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GABRIELE, L’UFFICIALE SAMMARCHESE SCAMPATO AI DUE FRONTI DELLA II GUERRA PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 27 Novembre 2013 20:18

Fu miracolo di Padre Pio? Ecco la tormentata storia di Piccirella tra Lager e carri bestiame

di Antonio Del Vecchio

SAN MARCO IN LAMIS. Proseguiamo nella nostra carrellata sulle ‘storie – esperienze’ dei militari garganici sopravvissuti alla II Guerra Mondiale. Singolare quella patita, dopo l’8 settembre,   dall’ufficiale sammarchese Gabriele Piccirella. Fu  dapprima vittima, suo malgrado,   della deportazione nazista attraverso gli interminabili viaggi nei carri bestiame e la vita di sussistenza nei Lager, e poi  della deludente esperienza vissuta tra i combattenti della Repubblica Sociale Italiana, meglio noto come Salò. Eventi che lo segnarono per sempre e lo resero in seguito assertore e praticante scrupoloso del ‘modus est in rebus’ di romana memoria, sia nel privato che nella sua professione di avvocato e nella funzione di pretore onorario, esercitate entrambe  per lungo tempo nella sua città.

Da qui la sua voglia di raccontare, concretizzatasi a fine carriera con la pubblicazione di interessanti e leggibili volumi, specificati in calce*, compreso il racconto che segue, prescelto assieme agli altri dello stesso tenore da chi scrive e contenuto nel libro “Mai più /Testimonianze di Internati Militari Italiani scampati ai lager nazisti”, a cura di Nicola Pergola, Regione Puglia – Crsec, 2008,pp. 58 – 66. Egli nasce il 7 gennaio 1921 a San Marco in Lamis, dove tuttora risiede. Compiuti gli studi medi e superiori nel Liceo ginnasio” R. Bonghi” di Lucera si laurea in giurisprudenza all’Università di Torino. Dopo la guerra, ritornato nella città natale, esercita come accennato le predette professioni, attirando su di sé la stima collettiva per via del suo equilibrio e comprensione umana. “ Era il pomeriggio dell’8 settembre 1943. Finito il servizio, mi era ritirato nella mia tenda. All’improvviso odo delle grida venire dall’accampamento e vedo quasi tutti i soldati del mio reparto correre verso di me vociando confusamente. Dicevano che la guerra era finita, che l’avevano ascoltato alla radio qualche momento prima. Corro al Comando per sapere cosa era successo veramente. Era che l’Italia aveva concluso un armistizio separato con gli alleati. Ciò veniva a creare una situazione oltremodo equivoca, specie per i numerosi reparti dislocati fuori della Madrepatria. Perché il proclama Badoglio, diramato all’improvviso e senza che i Comandi avessero ricevuto alcuna disposizione, ordinava che a seguito della mutata situazione avremmo dovuto rispondere con le armi agli attacchi da qualsiasi parte venissero, riferendosi ovviamente ai tedeschi. Cosa fare, era la domanda di tutti noi. Come era possibile passare da un momento all’altro da alleati a nemici? Quale ordine dava il Comando di divisione? Qualcuno diceva addirittura che il generale comandante non era neppure in sede. E allora?. Allora significava che ogni reparto poteva assumere quelle decisioni che oggettivamente la situazione consentiva. Perciò, passato il primo momento di disorientamento si pensò che una cosa si potesse e dovesse fare, quella di disporre un sistema di difesa. Fu deciso che la nostra compagnia sarebbe rimasta a protezione dell’accampamento. La sera stessa iniziammo i lavori di fortificazione che andarono avanti sino a notte inoltrata. Nei punti più adatti mettemmo in postazione i cannoni, dopo averli installati nelle relative piazzuole ( la piazzuola era uno scavo di forma semicircolare, nel quale  il pezzo, protetto sul davanti da un rialzo di terreno, poteva essere spostato in un angolo di 180° gradi). C’era silenzio tra noi, un silenzio che portava a raccogliere i pensieri