Antonio Del Vecchio
23/04/15

Apertura Museo di Paglicci: da anni si cercano le chiavi ma non si trovano, a Rignano Garganico di Antonio Del Vecchio

Rignano G. Lo strano graffito su ciottolo venuto alla luce a Grotta Paglicci Rignano G. Lo strano graffito su ciottolo venuto alla luce a Grotta Paglicci

RIGNANO GARGANICO. E' da un decennio circa che si attende l'apertura del Museo di Grotta Paglicci a Rignano Garganico,. Un obiettivo , più volte annunciato, ma finora sempre mancato, nonostante l’attivazione ed inaugurazione della vecchia sede municipale avvenuta qualche anno fa (Amministrazione Gisolfi), con l’arricchimento dell’ex- mostra iconografica, realizzata alcuni anni addietro da una nota Ditta foggiana e l’arrivo – inserimento di decine e decine  di  reperti paleolitici in originale, provenienti dall’Università di Siena.

 Il tutto, adeguatamente anticipato e supportato  dal centro multimediale. La prima costata circa un miliardo delle vecchie lire (Por, Comunità Montana del Gargano), la più recente  un milione e mezzo di euro (Pis, Parco Nazionale del Gargano).  Non si contano, poi,   le numerose pressioni in merito fatte puntualmente dalle associazioni locali, dagli organi di informazione, dalle scuole, dalle Istituzioni e persino dagli addetti ai lavori (anche se di diversa età e storia), come per esempio Raffaele Debiase della Soprintendenza foggiana dei BB.CC,  intervenuto qualche settimana fa “motu suo”, avendo accompagnato in paese, unitamente ad altri genitori, la quinta classe della “Montessori” del Capoluogo Dauno, di cui demmo notizia. Al termine, gli stessi sono andati via entusiasti e nel contempo soddisfatti per aver scoperto e contemplato un importante “bene culturale”, che altri, in Capitanata e in Puglia, ne ignorano ancora l’esistenza. Nulla è accaduto, nonostante  il costante impegno verbale dei vari sindaci ed assessori succedutisi nel corso di questi anni nel governo locale,  mentre continua a crescere l'interesse per il sito paleolitico. Un museo che doveva servire a portare turismo, lavoro e sviluppo, ma,  per le solite e deprecabili lentezze della burocrazia e soprattutto per il mancato controllo da parte della politica, rischia di diventare l'ennesima cattedrale nel deserto. A tal proposito vanno registrati gli enormi sforzi compiuti dal Centro Studi e dal Coordinamento "Amici di Paglicci" per il decollo turistico del paese, che tramutato in cifre significa migliaia di visitatori all'anno. Nel corso di questi anni sono tantissimi i personaggi importanti che hanno visitato il sito, a cominciare dai paleontologici intervenuti nel 1996 al Congresso Mondiale di Forlì e allo scrittore italo-argentino Mempo Giardinelli e alla presenza costante in tutte le manifestazioni sul tema di un grande letterato del Novecento, qual è il compianto Pasquale Soccio.  Ad accendere il costante  interesse negli ultimi decenni ha contribuito la singolare ricostruzione su basi scienti che (Dna) del volto della donna di Paglicci, vissuta oltre 23 mila anni fa,  che è diventata  l’attrattiva più importante del museo civico. Seguono, poi, le innumerevoli  testimonianze litiche, i graffiti su ossa di animali e su ciottoli calcarei, specie quello da “alfabeto Morse” che potrebbe rivelarsi presto una sorta di arcaica scrittura (si veda foto), i resti fossili di flora e di fauna e soprattutto gli scheletri umani, compreso quell’intero del giovinetto di 12 anni, della stessa razza cromagnoide della donna, ma vissuto duemila anni prima, studiato come accennato  da Francesco Mallegni. In tutto si tratta di un migliaio di reperti su un totale di circa quarantamila, venuti alla luce finora nel famoso ed inesauribile giacimento paleolitico.  