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ANDREA VILLANI, DAI CAMPI RIGNANESI AL MASSACRO DI RODI EGEO PDF Stampa E-mail
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Lunedì 02 Dicembre 2013 05:43

storia ricostruita da Antonio Del Vecchio

RIGNANO GARGANICO. Parla l'ex-combattente Andrea Villani (*). Prima di partire per la guerra, ho trascorso interamente  la mia fanciullezza ed adolescenza nelle campagne di Rignano Garganico, lavorando sodo, dapprima come garzone e poi come bracciante agricolo nelle diverse masserie dei Ricci, famiglie facoltose di agricoltori ed allevatori che assieme ai Demaio assorbivano  gran parte l’occupazione della manodopera  locale. Ricordo bene il primo giorno di lavoro. Avevo appena compiuto il decimo anno d’età e concluso la IV Elementare con scarso profitto, quando, a fine giugno,  fui strappato dai banchi di scuola ed avviato direttamente e senza alcuna pausa di vacanza, ai lavori nei campi, lavori che a quei tempi erano molto duri e debilitanti, specie per i ragazzi della mia età . Infatti, un bel mattino, accompagnato da mio fratello Nicola, dopo aver percorso un tragitto a piedi piuttosto lungo e faticoso, mi ritrovai a spazzare presso la  tenuta di don Pietro Ricci, situata alle pendici del paese in località Marcivico. Qui imparai molte cose. Dopo la pulizia delle stalle e dei cortili , prendevo la zappa e toglievo le erbacce nell’orto e , poi, ancora andavo a “tuccà” asini, capre e buoi dai ricoveri al pascolo e viceversa. Qualche anno dopo fui promosso bracciante e mi recai in pianura alle marane o ai Saldoni a fare la puncenne assieme alle donne, perché ero giovane e avevo le mani leste come loro a maneggiare “lu zappetedde” (zappetta), indispensabile ed utile per raschiare il terreno  o per  strappare le erbacce che mettevano a rischio la vita delle piante. Di sera preparavo le lucerne, che servivano ad illuminare con la loro fioca luce i ricoveri dei dipendenti. Di solito prendevo delle patate e dopo averle cavate al centro, le riempivo di olio di scarto, sistemando al centro lu papile (pezzo di stoffa o di corda attorcigliata imbevuta di cera o di altro liquido infiammabile). Ero un lavoratore tuttofare molto richiesto anche per compiere servizi di fiducia da una masseria e l’altra  per conto dei padroni, che mi volevano tanto bene, anche perché grazie ai miei piedi, risparmiavo a loro la noia di  montare  più volte al giorno  sullo sciarabà (piccolo calesse biposto con copertura mobile in tela) o sul cavallo sellato, per assolvere alla medesima incombenza. Tuttavia, dopo i primi tempi di sofferenza, ero contento del lavoro, perché mi permetteva di mettere da parte qualche soldo e di spenderlo in paese nelle serate di  “aiute” (riposo spettante ogni quindici giorni). Allora salivo agevolmente la montagna e in un’ora e mezzo circa di cammino raggiungevo l’abitato. Quando arrivavo alle cime, mi coprivo bene con la mia inseparabile giacca di tela o di velluto – fustagno, a seconda delle stagioni, perché di solito a tale altezza l’aria era fredda e pungente e si rischiava  da un momento all’altro di prendere la “penture” (bronco – polmonite), una brutta ed incurabile malattia che ogni anno faceva molte vittime. Non per niente Rignano era chiamato “Paese delle vedove”. Un male che in seguito fu debellato , grazie alla scoperta e commercializzazione della penicillina. Intanto, era scoppiata la guerra, la seconda guerra mondiale. Correva l’anno 1940. Gli uomini superiori ai vent’anni, classe dopo classe, partirono tutti. Due anni dopo venne il mio turno e nonostante avessi compiuto appena diciotto anni fui chiamato alle armi. La mattina del 18 settembre 1942 in tre, io e i miei coetanei Silvestre Sampaolo e Raffaele Ciavarella,  salimmo sulla corriera Sita a Largo Portagrande.  Come in un funerale, ci seguiva uno stuolo di familiari in lagrime, perché temevano sulla nostra sorte. E questo non a torto. Negli anni precedenti numerosi rignanesi avevano lasciato la pelle sui vari fronti di guerra. Finalmente il pulman si avviò, solo allora provammo una stretta al cuore, che ci accompagnò fino alle ultime case della periferia.  