più disparati. Guardavo i miei soldati, più insonnoliti di me, perché avevano lavorato più di me, chiusi anch’essi nei loro pensieri e, perché no, nelle loro paure. Guardavo i nostri  cannoni, meglio cannoncini nei confronti dei potenti panzer tedeschi, e ciò mi portava maggiormente a ritenere l’assurdità di quella situazione. Intanto si era fatto giorno, un giorno chiaro che annunciava sole e caldo. E noi sempre lì in attesa. Ogni tanto arrivavano notizie contraddittorie, che bisognava rispondere al fuoco se i tedeschi ci attaccavano. E subito dopo il contrario, che si stava trattando perché non ci fosse spargimento di sangue. Ed alla fine fu così. Infatti, di lì a poco, tra i rumori di ferraglie e nugoli di polvere giunsero i primi carri armati e, dietro il grosso autotrasportato, passarono oltre. Al momento il pericolo pareva passato, tanto che venne l’ordine di spostare i pezzi e tornare all’accampamento. I tedeschi sembravano essersi volatilizzati. Ma il clima restava strano, equivoco, e nessuno dubitava che la nostra era solo una libertà provvisoria, anche perché arrivavano notizie di combattimenti nei quali le nostre forze erano sopraffatte dai tedeschi, di rastrellamenti e deportazioni di militari e di civili. Intanto avevamo finiti le scorte. I magazzini viveri erano stati saccheggiati. Cominciammo ad uccidere i muli in dotazione e per giorni mangiammo le loro bistecche semicrude. Capivamo che presto avremmo lasciato Prizren.. E infatti una mattina  i tedeschi ricomparvero all’improvviso. Significava il campo di concentramento. Radunammo gli uomini. Eravamo solo in tre ufficiali, Zani, Murziuoli ed io. Il Capitano Daidone era in licenza, Sembrini e qualche altro assegnato al Comando di Divisione. Non fu facile, specie con quei cani di crucchi che ringhiavano intorno. Lasciammo quasi tutto di ciò che avevamo. Un accampamento pieno di cose, come poteva avere una Compagnia Cannoni Divisionale. Che peccato! Un vecchio merci prese la via del nord. I tedeschi, dopo avervi spinto l’ultimo uomo, sprangarono i portelloni dei vagoni fregandosi del pigia pigia all’interno. Era il segno che d’ora in avanti sarebbe stato tutto così. Li conoscevamo duri come alleati, immaginate ora come nemici. Ma eravamo tutti giovanissimi e la giovinezza è sempre una grande risorsa. Dopo qualche giorno di viaggio, tra soste e rallentamenti, arrivammo a Belgrado. Ci passavo per la seconda volta, era giorno e tutto mi apparve diverso. Così potei scorgere, sempre da lontano, un vasto agglomerato urbano si cui emergevano sagome di lte costruzioni, che facevano capire trattarsi di una grande città dall’aspetto più mitteleuropeo che balcanico. Il Danubio, che da ora in avanti riapparirà per lunghi tratti, col suo scorrere lento e silenzioso sembrava accompagnare le nostre vite verso una meta lontana e sconosciuta. Lasciata la Iugoslavia, entrammo in Ungheria. La Putza, la grande pianura magiara, si estendeva a perdita d’occhio, stepposa e brulla. Pensai al nostro Tavoliere ed in quel momento mi apparve, al confronto, ancora più bello e verde. A Budapest, altra capitale, fummo come al solito abbandonati in uno scalo secondario, sapevo che era stata una dei poli dell’impero asburgico e ciò mi suscitò una innegabile suggestione, per il solo fatto di essere in quel luogo, pur non vedendo quasi nulla. Il viaggio riprese verso ovest, si andava in Austria. Già il confine presentava un paesaggio più lussureggiante che si intensificò avvicinandoci a Vienna.. Anche qui vedemmo ben poco, con mio disappunto, per l’immagine che mi ero creata a scuola. Il fatto che era stata una delle capitali della storia dell’impero austro – ungarico vi aveva messo il definitivo suggello. Così riandai alla sua civilissima essenza mitteleuropea, alla sua aristocraticità , al suo garbo, alla