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IL PALEOLITICO DI GROTTA PAGLICCI DIMENTICATO DAI CIRCUITI CULTURALI CHE CONTANO? PDF Stampa E-mail
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Le news - Saperi & Sapori
Scritto da Administrator   
Giovedì 21 Novembre 2013 19:13

Dopo il ‘silenzio’ del 34° convegno di San Severo ecco che cosa bisogna sapere su giacimento preistorico

di Antonio Del Vecchio

RIGNANO GARGANICO. Ormai di Grotta Paglicci, noto sito paleolitico di fama mondiale, non se ne parla più non solo tra il grosso pubblico ma anche nei convegni scientifici a qualsiasi livello e sede.  E talvolta, quando se ne parla, lo si fa  in modo superficiale e senza cognizione alcuna del suo effettivo valore culturale. E così niente decollo turistico e ricaduta economica né per Rignano Garganico, né per il resto del Gargano e della Capitanata. Tutto questo accade da circa un decennio e coincide con il pensionamento di Arturo Palma di Cesnola, l’illustre accademico e scienziato della materia, che aveva guidato gli scavi per oltre trent’anni, scomparso da poco, e l’avvento al Comune e negli altri centri di spesa di amministratori poco sensibili e sprovveduti. E’ accaduto anche durante i lavori del 34° Convegno Nazionale  di Preistoria, Protostoria e Storia della Daunia, svoltosi sabato 16 e domenica 17 novembre u.s. presso l’Hotel Cicolella, a San Severo. Addirittura non c’era in discussione neppure il tema generale, ossia il Paleolitico. L’unico riferimento al Gargano – peraltro, trattato con dovizia di particolari scientifici dall’instancabile Armando Gravina, organizzatore dei lavori odierni e padre fondatore dell’importante appuntamento, nonché amico di lunga data di Rignano e Paglicci – ha riguardato talune pitture dell’età del bronzo (2000-1100 a.C. circa) e di tre nuovi dolmen, testimonianze segnalate, come si è avuto notizia, dal trentino Mario Fabbri e dal sammarchese Severino Stea, entrambi legati a filo doppio con Paglicci (quest’ultimo in veste di docente e preparata guida scolastica alle escursioni sul campo presso l’omonimo sito, il museo e i dolmen di Lamasecca e Madonna di Cristo). Per ovviare al problema, ecco che cosa bisogna sapere su Grotta Paglicci, prima di affrontare qualsiasi discorso di merito e di valorizzazione turistica di questo importante bene culturale. Il Paleolitico costituisce  il più lungo periodo della Preistoria umana. In Italia questo si stima presumibilmente sul milione di anni, comprendendo culture di Homo erectus (Paleolitico inferiore), poi Homo sapiens neanderthalensi (Paleolitico medio), poi Homo sapiens sapiens (Paleolitico superiore).

Durante il Paleolitico il Gargano costituisce l'habitat naturale più ambito dai nostri primitivi. E' un territorio privilegiato per diversi motivi, quali la varietà di paesaggio, la ricchezza di flora e di fauna, la presenza di ripari rocciosi e di grotte, l'abbondanza di selce per la costruzione di attrezzi ed utensili indispensabili per la vita quotidiana. Secondo gli studiosi, in ambito meridionale,  solo il Gargano ci mostra una straordinaria continuità ed organicità di popolamento, dalle più antiche manifestazioni del Paleolitico inferiore fino alle espressioni culturali più evolute del Paleolitico superiore.

All'interno del Promontorio il maggior giacimento è offerto dalla Grotta Paglicci. Alla scoperta di questa grande testimonianza del passato hanno concorso numerosi ricercatori che hanno operato negli anni tra la fine del secolo scorso e quello corrente. Il giacimento  è situato sulle pendici meridionali del Gargano, in territorio di Rignano Garganico, ponendosi esattamente a metà strada tra due ambienti diversi: in basso la piana infuocata del Tavoliere e in alto la montagna che dal primo gradone calcareo posto a 100 metri, raggiunge i 600 metri di altezza.