Ad annunciare la ripresa dell’interesse comunale riguardo al rilancio del Museo, ci sta pensando da diversi mesi Michele Ciavarella, vice –sindaco e delegato al ramo in seno alla Giunta diretta da Vito Di Carlo. Quest’ultimo sta muovendo mari e monti, purché il Museo possa finalmente funzionare a pieno regime. Lo fa di persona, facendo su e giù da Bari. Lo fa indirettamente, rimanendo incollato al telefono più ore al giorno con Anna Maria Ronchitelli, responsabile del settore all’interno dell’Università di Siena, con Anna Maria Tunzi, funzionaria competente della Sovrintendenza Archeologica di Bari. Ci si sta muovendo persino  sul fronte ministeriale, a Roma presso Franceschini,  sia per il ripristino delle annuali campagne di scavo, interrottesi dieci anni or sono, sia per il riconoscimento Unesco, già concesso alle Grotte di Altamira in Spagna e  a quelle di Lascaux in Francia, tuttora funzionanti a pieno regime, diversamente da Paglicci,  sia sul piano della ricerca sia su quello della fruizione. Il sito di Paglicci non può essere trattato assolutamente  come oggetto secondario rispetto alle sue consorelle d’oltralpe,- ci dicono al Centro Studi Paglicci e al Comune -  anche perché il percorso preistorico e vitale non si sofferma solo al Paleolitico Superiore, ma si estende anche a quello Medio e Inferiore. Altre sorprese ancora potrebbero venire alla luce allorché sarà esaminato il deposito di 15 metri accumulatosi davanti all’ingresso dopo la caduta della volta del cosiddetto Riparo Esterno.  Vediamo di seguito quali sono gli altri punti fermi acquisiti  nella storia degli scavi a  Paglicci. Come risaputo, quest’ultimo,  già noto per le sue pitture parietali in ocra rossa di cavalli e mani, é senza ombra di dubbio uno dei siti preistorici più importanti d'Europa. A rendersene conto è un po' tutto il mondo scientifico del vecchio continente, a cominciare da tedeschi e francesi, che ormai all'antro rignanese hanno dedicato pagine e pagine di relazioni e scritti. Basta farsi un giro tra i vari siti internet che parlano di archeologia per avere una più esatta visione di ciò che diciamo. Ecco, in sintesi, la storia degli scavi e dei sensazionali ritrovamenti avvenuti finora. L'importanza di Grotta Paglicci - per i locali "Rotte de Jalarde", per via di un brigante, tale Gabriele Galardi da San Paolo di Civitate, che amava rifugiarsi al suo interno verso la seconda metà dell'Ottocento e che pare vi abbia seppellito un immane tesoro - fu intuita per la prima volta nel 1955 dal prof. Raffaello Battaglia, noto antropologo e paletnologo dell'Università di Padova, che visitò il luogo nel corso di ricerche preistoriche da lui condotte nel Gargano. Purtroppo, le condizioni del giacimento erano tali in quell'anno che lo studioso ne riportò una sensazione quasi negativa. Qualche anno più tardi a raccogliere l'eco della scoperta fu il Museo Civico di Storia Naturale di Verona. Scesero a Paglicci il geologo prof. Angelo Pasa e lo zoologo prof. Sandro Ruffo, che vi compirono un sopralluogo nel 1957. Il direttore del Museo veronese, il paletnologo prof. Francesco Zorzi, non tardò a recarsi a Rignano, accompagnato dal Pasa, dal prof. Fiorenzo Mancini dell'Università di Firenze, dall'allora studente Franco Mezzena e dal prof. Arturo Palma di Cesnola (attuale direttore degli scavi). Correva l'anno 1960. Da quest'ultima visita, durante la quale per altro avvenne il primo incontro sul posto col cercatore di tesori Leonardo Esposito (che cercava come un disperato il tesoro di Galardi), emersero subito il grande interesse rivestito dal giacimento e insieme l'urgenza di intervenire con lavori di scavo, onde evitare nuovi e irreparabili danneggiamenti. Così, l'anno seguente, il prof. Zorzi coadiuvato dal Pasa e dal Mezzena, iniziò una serie di campagne di scavi, che si protrassero fino al 1963 compreso ed ebbero come oggetto principale l'atrio della grotta. Nel corso di quel triennio, lo Zorzi, dopo aver demolito alcuni enormi blocchi di crollo che ingombravano il piano di calpestio, attraversò ben 6 metri di deposito paleolitico superiore, mettendo in luce, oltre ad una ricchissima industria litica e ad una gran quantità di elementi faunistici, interessanti oggetti d'arte sotto forma di graffiti su osso, e non pochi resti umani. Ma la scoperta più sensazionale fu certamente quella di una serie di pitture eseguite dai Paleolitici sulle pareti di una saletta lontana dall'imboccatura della grotta e accessibile attraverso un cunicolo dal soffitto assai basso.  