristici del Promontorio. Nel contempo si punta al recupero da parte delle nuove generazioni e della collettività in generale di un passato ricco di valori e di stimoli per il proprio  percorso di vita presente e futuro.

Tra le novità emerse nelle ultime edizioni, la possibilità di restare in paese anche oltre la chiusura del percorso del Presepe Vivente, grazie a manifestazioni di carattere culturale e a spettacoli musico-teatrali messi in piedi dalle associazioni e dai gruppi locali, alla buona cucina, che si avvale in prevalenza di piatti e prodotti genuini, e al pernottamento in confortevoli ambienti messi a disposizioni da privati. Da evidenziare, infine, che da alcuni anni alla buona riuscita di ogni manifestazione sovra intende un apposito Comitato interassociativo.

LE SAGRE


Attraverso la riscoperta dei sapori, delle ricette originarie e delle tecniche culinarie, Rignano si sta affermando con le sue sagre, che ogni anno attirano moltissimi visitatori e turisti amanti della forchetta e della tradizione. Una cucina tipica, sempre ricca e varia, che fonde aromi forti e decisi. Da qui la necessità di valorizzare sia i prodotti tipici che la cucina tradizionale, con i suoi piatti tipici di tipo mediterraneo. Lo si fa ogni anno promuovendo le sagre, alcune delle quali sono diventate delle vere e proprie “classiche”, come quelle della carne di capra, della musciska, del caciocavallo e della carne podalica, del cinghiale, del pancotto, de “Lu rute”, delle salsicce alla brace di produzione locale e così via. Ecco alcuni esempi.
 
CACIOCAVALLO PODOLICO


Non tutti sanno che il caciocavallo podolico è considerato uno dei formaggi più genuini e gustosi d’Italia. Lo è in modo particolare quello rignanese, premiato più volte nei saloni gastronomici del Nord Italia. Lo è per varie ragioni. In primo luogo perché lo si fa con il latte della mucca podolica, una razza autoctona che si alleva allo stato brado solo dalle nostre parti ed è per motivi di territorio anche perché è un erede diretto di quel “bos primigenius”ossia l’uro, bovide di grandi dimensioni, estintosi  alcuni secoli or sono, di cui sono emerse tantissime testimonianze a Grotta Paglicci, sia in termini di resti fossili che di graffiti parietali e mobiliari. La particolarità del sapore si deve pure al tipo di erbe odorose e rare che l’anzidetta mucca ha la possibilità di assaporare in dette zone. Il resto al tipo di lavorazione artigianale e all’ambiente di stagionatura, quasi sempre luoghi umidi e freschi, come scantinati ed ipogei in genere. Per gustare un buon caciocavallo occorre una stagionatura di almeno 6 mesi e non più di un anno, dopo di ché, pur conservando intatto il sapore originario, si fa duro e si sfarina, opponendosi ad ogni di taglio a spicco o a ruota. L’unico inconveniente si deve alla sua scarsa commerciabilità dovuta principalmente alla quantità relativamente molto bassa rispetto alla richiesta. Per cui si parla molto spesso di “nicchia”, cioè di un ambito ristretto e  sufficiente a soddisfare pochi “eletti” dal palato fino. Da qui la sua fama di dono prelibato da corrompere, come i capponi di Renzo, perfino il più morigerato destinatario.  Di recente, come si ricorderà, anche la carne di podolica è diventata presidio dello Slow Food. E’ un risultato eccezionale, conseguito dopo tantissimi anni. Un risultato che si aggiunge agli enormi sforzi effettuati in tale direzione dagli allevatori, in primis il concittadino Francesco De Maio, fino a qualche anno fa presidente di lungo corso dell’Associazione allevatori di bovini podalici e dal suo massaro Michele Pazienza, sempre pronto ad offrire un saggio  della sua ricercata arte casearia . Il presidio “carne”, infatti, è stato proposto e sostenuto dal Parco ed accettati dal Ministero delle politiche agricole e da alcuni marchi alimentari nazionali. Pertanto, anche questo prodotto ha ottenuto il riconoscimento dello Slow Food, esteso a tutti gli allevatori del Parco, anche  se è vero che Rignano ci ha messo del suo per l'ottenimento dell'ambito presidio. Il sapore e i valori nutrizionali del caciocavallo li conosciamo un po' tutti, ma finora eravamo all'oscuro della squisitezza della carne di questa mucca che si è diffusa in zona già a partire dal V secolo dopo Cristo. La podolica, secondo gli esperti, è una razza allevata allo stato brado ed è capace di offrire non solo un latte particolarmente aromatico, ma anche carni sapide, sane e ricche di sali minerali. La sua, comunque, è una carne assai difficile per i consumatori moderni, perché non riconducibile ai canoni estetici comuni: il grasso è giallo (contiene carotene, sostanza essente nei mangimi e negli insilati), la consistenza è più fibrosa, il gusto è più intenso e caratterizzato.

LA "MUSCISKA"


La sagra della  "musciska", giunta alla sua decima edizione, come la precedente è una delle tante che si svolgono ogni anno nei mesi estivi a Rignano Garganico. Ma di che si tratta? In pratica è un arrosto di carne di vitello, capra e pecora, tagliata a strisce e marinata per quattro-cinque giorni con sale ed aromi vari. La sua origine si perde nella notte dei tempi. Sicuramente si è di fronte ad usanza, come tante altre, importata dai pastori abbruzzesi durante il periodo doganale (Rignano era una delle locazioni più estese e potenti). Allora la materia prima della "musciska" era costituita prevalentemente da carne ovina e caprina "mortacina", cioè proveniente da animali morti per indigestione di erbe. La stessa, essiccata al sole ed aromatizzata come si deve, serviva agli addetti, quale companatico proteico, durante il lungo e faticoso tragitto della transumanza dal Tavoliere ai monti e viceversa. In seguito l'uso e consumo della "musciska" fu fatto proprio dai pastori locali e dai cittadini rignanesi in genere, per via della carne che poteva essere acquistata, a basso costo, dai funzionari doganali presso il sottostante e fiorente capoposta di Villanova. Tale usanza è resistita fino alla metà di questo secolo. L'importanza gastronomica è stata scoperta una quindicina di anni fa, grazie anche alla notorietà datale dal prof. Augusto Barberis della università "La Sapienza" di Roma, redattore del Piano di sviluppo socio-economico della Comunità Montana del Gargano. Dopo tale "studio", la "musciska" è diventata oggetto di sagra, diretta ad arricchire il ricettario della cucina tipica di tradizione garganica.

(*) Giornalista, scrittore e storico.

Tutti i diritti sono riservati all'autore, la riproduzione anche parziale del testo dovrà essere preventivamente autorizzata dall'autore.

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Ultimo aggiornamento Sabato 14 Agosto 2010 21:04
 

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