Chissà se avremmo rivisto i nostri cari e il paese! Dopo due ore circa, via San Marco in Lamis, raggiungemmo il distretto militare di Foggia. Dopo l’immancabile  taglio a zero dei capelli e la doccia purificatrice, ci fecero indossare le divise e diventammo soldati. Il giorno dopo, mentre i miei due compagni presero altre destinazioni, assieme a decine e decine di reclute  raggiungemmo il Centro di Reclutamento di Chieti, per essere addestrati via breve alle armi e al combattimento. Dopo una decina di giorni venni assegnato al 14° Reggimento  di Fanteria “Pinerolo”. Qui restammo circa due mesi, impegnati in innumerevoli esercitazioni sul campo. L’11 novembre del 1942, armati di tutto punto e montato sulle spalle l’inseparabile e pesante zaino da viaggio, a bordo di camion raggiungemmo in un baleno  la vicina stazione di Pescara. Ci fecero salire su un treno, formato in massima da vagoni merce, dove ci sistemammo alla meglio sotto la guida attenta e vigile dei nostri superiori, graduati, sott’ufficiali ed ufficiali. In tutto eravamo più di un migliaio! Dopo un’oretta di saliscendi e via vai tra l’uno e l’altro scompartimento, finalmente il treno si avviò sbuffando a sirena spiegata, il cui fischio acuto e  stridente mi raggelò le vene, consapevole che mi portava verso una meta, da cui difficilmente sarei tornato indietro: il  fronte di guerra greco – albanese. Era uno dei pochi   a resistere ancora pressoché illeso rispetto allo sfacelo generale che le forze dell’asse registravano in ogni parte del mondo e  per questo bisognoso di rinforzi, capaci di frenare l’imminente avanzata degli alleati anglo - americani nel Mediterraneo,  Il treno per nove giorni circa, diretto al Nord, dapprima   percorse la tratta adriatica fino a Trieste e poi innestatosi su quella balcanica si diresse  per centinaia e centinaia di chilometri  verso oriente attraversando diversi stati; quindi , puntò verso Sud per approdare, infine,  a Làrisa in Grecia. Ci fecero scendere e ci accorparono al 613° Reggimento di Fanteria, sempre della Pinerolo, di stanza in quella città presso una grande ed affollata caserma (tre o quattro mila soldati) situata su una degna altura, da dove era possibile controllare  il Mare Egeo, con la sua moltitudine di isole, compreso il noto dodecanesimo, comprendente l’isola di Rodi ed omonima città,  possesso italiano di lungo corso. Su ogni isola si trovava un presidio di soldati italiani e tedeschi. In quel di Rodi addirittura era attruppato sin dall’inizio del conflitto  un numero consistente di commilitoni rignanesi, che conoscevo uno per uno, di cui quasi tutti si salvarono e tornarono in patria. Dalla caserma non sparammo manco un colpo, la vita militare qui era interamente fatta di turni di guardia, in attesa di futuri combattimenti. Il rancio, anche se povero ed essenziale non ci mancava mai, come pure il servizio postale verso l’Italia, anche se lento, era puntuale. Io mi arrangiavo a scrivere alla mamma lettere succose. Nonostante gli errori ortografici e il dialetto italianizzato, mi facevo capire. Me ne accorgevo dalle risposte che ricevevo dall’interprete e scrivana di fiducia di mia madre. Qualche volta, per ammazzare il tempo ci mandavano a bordo di automezzi pesanti e leggeri (camion, jeep e blindati vari) a perlustrare le zone e le città più vicine della costa e dell’entroterra, come Aia, Kardhitsa, Volos e persino Salonicco. La gente ci accoglieva con simpatia e non sapevo il perché, nonostante fossimo gli occupatori della loro terra e quindi avversari dichiarati. Durante una libera uscita,  incontrai istrada una faccia a me assai nota. Si trattava di Antonio Ponziano, in divisa da ufficiale di complemento. Ci abbracciamo con gioia. Dopo di che mi raccontò che si trovava lì per caso e che presto si sarebbe imbarcato a Volos, diretto a Rodi Egeo.  La vigilia di Natale, assieme ad altri amici, ero in libera uscita in città, alla ricerca di un luogo di ristoro dove intrattenerci, in attesa della fatidica e tradizionale mezzanotte. Incontrammo un gruppo di greci, anziani e malridotti, a cui chiedemmo di indicarci un posto ospitale. Acconsentirono. Dopo aver percorso un lungo rettilineo ( credo, circa cinque o sei chilometri), arrivammo ad una cantina. Ci accomodammo. Mangiammo pane e olive nere e sorseggiammo un bel po’ di vino rosso. Mezzo litro a testa. Quindi, ritornammo in sede. Prima di coricarmi, recitai una preghiera, ringraziando il Signore per avermi finora risparmiato dalla guerra e