gioia di vivere, alla sua musica e alla sua arte, dolendomi veramente che nulla avrei visto di tutto ciò. Sempre verso ovest, altra sosta a Linz, importante centro siderurgico dalle cento ciminiere fumanti, queste almeno impossibili non vederle, e poi ancora proseguendo verso la Germania con la incognita di dove saremmo andati. Anche qui toccammo città importanti come Norimberga, Francoforte sul meno, Mannheim, sempre verso ovest sin quasi al confine col Lussemburgo, ove stavamo per raggiungere la nostra prima destinazione, Treviri. Erano gli ultimi giorni di quel settembre 1943. Treviri, antica colonia romana, era stata fondata da Augustoal tempo del maggior splendore di Roma, di cui conservava i segni. E passando per le vie principali, che i tedeschi usavano per mostrare il loro bottino, vedemmo alcune di quelle vestigia. Mi rivedo ancora in quel mattino di settembre, in quella fila sterminata di uomini non più uomini, andare tra la curiosità ostile dei primi passanti, verso il luogo ove sapevamo che ogni nostra libertà finiva. Il lager si trovava su un poggio e, una volta arrivati, per prima cosa gli ufficiali fummo separati dai soldati e a me dispiacque per il mio attendente, un buon ragazzo abruzzese che mi era stato molto utile a Prizren e che non avrei più rivisto. Gli ufficiali fummo alloggiata in una decorosa costruzione, due volte al girono ci avrebbero dato da mangiare e per dormire un pagliericcio steso sul pavimento sarebbe stato il nostro letto. Esaltati graduati sarebbero stati i nostri angeli o meglio i nostri diavoli custodi. Sapevamo che quello era un campo di smistamento, e infatti, di lì a poco, neppure il tempo di riprendere fiato, ancora in marcia, o meglio ‘in merci’. Già da qualche settimana Mussolini era stato liberato dalla prigione del Gran Sasso. L’avvenimento per noi era indubbiamente da considerare positivo, perché sicuramente egli qualcosa avrebbe fatto per noi. E con con questa speranzella iniziammo il secondo viaggio, anche se i fatti immediati restavano sempre gli stessi, vagoni sovraffollati, portelloni sbarrati, aria e luce neanche a parlarne. Passammo anche questa volta per città importanti, come Colonia, Dortmund, Hannover, senza neppure accorgercene. A Berlino la sosta fu più lunga, ma ugualmente infruttuosa. Aprirono per un poco i vagoni, ma li rinchiusero subito temendo chissà che cosa. Alternandoci agli spioncini riuscimmo a vedere qualcosa in lontananza e la Vistola già in versione invernale. Eppure era solo ottobre. Inoltrandoci sempre più verso est, cominciammo a chiederci dove ci stavano portando. In questo tratto, che presentava un paesaggio sempre più desolato, in ogni stanzioncina c’era gente ad attendere il passaggio dei convogli per tentare qualche piccolo baratto, cose da mangiare in cambio di qualche indumento che ci era rimasto. E qui mi accadde un fatto veramente straordinario. Mentre guardavo da uno di quei finestrini, una donna, senza che io chiedessi nulla, dopo aver guardato attorno per il timore di essere scorta da qualche sentinella tedesca, prese da sotto il grembiule una grossa pagnotta, porgendomela di fretta. Cercai di farle capire cosa le dovevo, ma quella fece segno di no, mi sorrise e si allontanò di corsa. Quell’atto fu come una luce fra tante tenebre, un liberarmi da quei ceppi. Significava che la bontà non era morta e anche la speranza. Naturalmente nel vagone ci fu un fremito di allegria generale. Almeno quel giorno si mangiava. Biala Podlaska fu il punto d’arrivo. Era una cittadina della parte più ad est della Polonia, non molto distante dal confine con l’Unione Sovietica, sulla linea ferroviaria Varsavia- Brest –Litovsk – Minsk- Mosca. Il lager era immenso, diviso in settori secondo la nazionalità degli internati. Le baracche erano divise in tre scomparti. A noi toccò