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UNO DEGLI ULTIMI SOPRAVVISSUTI DELLA II GUERRA MONDIALE A SAN MARCO IN LAMIS PDF Stampa E-mail
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Martedì 19 Novembre 2013 19:51

L’aviere Raffaele Donatacci scampa alla morte nel lager, grazie al suo mestiere di barbiere

di Antonio Del Vecchio
SAN MARCO IN LAMIS. Raffaele Donatacci, classe 1922, soldato aviere, deportato nei campi di concentramento nazisti dal 1943 al 1945 è uno degli ultimi sopravvissuti della II Guerra Mondiale a  San Marco in Lamis. Dopo una serie di fortunose peripezie, prima sul fronte greco – albanese e poi in Germania , si salva alla fine, grazie alla sua bravura di barbiere. Ecco la sua storia. Dopo una vigilia trascorsa in casa, tra pianti, sospiri e raccomandazioni, finalmente giunge l’ora della partenza, quella verso l’ignoto: la guerra. E’ una delle tante mattine d’aprile del 1942 (il giorno non lo ricorda più). Accompagnato dai suoi familiari e con un fagotto contenente roba spicciola (biancheria intima e qualche tozzo di pane e formaggio) si reca in  Largo Piano, per prendere la corriera per Foggia. Qui ci sono anche altre reclute con i loro congiunti. Dopo alcuni minuti salgono sull’automezzo con il cuore in gola, che si mette subito in corsa, forse per alleviare il dolore del distacco, tra loro e il resto degli accompagnatori. Così è. Dopo Borgo Celano, cominciano a guardare al loro futuro. Alla Stazione di Foggia, un drappello del distretto militare, unitamente ai miliziani fascisti, fanno la conta e li smistano per le diverse destinazioni. Raffaele e tanti altri li costringono a salire sul treno per Lecce, e di qui auto - trasportati fino a Galatone, dove c’è un CAR dell’aeronautica militare. Dopo quaranta giorni di addestramento, diventati avieri, raggiungono, in treno, Mestre - Venezia, per proseguire poi, sempre con lo stesso mezzo fino ad Atene. Da qui  avrebbe dovuto, assieme ad altri commilitoni,  raggiungere per via aerea il fronte del Nord Africa, ma ciò non avviene, perché le forze dell’asse Germania - Italia, sconfitti dall’armata anglo-americana, hanno ormai da giorni raggiunto le medesime posizioni. A questo punto gli avieri , così come tutti gli altri soldati sono accasermati a Rodi sotto il comando italiano e destinati a difendere fino all’ultimo il cosiddetto Dodecanesimo, cioè le isole del mare Egeo. Ed è in questa città che Donatacci  si trova l’8 settembre del 1943, giorno dell’armistizio, ad assistere e a subire con tutti gli altri commilitoni gli avvenimenti e i rivolgimenti di fronte. Da alleati con i tedeschi, nel volgere di poche ore, diventano nemici. Per alcuni giorni si combattono, ma nel giro di poco tempo, Rodi, cade sotto il dominio dei tedeschi e da questi fatti prigionieri. La permanenza in quest’isola dura alcuni mesi, il rancio non esiste più,  si dà loro da mangiare un ‘filone’ di pane da  un chilogrammo e una scatoletta di carne di trecento grammi da dividere tra diciassette persone. “Che fame! – ricorda il nostro interlocutore - Con i greci dell’isola barattano indumenti, scarpe e oggetti vari, con cipolle che le mangiano lessate”. Dopo un breve periodo di sosta in quest’isola, i prigionieri sono  condotti per via aerea ad Atene ed ivi impegnati in lavori forzati per la costruzione di basi contraeree. Dopo qualche mese con un treno formato da carri – bestiame gli stessi raggiungono il campo di raccolta di Badhorb (nrd: località e nome, come tanti altri, sono stati cancellati dalla memoria collettiva). Il viaggio dura circa quindici giorni, nel vagone l’aviere è stipato con altri quaranta soldati. Si dorme accavallati l’uno sull’altro e i bisogni corporali vengono fatti in un secchio; questo secchio è appeso ad un gancio e quando il treno è in cammino oscilla, fa venire addosso  una pioggia di feci e urine. Dal campo di Badhorb centocinquanta di essi vengono tradotti a Russelsaim, paesino alla periferia di Offenbach (Francoforte) e tutte le mattine sotto stretta sorveglianza delle guardie vengono impegnati con i muratori nei lavori di restauro di  un ospedale della città, gravemente danneggiato da un bombardamento aereo. Il lavoro è inumano, le scarpe rotte, il vestiario scarso, quasi nudi e d’inverno con quel freddo, sono fuori ad impastare cemento e sabbia, per poi portare questo impasto con i cesti al primo o al secondo piano. Dopo un periodo di oltre un semestre Donatacci e suoi compagni sono trasferiti in una fabbrica di Wiesbaden, pure gravemente danneggiata dai bombardamenti aerei. Anche qui sono utilizzati per lavori di muratura, e anche qui, come a Russelsaim, sono costretti a dormire nelle baracche con i servizi igienici fuori all’aperto. Il pasto giornaliero consiste di qualche patata cotta con carote e un ‘filone’ di pane di poco più di un chilogrammo da dividere sempre tra diciassette persone. Da questa fabbrica, dopo qualche semestre, poiché gli Americani avanzano, per non farli liberare, li traducono a piedi verso l’interno della Germania. Questo calvario dura una quindicina di giorni: immaginate a piedi fare ogni giorno una quindicina di chilometri e oltre, con le guardie a fianco, che non si stancano mai di ripetere: “Auf auf!”. La sera quasi digiuni li portano a dormire nelle “pagliaie” dei contadini. Una mattina si trovano in un piccolissimo paesino e non vedono più le guardie. Raffaele  e pochi altri si recano in chiesa e con grande meraviglia un sacerdote in perfetto italiano dice: “Ragazzi, gli americani sono qua, siate bravi, non fate dispetti!”. Cessa così l’ odissea dell’aviere sammarchese. Tuttavia, non è  sempre così. Se Raffaele  è scampato finora alla morte, lo deve al mestiere di barbiere. In ogni dove è stato, tutti hanno ricevuto beneficio ed apprezzato questa nobile arte, soprattutto i vari ufficiali e comandanti. Così accade, anche se in modo più raro, durante la prigionia in Germania. Non appena si sa, tutti lo vogliono, come il famoso di Siviglia, soprattutto gli ufficiali. Da questa posizione, trova giovamento, sia come vitto che come divertimento. Tuttavia, la sua vista non si annebbia mai, perché si rende conto, analizzando il destino degli altri, l’enorme genocidio che si sta consumando. Tante volte vede camion stracarichi di ebrei diretti a questo o a quel campo di sterminio, come pure  vede tantissimi italiani soccombere sotto il peso del lavoro massacrante e la fame, mai soddisfatta. Allora soffre tantissimo e cerca di sostentare con il pane rubato questo o quel compagno di disavventura. Una volta, viene sorpreso durante la sua buona azione da un ufficiale tedesco, che lo blocca alle spalle con un duro strattone, dicendogli: “che fai? Lascialo crepare!” Si gira ed egli lo riconosce: è il suo barbiere. Pertanto, lo lascia, scusandosi: “non lo fare più!. Una volta lo salva, invece, la simpatia di una crocerossina. E’ quando si avventura, senza “passo”, all’interno del comando tedesco: è lì con la sua inseparabile ‘valigetta’ degli strumenti in cerca di capelli da tagliare. Al posto di blocco lo fermano le guardie, ma subito si fa avanti lei, dicendo: “mein liebe!” e passa. In un altro caso scampa dalle bombe americane. E’ il giorno di San Giuseppe. E’ intento, assieme ad altri compagni di sventura, a raccogliere patate nei pressi  del campo di concentramento, quando all’improvviso si ode il rombo ravvicinato di aerei. Si buttano a terra, rintanandosi nelle cavità di fortuna. Uno scoppio tremendo. Una di essa cade a vista d’occhio e le schegge volano a filo di testa, ma non lo colpiscono, per puro miracolo: “San Giuseppe ha accolto la mia giaculatoria”.-conclude la sua narrazione Donatacci.
Servizio già pubblicato da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Sta nel libro: Mai più /Testimonianze di Internati Militari Italiani scampati ai lager nazisti,  Foggia, Regione Puglia - Crsec, 2008, pp.76 – 77.

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