Dai 350 mila a 10 mila anni fa, per i caratteri fisici di tale territorio con macchie e i boschi percorsi da fiumi e torrenti in cui numerosa doveva essere la selvaggina, l'area è stata sempre abitata e così anche la Grotta Paglicci. La sua parte più antica è rappresentata dal riparo esterno, frequentata dall'uomo circa 500 mila anni fa.

Come già detto, le prime ricerche nell'area furono compiute dal Museo civico di Verona e dopo una interruzione di circa otto anni, durante la quale il sito venne esposto al saccheggio di scavatori clandestini, anche con l'utilizzo di esplosivo, le ricerche furono riprese fino a qualche tempo fa con il ritmo di una campagna all'anno.  Paglicci è nota agli studiosi non solo italiani ma anche stranieri per la straordinaria quantità di reperti (circa 40 mila) che ha fornito in numerosi campi, da quello più propriamente paleontologico, e relativo alla cultura sia materiale che spirituale dell'uomo, a quello della cronostratigrafia e della paleocologia fino a quello della paleoantropologia. L'esplorazione del giacimento ha condotto al riconoscimento di una complessa scansione stratigrafica e culturale. La sequenza abbraccia un periodo temporale lunghissimo che va, come indicato, da oltre 350 mila a 10 mila anni fa (soglie del Neolitico). Il riparo esterno presenta, su uno spessore di 8 metri, tre grandi unità stratigrafiche:  in basso troviamo un orizzonte del Paleolitico inferiore;  al centro, un orizzonte del Musteriano di tipo charenziano la quina;  in alto, un orizzonte Musteriano più evoluto (periodo: glaciale di Wurm; fauna: cavallo e cervo).

La sequenza della prima sala della Grotta ha uno spessore di 12 metri e comprende 26 strati con un gran numero di suddivisioni interne: siamo nel Paleolitico superiore (II, III e IV parte del glaciale di Wurm). Secondo la datazione del metodo del carbonio "C 14" si va dai 25 mila agli 11 mila anni da oggi. Negli strati più bassi è presente un orizzonte gravettiano evoluto; seguono quindi gli orizzonti riferiti al Gravettiano finale, all'Epigravettiano antico, a quello evoluto e al finale. Le faune di questa sequenza, unica in Italia come completezza, documentano fluttuazioni climatiche con punte fredde (stambecco e cavallo), alternate a momenti più temperati (cervo, cinghiale, eccetera).

Nella Grotta Paglicci sono presenti opere d'arte del Paleolitico superiore sia parietale che mobiliare su osso e su lastre di pietra. Nel primo caso si tratta di pitture in ocra rossa, uniche in Italia, rappresentanti figure di cavalli, impronte positive e negative di mani, la parte posteriore di un cavallo dipinto su un fenomeno di lastra calcarea distaccatasi dalla volta. Le prime sono localizzate in una saletta interna e risalirebbero ad un periodo che oscilla tra i 17 e i 22 mila fa

L'arte mobiliare è rappresentata da graffiti di soggetti zoomorfi su frammenti di osso e di pietra rinvenuti in vari strati del giacimento. Il più antico, 22 mila e 200 anni da oggi, rappresenta uno stambecco. Tutti gli altri, quali profili di bovidi, di cervidi, di cavalli, di uccelli e di strane figure geometriche, provengono dagli strati databili tra i 15.500 e gli 11 mila anni da oggi. Molto significativa una scena di caccia con un cavallo affiancato da cervi in fuga sotto una pioggia di dardi e un nido di uccelli insidiato da un serpente. Tra le figure rappresentate c'è anche il pinguino boreale, specie oggi estinta. Strani intacchi lineari sono stati rinvenuti su rocce componenti l'antica volta che farebbero pensare ad un antichissimo "calendario".

Da segnalare, inoltre, i graffiti rinvenuti tra il maggio 1996 e l'ottobre 1998, raffiguranti un Bos primigenius (uro scomparso), un cavallo sormontato da frecce e lance, una figura di cervide, quella di una "Venere" paleolitica e misteriose linee, schematiche e simmetriche, ritrovate su blocchi calcarei e ciottoli.