quello do somostra e per darvi una distinzione, in quella infinita baraccopoli, chiamammo la baracca Trieste e la camerata Armonia, augurandoci un clima simile, come fu. In tempo di disgrazia si è più uniti e più buoni, e così sia i ìpolentoni’ che i ‘terroni’ci sentimmo solo degli italiani sfortunati. Sulle nostre giornate c’è poco da raccontare, anche se quel poco per noi era molto. Tutte le mattine erano lunghe soste all’aperto per l’appello quotidiano, col freddo polacco a gelarci le ossa, poiché di carne ne era rimasta ben poca. A mezzogiorno una zuppa slavata e una fetta di ‘segatura’, e altrettanto la sera, costituivano il supporto alimentare proprio ai limiti della sopravvivenza. Si dormiva ‘in castello’, ma non quelli del Medioevo. Intanto in Italia era sorto il nuovo Stato fascista in contrapposizione a quello regio a cui era stato dato il nome di Repubblica Sociale Italiana. Le notizie, quando non erano fogli di propaganda a darle, filtravano attraverso i civili polacchi che lavoravano nel campo. E una mattina, all’appello, ecco comparire emissari di questa Repubblica. Erano ufficiali con nuovi distintivi che vedevamo per la prima volta. Dissero, e come le dissero, che Essa aveva bisogno di noi e che il nostro dovere era di tornare in Italia per difenderla. La parola ci piacque, perché in quel momento ognuno la estesa a se stesso, cioè alla difesa della propria persona, e così aderimmo in massa. Ma per alcuni mesi ancora toccò sobirci il freddo di quell’inverno. Solo in primavera ci trasferirono in un campo più vicino all’Italia, Norimberga. La vita lì pressappoco la stessa, solo qualche filo di miglioramento, perché ora eravamo tornati dalla parte loro.. In questo viaggio mi fregarono quel poco che avevo e rimasi quasi nudo. Ma avevo fatto il callo e mi rassegnai pure a questa ennesima disgrazia, anche perché cominciavamo ad annusare odore di Patria (si chiamava ancora così). Infatti ai primi di giugno 1944, esattamente il 4, (lo stesso giorno gli alleati entravano in Roma) attraverso la frontiera del Brennero, rientravamo finalmente in Italia. Le tristi vicende della caduta del Fascismo, dell’incauto armistizio e soprattutto della prigionia non avevano fiaccato il nostro spirito, e quel ritorno fu pieno di gioia e di entusiasmo, perché la cosa che più contava era quella di essere a casa. S’intende a ‘Casa Italia’ e non a ‘casa casa’ che per noi meridionali, ritrovando la nostra gente, la nostra lingua, qualche saluto e qualche bacio ventilato a distanza, mi confermava una realtà tanto attesa. Ma era solo una tappa. Il viaggio non era finito. Avrei dovuto attendere ancora per riabbracciare i miei cari, sin quando la guerra non fosse finita. A distanza di tanti anni, ricordando queste vicende, sono portato a fare delle considerazioni. E’ fuori discussione che nessuno avrebbe optato per una condizione come la nostra. Eppure quella vita, pur nella sua innaturalezza, poteva insegnare tante cose, come la sopportazione, l’ubbidienza, la solidarietà, l’amicizia e, difficile a credere, anche la dignità e l’orgoglio: proprio quelle virtù che il nostro stato più poteva perdere e che invece, per ciò stesso, insorsero come per reazione. E poi il cameratismo fra noi. Uomini di provenienze diverse dal Nord al Sud d’Italia, senza più mene discriminatorie, uniti da uno stesso sentimento. Così meticoloso Bianchetti preciso distributore della “sbobba”, l’arioso Agnelli savonese (entrambi vennero a trovarmi in occasione di un loro viaggio nel Gargano), il buon Giuffredi di Reggio Emilia e il loquace Giglioli di Poggibonsi entrambi anziani ufficiali postali, l’accorto Muzioli di Carpi con i suoi piccoli oscuri traffici, il nostalgico Moretti cesenate, il serafico Ceccato di Foligno, lo scheletrico Nigido grossetano schiavo del fumo, il lagunare