E' pure di quegli anni il rinvenimento di graffiti sulla parete sinistra della grotta presso la sua imboccatura.  Dopo la pubblicazione delle foto e di una breve nota sui ritrovamenti, il nome di Paglicci cominciò a circolare nel mondo scientifico con una certa insistenza. Però, nel 1964, il prof. Zorzi, a causa di un male improvviso, scomparve lasciando gli scavi ad una lunga "vacatio" durata ben sette anni. Infatti, solo nel 1971, dopo un sopralluogo effettuato l'anno prima, l'attuale prof. Palma Di Cesnola, in collaborazione con il prof. Franco Mezzena e in compagnia di non pochi collaboratori, riprese gli scavi, provvedendo ad un primo parziale sgombero delle macerie provocate dall'Esposito nell'area del Riparo Esterno, e ad un saggio di scavo nel potente riempimento di esso (l'esistenza, all'esterno di un deposito più antico rispetto a quello della grotta era stata constatata dallo Zorzi e dal Mezzena fin dagli anni `60). Gli scavi dell'Università di Siena si protrassero nel Riparo durante tutto il Settembre 1971, estendendosi anche al deposito della prima sala della grotta. I risultati conseguiti in entrambi i settori del giacimento furono molto rilevanti: nel Riparo Esterno fu riconosciuta chiaramente una sequenza comprendente Paleolitico inferiore in basso e Paleolitico medio nei livelli soprastanti, con abbondanti resti paleontologici e paletnologici; nel deposito della grotta, dopo aver ritrovato il livello al quale gli scavi Zorzi si erano arrestati nel `63, si scavò fino ad oltre 8 m sotto il piano di calpestio della cavità, attraversando alcuni orizzonti del Paleolitico superiore di età più antica. Tra gli abbondantissimi reperti provenienti da tali orizzonti figurava anche un frammento d'osso graffito.  Alla base della sequenza stratigrafica esplorata gli studiosi incontrarono uno scheletro umano sotto ocra, con acconciatura di oggetti ornamentali e corredo funebre. Dato che la trincea di scavo ne aveva messo in luce solo il cranio e le ossa toraciche, si dovette procedere con urgenza ad allargarla, per poter scoprire anche il bacino e gli arti inferiori: ciò che fu realizzato nel Novembre dello stesso anno. Venne fuori lo scheletro di un giovinetto, attorno ai tredici anni di età, del tipo di Cro-Magnon, risalente a circa 25 mila anni da oggi. Non è tutto. Nel corso della medesima campagna di scavi venne sfiorato il fianco sinistro di una seconda sepoltura sotto ocra, di età leggermente più recente.  Mancando ancora a quell'epoca ogni protezione alla grotta, allo scopo di preservare la suddetta sepoltura da danneggiamenti ad opera di scavatori clandestini, i ricercatori furono costretti a colmare la trincea di terreno di vagliatura e blocchi di pietra. Dal 1972 iniziò a Paglicci, sempre a cura dell'Università di Siena, un nuovo ciclo di ricerche avente come oggetto principale il deposito del Paleolitico superiore della prima sala della grotta. Tale ciclo si è protratto fino ad oggi, con un ritmo di lavoro di una campagna all'anno in media (ma anche due). Durante questo lungo periodo sono da ricordare in particolare la messa a giorno della seconda sepoltura gravettiana (nel 1988), quella appunto della donna, già intravista nel 1971 e la scoperta di nuove manifestazioni d'arte paleolitica: numerosissimi graffiti e strani intacchi simmetrici su frammenti di pietra, di osso e su ciottolo (che oggi fanno pensare persino ad arcaiche forme di scrittura), una serie di incisioni prodotte su un grande blocco di crollo presso l'imboccatura della grotta, un frammento di lastra calcarea con porzione di figura dipinta. Cosa darà ancora alla luce la grotta? Sicuramente, come hanno più volte ricordato sia il prof. Palma Di Cesnola, sia il prof. Mezzena, durante le ultime conferenze-stampa di fine scavo, resti del Paleolitico Inferiore direttamente o indirettamente riconducibile ad una presenza