mi commossi fino alle lagrime, pensando  che circa duemila anni prima un altro essere, più grande di me, addirittura il figlio di Dio, aveva patito tantissimo , sino immolarsi  sotto il peso della Croce per la salvezza dell’intera umanità. Allora capii e la sofferenza per lo stato di guerra e la lontananza non mi fece più paura. I primi mesi del ’43, mentre si accavallavano le notizie di sconfitte più o meno pesanti subite dalle nostre forze su altri fronti e le migliaia e migliaia di morti, cagionate dai nostri avversari, con il loro massiccio bombardamento aereo, trascorsero nel nostro campo tranquilli e senza nota di sorta. Gli anglo – americani erano ancora troppo lontani da noi e forse poco interessati a questo fronte. Un certo giorno si presentò al  campo una staffetta dei partigiani greci ed albanesi che vivevano sui monti e ci preannunciò che la guerra, la nostra guerra era ormai persa, e che bisognava stare molto attenti dai tedeschi nostri alleati, che erano feroci ed inumani e che il popolo greco non ce l’avevano affatto contro i soldati italiani, considerati simili a loro come cultura e come storia. Le sue parole scossero  molti di noi. Per il momento la questione finì lì. A primavera inoltrata, io ed alcuni miei compagni, stanchi di quella vita di caserma, decidemmo di abbandonarla, prima che accadesse il peggio, e tentare l’avventura sino a sperare di tornare presto in patria. Così accadde. Presi armi e bagagli (in questo caso il provvidenziale grosso zaino), un certo giorno, ci demmo uccel di bosco. Salimmo sulle montagne e villaggio, dopo villaggio, sino a raggiungere i confini con la Bulgaria. I contadini del luogo, in cambio di lavoro nei campi di patate e di segala, ci rifocillavano di tutto. Per davvero trascorremmo i giorni più belli di questo esilio forzato. Arrivò così l’otto settembre. D’Allora tutto cambiò. La predizione della staffetta partigiana si rivelò esatta. I soldati italiani furono tutti disarmati (ma io non lo sapevo ancora) e i tedeschi, da alleati buoni, adottarono all’improvviso la tattica dei Mongoli di Cengis Kan, distruggendo con bombardamenti a tappeto interi villaggi, requisendo viveri, animali ed ogni ricchezza ed uccidendo non solo uomini abili alle armi, ma anche vecchi, donne e bambini. Un giorno nel mentre si cercava di sfuggire ad un raid aereo, ci nascondemmo assieme ad una moltitudine di fuggiaschi indigeni in un lungo e stretto canale, ammassandoci nella parte più bassa. Le squadriglie dei caccia scendevano, mitragliando a filo terra la zona e sganciando bombe. Fortunatamente i proiettili schizzavano sulle rocce sovrastanti e le bombe cadevano al di là degli argini. Di essi sentivamo, assieme al rombo assordante degli aerei, solo i sibili e lo scoppio. Distesi a pancia in giù sul terreno, aspettavamo ansiosi che tutto finisse, mentre la terra ci tremava sotto i piedi. Di umano si avvertiva solo la voce o meglio il pianto dei bambini, represso di tanto in tanto dalle parole affettuose e calde dei loro genitori. Scampato il pericolo, proseguimmo il nostro viaggio di ritorno verso Larisa, ormai stanchi e stufi di questa vita avventurosa e senza senso.  Faceva molto freddo e nelle parti più alte dei monti si intravedeva la neve. Era il mese di dicembre. Mancavano pochi giorni a Natale. Il 23 dicembre raggiungemmo la caserma. Qui ci trovammo di fronte ad un grande movimento di uomini e di mezzi. I tedeschi erano andati via e i soldati scampati dalla furia e dalla deportazione erano lì a fare preparativi in vista di un imminente imbarco per l’Italia. Così il 25, giorno di Natale, dopo aver raggiunto il porto di Volos, alle quattro del mattino salpammo. Il 29  dopo una lunga e difficile navigazione, attraverso l’Egeo prima e poi lo Ionio, sbarcammo indenni a Taranto. Per una settimana fummo trattenuti e rifocillati presso un centro di raccolta (ex-campo di prigionia nazista). Dopo di che in treno raggiungemmo San Severo, dove restai la notte presso Angelo Gaggiano, a causa del coprifuoco. La mattina successiva mi misi in marcia e a mezzogiorno in punto mi ritrovai a casa tra le braccia della mia povera mamma Antoniella. Era Pasqua dell’Epifania del 1945.

(*) n. il 6.04.1923 a Rignano G., Fante, Fronte greco –albanese, Sett. 42 – Dic. 44

 


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