Zani, e Casalino romano, con i quali due avrei diviso l’avventura sino alla fine. E tutti gli altri, solo impalliditi nel nome  ma non nel sentimento. Grazie per avermi dato un ricordo incancellabile che negli anni si è trasformato in una formidabile lezione di vita. Né avrei più dimenticato il degrado dei viaggi in quei carri bestiame ancora puzzolenti del loro sterco, le grida dei nostri guardiani, il gelo delle notti di Biala completato da quello del mattino all’appello, le cimici agguerrite di Norimberga, e soprattutto quel mucchio”infame” di torsoli di rape, datoci come miglioramento di Natale. Tutto questo mi è servito. Se mi è servito! Acqui fu la città di prima accoglienza. Accoglienza per modo di dire, perché non ce ne fu affatto. La gente sembrava addirittura ignorarco. Fui deluso, pensando a tutti i guai che avevamo passato. Fummo alloggiati in una caserma che si trovava in peino centro, ove restammo solo pochi giorni, il tempo necessario per le prime formalità conseguenti al rimpatrio. Poi fummo mandati in licenza, licenza che decisi di trascorrere nella stessa città. Di nome conoscevo Acqui già da prima per le sue acque curative, ma non macò di sorprendermi la presenza di fontane pubbliche da cui sgorgava, con gran piacere della gente del luogo, acqua bollente, che qui chiamavano la “buienta”. La licenza fu alquanto tranquilla. Una bella stanza in affitto, una sostanziosa trattoria e qualche altro piccolo svago mi riportarono ai piaceri di una vita normale. Che proprio per questo finì troppo presto. Sporadici mitragliamenti, le proproste di emissari partigiani di disertare e nadare con loro in montagna non macarono. Facevano parte della realtà  di quel periodo. Ad Alessandria, prima destinazione di servizio, conobbi la cosiddetta “Cittadella”, un enorme bastione con fossato tutt’intorno, in passato sicuramente una fortezza, ora adibita a scopi militari. Fui assegnato a un reparto raccogliticcio che mostrava tutti i segni della provvisorietà e dell’improvvisazione. Ma in quel momento era tutto così, come se ci aspettassimo che da un momento all’altro qualcosa di risolutivo dovesse succedere. D’altra parte, le vicende di quel periodo erano state caotiche, che era difficile concepire ordine e finalità perfette. Aggiustavano, però, altre cose che con la guerra non c’entravano affatto, anzi erano l contrario, e quelle sì che erano perfette. Saputo che qui c’era uno del mio paese, un calzolaio trapiantato ad Alessandria da molto tempo, di nome Antonio Del Mastro ma inteso più col soprannome che era “Celestrella”, volli incontrarlo e da quel giorno spesso, seduto al suo deschetto parlavamo, parlavamo del paese lontano. Perché, con la divisione del fronte, sembrava stare in un’altra nazione. Infatti, i due terzi dell’Italia erano in mano agli alleati. I tedeschi della linea gotica stavano buttando nella mischia le residue forze e con esse le ultime speranze per tenere almeno il dominio sulla parte settentrionale. Per questo pretendevano l’appoggio del governo fascista. Occorrevano uomini, si pensava più al numero che alla fede. E così, per qualcosa che fu un mezzo equivoco, mi trovai dentro un reparto destinato alla lotta antipartigiana, che ormai si era estesa all’intero Nord e soprattutto al Piemonte. E nel dire equivoco, mi tiro dietro tutta una serie si situazioni non chiare, a partire dall’atto di adesione alla RSI avvenuto a Biala, E continuante anche dopo, quando ad Alessandria si stava formando il reparto. Si era sempre parlato di formazione regolare, da inquadrare nel nuovo esercito repubblicano, per l’impiego in normali azioni di guerra contro gli alleati. Mai si era parlato di guerriglia antipartigiana, perché il fenomeno appariva ancora trascurabile. L’adesione era motivata da sentimenti contingenti e anche dal rifiuto di