nell'anfratto dell'Homo Erectus. Dal punto di vista della valorizzazione e della fruizione dell'area di scavo, diverse cose sono state fatte , probabilmente anche grazie ai due sodalizi che si sono occupati del giacimento: ieri ed oggi  il  Centro Studi Paglicci, diretto da Enzo Pazienza (che ha gestito in modo egregio  fino ad oggi sia la Mostra Iconografica Permanente sul sito paleolitico, sia “en passant” il Centro Multimediale ). L’altro denominato Comitato di Grotta Paglicci (oggi assorbito dal predetto Centro Studi), che per molti anni si occupò prevalentemente di valorizzazione del sito a livello informatico.  Lo dimostrano le tantissime iniziative intraprese dal suo principale animatore ed esperto (Angelo Del Vecchio), tra cui numerosi siti internet (www.paglicci.com; www.paglicci.isnet.it; http://paglicci.interfree.it e www.paglicci.wide.it il primo per cellulari Wap), due gruppi di discussione sul Web (http://it.egroups.com/group/paglicci. http://it.egroups.com/group/rignanonews), diversi volumi, visite guidate, oltre un milione di depliant, conferenze-stampa e convegni, collaborazioni con riviste e periodici di tipo turistico e archeologico. I siti del Comitato erano  continuamente aggiornati e seguivano passo dopo passo ogni campagna di scavo a Paglicci e nel resto dei giacimenti preistorici presenti sul territorio di Rignano (i Dolmen di Madonna di Cristo e di Lamasecca; Grotta Spagnoli; Grotta Trappedo; Grotta dei Miracoli; Grotta di Ividoro ed altri). Tra le chicche del sodalizio va sicuramente registrata la realizzazione di un cd-rom multimediale intitolato "A spasso nel tempo", presentato nell'agosto di alcuni anni fa presso il Municipio rignanese (E' richiedibile all'indirizzo e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.), una sorta di viaggio virtuale tra i tesori archeologici locali, accessibile persino ai non vedenti, e il primo libro elettronico su Paglicci scritto da Palma Di Cesnola ed edito in forma cartacea dal Crsec FG/27 della Regione Puglia. Lo stesso Comitato era stato artefice dell'ingresso di Grotta Paglicci nel perimetro del Parco Nazionale del Gargano (nell'aprile 2001). Nonostante tutto, solo da alcuni anni l'importanza della grotta ha attraversato i confini nazionali per raggiungere quelli europei e mondiali, grazie alla caparbietà degli studiosi e soprattutto alla riconosciuta estrema importanza dei suoi reperti, utili per mettere a posto i tanti tasselli mancanti alla conoscenza della preistoria umana. Oggi Paglicci, oltre che per i suoi reperti artistici, viene studiata in tutto il globo per le presenze umane in grotta. L'uomo della "Rotte de Jalarde" era dotato di una propria cultura, di proprio stile di vita, di una propria religione, di un proprio modo di realizzare armi e utensili per il cibo, che certamente lo contraddistinguono rispetto ad altre realtà similari. Ma la cosa che stupisce è l' enorme quantità di dati e di reperti che la grotta restituisce agli studiosi ad ogni campagna di scavo, ricerche che, tuttavia, a parere di molti, dovrebbero andare oltre gli attuali due appuntamenti annuali, magari prevedendo un vero e proprio "turn over" tra archeologi di varie università italiane e straniere. Ultima cosa, finalmente anche gli editori di libri scolastici e di enciclopedie si sono accorti del giacimento rignanese e lo hanno inserito, a giusta ragione, tra i capisaldi della preistoria mondiale.

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Antonio Del Vecchio

Già funzionario della Regione Puglia in campo culturale, giornalista e pubblicista. Ha diretto vari periodici con scritti a carattere politico e socio – culturale, tra Bari, Foggia e rispettive province.

Dal 1979 ha collaborato e collabora con testate, anche digitali, quali La Gazzetta del Mezzogiorno, l’Attacco, Garganopress, Sanmarcoinlamis.eu, Rignanonews.com.

E’ autore e curatore di parecchi volumi sui beni culturali, sulla storia locale, sull’emigrazione e sulle tradizioni di Rignano, del Gargano, della Puglia e dell'Italia.