Ma la scoperta più sensazionale rimane, comunque, l'ultima: durante la campagna di scavo del 1998 sono stati rinvenuti dei resti ossei su cui compaiono enigmatiche sequenze di linee: gruppi di due, tre o quattro intacchi si intervallano tra di loro a formare quasi una rudimentale forma di scrittura. Scoperta che potrebbe rivoluzionare la convenzionale divisione tra storia e preistoria.

Anche con riferimento al culto dei morti, Paglicci offre testimonianze rilevanti. Nel 1971 alla superficie dello strato 22 del Gravettiano fu rinvenuto lo scheletro intero, risalente a circa 25 mila anni fa, di un giovinetto di circa tredici anni, ricoperto di ocra rossa, con una acconciatura sul capo composta da una trentina di denti forati di cervo e con un ricco corredo funebre formato da numerosi strumenti litici.

Nel 1988, non lontano dalla prima, è stata messa in luce una seconda sepoltura di un migliaio di anni più recente, ugualmente sotto ocra, e con corredo funebre rappresentato da uno scheletro intero di sesso femminile di circa ventidue anni, acconciata con un diadema sul capo formato da denti di cervo. Del volto si ha una ricostruzione al Dna realizzata dal Prof: Mallegni dell’Università di Pisa, unitamente a quelli di Giotto e del Conte Ugolini. Da numerosi strati (Gravettiano ed Epigravettiano) provengono frammenti di crani, di mandibole, di vertebre e di ossa lunghe, che potrebbero aver costituito una sorta di "reliquie". Lo fa pensare il ritrovamento di omeri di soggetti diversi accanto ad una sepoltura parziale, localizzata negli anni sessanta in uno strato dell'Epigravettiano finale risalente a circa 13.800 anni da oggi.  L'uomo del Paleolitico superiore di Paglicci, per l'elevata statura e per la struttura generale delle ossa craniche e post-craniali, appartiene al genere dell'Homo sapiens sapiens di razza Cro-Magnon. Non si esclude che dal deposito del riparo esterno, quasi tutto ancora da esplorare, possano emergere altri resti umani appartenenti a generi e razze ancora più arcaici.

Da evidenziare come finora i ritrovamenti hanno riguardato soltanto la parte più interna della caverna, usata dai primitivi come luogo di culto. Oggi la ricerca oltre ad interessare tale area della Grotta, si sta estendendo nella parte più arcaica e ricca di reperti del giacimento, il cosiddetto "riparo esterno", dove gli studiosi pensano di rintracciare resti e tracce di frequentazioni più estese in termini cronologici, fino a dimostrare l'esistenza nella zona di uno dei nostri avi più antichi, l'Homo erectus, più simile ad una scimmia che all'uomo moderno.

Fatta questa premessa necessaria per evidenziare il valore scientifico del sito, è di tutta evidenza come tale immenso patrimonio debba oramai ricevere il dovuto riconoscimento da parte dello Stato, non essendo più accettabile che l'opera di ricerca debba svolgersi esclusivamente sull'opera di talune benemerite istituzioni culturali quali le università e sull'attivismo volontaristico e meritorio di quanti, a livello locale, in primo luogo il Centro Studi  Paglicci, hanno per tutti questi anni lavorato per la tutela e la valorizzazione del sito preistorico.

Da qui la necessità di un disegno di legge da presentare e fare approvare con urgenza dal Parlamento, se mai sulla scorta di quanto già fatto nel 1998 ad opera dei deputati Marinacci ed altri, al fine di dare finalmente, dopo quasi un secolo dai primi scavi, un riconoscimento definitivo e concreto al sito quale testimonianza di un patrimonio unico per ricchezza di reperti del nostro passato remoto e che, in conseguenza del suo alto valore scientifico, deve trovare il sostegno da parte degli organi pubblici quale bene culturale appartenente all'intera collettività. Si tratta di un passo doveroso anche nei confronti della comunità scientifica internazionale che non ha mai fatto mancare il suo riconoscimento in merito all'importanza di Grotta Paglicci.

 

Fotografie:

- Scheletro della donna, fotografia scattata durante il disseppellimento (1988);

- Volto della donna, ricostruito con il Dna dal Prof. Mallegni dell’Università di Pisa.


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