un armistizio: a molti appariva disonorevole e avventato. Forse si peccò di leggerezza, ma la maggior parte era in buona fede. Il reparto nasceva con il crisma di reparto speciale, formato interamente da ufficiali da impiegare in azioni particolari. Completato l’organico, in tutto una compagnia articolata su tre plotoni, esso con il nome di 1° RAU (Reparto Arditi Ufficiali) si trasferì a Torino, alloggiando prima nella caserma Palestro in corso valdocco, e subito dopo in un buon albergo dela catena SITEA in via Carlo Alberto. Dal settembre ’44 all’aprile’45, al comando del tenente colonnello Berni, un fegatoso genovese, operò in tutta la regione. Il territorio delle Langhe, del Cuneese, del Vercellese, e le località come Alba, Giaverno, Limone e borghi sperduti tra le montagne furono teatri drammatici delle nostre azioni. Quanto di più ripugnante potesse accadere ove i vantaggi ideali ogni giorno finivano nel fango di atrocità, astuzie, ipocrisie da ambo le parti, per non parlare dei rischi, i disagi, le notti all’addiaccio o in fienili, e anche nel fango vero nel quale affondavano i nostri piedi. In tutti questi anni, più di sessanta, si è scritto tanto su quel periodo, e penso che ormai tutti siano a conoscenza di quegli avvenimenti e delle cause che li produssero. Come fatto personale posso solo dire che fu un momento aberrante, senza più pietà, dignità, sentimenti. Una lotta fratricida sicuramente persa moralmente da entrambe le parti e non so per quale vantaggio per gli altri. I fascisti che perdevano un’Italia ancora ordinata, laboriosa, onesta. E i partigiani che vincevano una democrazia e una libertà che il tempo ha rivelato sempre più discutibile. Ma su questo si aspetta il giudizio finale della Storia. Noi, della generazione del Ventennio, ormai pochi superstiti, potremmo già dire qualche parola, sul “prima” e il “dopo”. Ma solo così, come chiacchiere da caffè, perché tanto non servirebbe a nulla. Ma serva o non serva, io non cambio idea, Avevo accettato la democrazia come una promessa di libertà vera, di speranza. Un superamento del passato, un salto di civiltà. Ma poi ho visto cose che non mi sono piaciute e sono tornato indietro. Ed è in questo periodo che mamma, angosciata della mancanza di mie notizie, non sa più a che santo si rivolgersi. Allora de cide di andare da uno che santo non era, ma tutti già lo credevano tale. Parlo di padre Pio. Una mattina di buon’ora, accompagnata da una vicina di casa si reca da lui. Una volta al suo cospetto, l’improra: “Padre, tengo un figlio, unico figlio che è militare, e da mesi non ricevo notizie. Non saccio se è vivo o morto. Dicitemi na’parola, dicitemi come sta”. A questo punto, mi raccontava mia madre, padre Pio si irrigidì e con tono un po’brusco e nella sua parlata abituale, disse: “Bella fe’, pe te ce vole la zingara. Non ie. Se si venute per questo , statte buona.” E così dicendo, fece l’atto di allontanarsi. Ma mia madre era davvero disperata ed ebbe coraggio di ripetere: “Padre, ve supplico. Diciteme na’parola sola. Non lasciatemi accussì. Allora Padre Pio, che era un uomo misericordioso e gran benefattore, le disse. “Te voglie tene’ contenta. Figliete sta buono. Vattene in pace. Solo che sta a na’vanna assai malamente. Ma sta buono”. Mia madre gli baciò le mani, o meglio le bende di cui erano coperte. Egli quasi si ritrasse. Poi andò via. Queste parole, poi riferitemi d mia madre, non le ho più dimenticate. Esse corrispondevano perfettamente alla mia situazione di quel momento. Ero impegnato ogni giorno , col mio reparto, in azioni pericolose, ma stavo bene. Finita la guerra, andai anch’io a San Giovanni Rotondo per confessarmi con Lui, come avevo già fatto all’atto della partenza di alcuni anni prima. Credetemi mi guardava come se mi riconoscesse, o riconoscesse in me quel