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Le news - Saperi & Sapori
Scritto da Administrator   
Giovedì 14 Novembre 2013 08:41

Tra i Sammarchesi caduti e reduci della II Guerra Mondiale, ecco la storia di un commilitone

di Antonio Del Vecchio

SAN MARCO IN LAMIS. Michele Aucello, scomparso alcuni anni or sono nella città che lo ha visto nascere nel 1911, fu uno dei pochi fortunati ad uscire sano e salvo dall’inferno di Dachau e a rientrare in patria, dopo la liberazione degli americani, alla fine di maggio del 1945. Ecco la storia della sua tragica e dolorosa esperienza, raccontataci per filo e per segno quando era ancora in vita. Richiamato alle armi nella Seconda Guerra Mondiale, lasciò San Marco nei primi mesi del 1940, impegnato come soldato di fanteria nelle operazioni interne. L’8 settembre ’43, giorno dell’armistizio si trovava a Peschiera. Qui venne fatto prigioniero con altre centinaia di commilitoni. Li fecero salire su un treno merci, sovraccarico di altri infelici, ed avviati in Germania. Dopo due giorni di massacrante ed indescrivibile viaggio, giunsero a Dachau, dove li fecero scendere per essere internati qualche ora dopo nel famigerato campo di concentramento (in verità di sterminio). Smistati e separati gli uni dagli altri, furono assegnati e sistemati nei vari ‘block’, cioè in grosse baracche di legno senza finestre, capaci di ospitare sino ad ottocento persone. Per circa un mese fu sottoposto ad una intensa cura ‘dimagrante’, mantenuto in vita con un tozzo di pane di segala e qualche mestolo di brodaglia. A ciò si aggiunga la ‘tortura’ conseguente all’isolamento linguistico, accomunato a prigionieri stranieri di varie nazionalità (Russi, Belgi, Tedeschi, Slavi, ecc.) e a quello epistolare, intrattenuto regolarmente fino al suo arresto con la famiglia e il paese. Insomma, cominciò a patire, sotto altra veste, le medesime pene dell’emigrante: nostalgia e difficoltà di inserimento. Dopo di che fu trasferito assieme ad altri in un paesino vicino, per la cosiddetta immatricolazione. Qui, a gruppi li fecero spogliare, per essere avviati, nudi, in mezzo alla neve e sotto una temperatura polare inferiore ai 20 gradi, alle docce-latrine situate ad una ventina di metri dagli spogliatoi. Furono sottoposti alle operazioni della tosatura, della depilazione e della disinfestazione, infine, della ‘vestizione’, mediante rozzi panni da campo. Si passò alla visita medica. Venne subito scartato, perché il suo pesò risultò essere di poco superiore ai quaranta chili. Cosicché, assieme, ad una cinquantina di altri derelitti, per via di peso e di malattia, fece ritorno al campo di concentramento, destinato a lavorare sino all’ultimo sforzo e a…morire, passando direttamente ai forni a gas, di cui si avvertiva l’acre odore di carne bruciata. Lo sfruttamento fu spietato. Sveglia alle quattro e poi via al lavoro fino al tramonto del sole in un appezzamento di terreno di una dbecina di ettari e forse più. Vi si coltivavano varie specie orticole ed erbe aromatiche: rape, cipolle, patate, basilico, sedano-prezzemolo, ecc. Il prodotto serviva ovviamente per sfamare migliaia e migliaia di compagni di disavventura. La fame si faceva sentire come non mai. Un giorno riuscì a mettere in tasca sei piccole patate. Ma fu scoperto. Il kapò gli fece somministrare con un’apposita mazza di ferro-piombo sei frustate sulla schiena. Sono dolori che avvertì sino alla fine e che lo facevano rabbrividire, dopo settant’anni dal triste evento. Ai forni crematori non c’era mai stato, ma ebbe notizia di quanto avveniva dai suoi compagni di ’cella’. Erano cose terribili ed indicibili ciò che gli raccontavano. Lo spettacolo quotidiano che di tanto in tanto riusciva a captare erano i camion carichi di decine e decine di cadaveri o di moribondi ammassati alla rinfusa diretti alla distruzione. Lo assicurarono, i soggetti appartenevano soltanto alla razza ebraica. Per mesi e mesi riuscì a resistere e a superare ogni fatica ed ogni sopruso. Finalmente giunse il giorno fatidico della liberazione: il 28 aprile 1945. Gli Americani fecero fuori o prigionieri le guardie tedesche. Nessuno si accorse di niente, disperati com’erano. Lo notarono soltanto qualche giorno dopo al rancio, che venne loro somministrato abbondante con carne e cioccolato. Il 28 maggio fu in Italia, a Bolzano. Il giorno successivo a San Marco, dove poté finalmente riabbracciare i suoi cari, dopo due anni di completo silenzio. E fu la vita. Nel 1982, ai sensi della legge 791/80, venne riconosciuto ‘ex-deportato’ e gratificato con un vitalizio. Un “miracolo” economico che accadde dopo 38 anni di sofferta attesa. Alcuni anni dopo gli fu conferita una medaglia al valore con targa. Un evento altrettanto miracoloso, che accettò con viva gratitudine, anche se giunto come l’altro con estremo ritardo. Insomma, meglio tardi che mai!

 

*Sta nel libro Mai più /Testimonianze di Internati Militari Italiani scampati ai lager nazisti, Crsec Foggia, Regione Puglia - Crsec, 2008, pp.76 – 77. Militari sammarchesi deceduti nei lager: Bonfitto Antonio (classe 1924), Centola Michele (1913), Iannantuono Gabriele (1919), Nardella Gabriele (1910), Nardella Michele (1916) e Rago Pasqualino (1915).


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