figlio unico che lo aveva costretto a fare la “zingara”. Perciò ora la sua santità non mi sorprende. Penso vivesse già da prima di una vita soprannaturale. Il dramma del 25 aprile, poco a poco, sembrava attenuarsi, e con esso l’angosciosa clandestinità che era stata la salvezza. Privo di documenti, avevo aggiustata una carta d’identità scaduta del mio amico Gianni, divenendo così Ferrari Giovanni, nato a Roma nel 1919. Per suo tramite, ero riuscito ad avere anche dei fogli con l’intestazione e il timbro del comando partigiano “Giustizia e Libertà”. Decisi così di tentare il ritorno a casa. Un viaggio avventuroso, attraverso un’Italia a pezzi, mi portò da Torino a Genova in treno, sino a Rapallo in bicicletta (era la mia salvatrice in quei giorni; me l’aveva costruita pezzo per pezzo un bravo meccanico di Alessandria); da Rapallo a Pisa pigiato su un camion con la bici incastrata in una sponda; po, dopo una dormita all’ombra della torre, su un merci di fortuna sino a Roma. Qui pagai un biglietto salato su una corriera scassata che andava a Foggia (più volte dovemmo scendere per spingerla). Stentai a riconoscere la città, ove c’erano solo rovine. Sul cavalcavia per San Marco, miracolosamente rimasto indenne, un camion mi diede un passaggio. Arrivai all’improvviso. Conservo intatto il ricordo dell’incontro con i miei genitori, e mi commuovo ancora adesso a pensarci. La casa si riempì subito di tutti i parenti, e sino a sera tardi non so quante volte dovetti ripetere il mio racconto, o meglio quella parte che si poteva dire. Ero a casa e davvero in certi momenti avevo un disperato bisogno di rivederla. Specie in quei giorni del 25 aprile. Eppure, parte di me era rimasta là. Anni di dura militanza, specie l’ultimo nella Repubblica Sociale, ti restano dentro per sempre, con tutto ciò che hai visto, hai fatto o non fatto, i compagni caduti e quelli scampati, i momenti del sentimento, del pericolo e soprattutto dalla paura, si proprio quella che a volte ti salva. Ogni tanto prendo il telefono, con l’intento di chiamare qualcunio che ancora ricordo e che so dove trovare. Ma poi lo lascio. E’ passato tanto tempo. Potrebbe essere morto. Meglio non saperlo. Meglio mantenere la speranza che non tutto sia scomparso di quel tempo, di quella guerra che, brutta che sia stata, resta sempre come tutte le guerre, la più grande avventura dell’uomo. Ma devo ricostruire tutto nella testa, perché nessun segno materiale è rimasto: lettere, fotografie, divise, libri (tutti quelli in voga allora. Cronin, Steinbeck, Caldwel, Pearl Buck, gli ungheresi Kolmendi e Zilahj) lasciati tutti a causa della fuga precipitosa in quella notte del 25 aprile. Ed è la fortuna se la mia testa è ancora buona”.

 

 

*Gabriele Piccirella, Zucchero per Salò, San Marco in Lamis, Edizioni Le Nuove Muse, 2002

*Gabriele Piccirella, La sottile prima linea, San Marco in Lamis, Edizioni Le Nuove Muse, 2004

*Gabriele Piccirella, Un pesce con le stellette, San Marco in Lamis, Edizioni Le Nuove Muse, 2005

*Gabriele Piccirella, Un canto liscio, San Marco in Lamis, Edizioni Le Nuove Muse, 2005

* ed altri vv. ancora


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PESARO. Con vivo compiacimento e soddisfazione accolta, a Rignano Garganico,  l’avvenuta  premiazione in targa e in denaro della tesi di Laurea di un suo giovane concittadino, definita dalla giuria come la ‘migliore dell’anno’  2012. Si tratta di  Angelo Del Vecchio, laureatosi nella sessione autunnale dello scorso anno in Scienze Infermieristiche presso la  Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Bologna, sub sede di Rimini, discutendo, appunto,  la tesi “CleanHands – L’Enciclopedia delle mani pulite” (relatrice: prof.ssa G. Tura, co-relatrice inf. N. Marcatelli).

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