Redazione
16/08/15

Ben vengano le manifestazioni ma non si offenda la memoria e la storia dei Corignano da Rignano Garganico

Per ridare dignità storico-culturale alle vicende umane, sociali e commerciali di una delle famiglie più in vista della Rignano signorile e nello specifico dei Corigliano è opportuno fare delle precisazioni. Ottima la scelta da parte di alcuni di riproporre abiti “d’epoca” e rinverdire una estate culturalmente piuttosto cupa per il più piccolo comune del Parco Nazionale del Gargano, ma non si diffondano notizie del tutto destituite di valore scientifico. Di seguito ri-pubblichiamo un opuscolo realizzato tempo fa dal giornalista, storico e scrittore Antonio Del Vecchio: La storia della famiglia Corigliano / Baroni e poi Marchesi di Rignano e di Villanova, e-book,  Rignano Garganico, 2012.

  

PREMESSA

 

Quella dei Corigliano è una delle famiglie più illustri e potenti del Meridione d’Italia. Attraverso i suoi titolari, essa governò ininterrottamente  il Feudo di Rignano per oltre due secoli e mezzo.

Un opuscolo dallo stesso titolo è già stato redatto e pubblicato, a cura di chi scrive,  in e-book nel 2012. Si spera di darlo alle stampe quanto prima. Tanto per poter soddisfare la richiesta dei lettori più anziani, non ancora avvezzi alla navigazione informatica. 

I  Corigliano sono originari di Salerno.

Durante l’anzidetto periodo, i Corigliano intrecciarono parentele con diversi nobili casati napoletani e molti rappresentanti di questo casato furono iscritti all’Ordine Cavalleresco di Malta.

Titoli: marchese di Rignano, patrizio di Lucera, predicato dei marchesi di Rignano.

Dimore: Rignano, Napoli, Foggia e Lucera. Iscritta nell’Elenco Ufficiale Italiano, anno 1922.

Stemma, costituito da uno scudo diviso a metà in senso verticale e recante a sx la figura di un leone rampante ritto sulle zampe posteriori; a dx, in alto la testa di una lupa e sotto l’effigie di una leonessa aureolata; a dx, in basso, quella di un giglio stilizzato (Palazzo Baronale).

Non dissimili le figure contenute in  altri tre stemmi, di cui due pure di fattura lapidea ritrovati nella diruta masseria di  Villanova (oggi di proprietà dei Terrenzio, antichi locati abruzzesi)mentre l’ultimo, forse il più appariscente e significativo della serie, è costituito da un dipint, che fino a qualche anno addietro, campeggiava in bella vista su una  parete all’interno della cappella del Casino di Piccirillo.

Ecco, in elenco, le biografie dei principali protagonisti.

           

 

 

 

Corigliano Troiano, barone (1599-1651) è il primo titolare del feudo di Rignano e Villanova. Si sposa nel 1629 con Caterina Gisolfo o Gisolfi (1612 – 1673), figlia di Vincenzo e Diana Carbone di Cerignola. Donna assai energica e decisa. Dopo la prematura morte del marito, amministra con sagacia e determinazione  il governo del casato, affrontando ad uno ad uno  i vari e irrisolti contenziosi, lasciatile in eredità. Non sempre vince, forse per pregiudizio di sesso e di temperamento. Eccone un esempio. La magnifica Caterina di solito ama soggiornare, per piacere o per disbrigo di faccende, nella sua dimora foggiana, dove fa venire il vino dalle sue masserie di

Rignano. Per tale motivo  viene contrastata dall’Università (Comune), che le intima di  pagare l’apposita gabella o a bere il vino del posto. Fa causa contro tutti, persino contro il fratello Gisolfo o Gisolfi, per i “beni dotali” negatile e forse dissipati. Quest’ultimo, pare che si sia trasferito stabilmente in paese, dopo la rovina per debiti della famiglia originaria. Nulla si sa di lui, né se abbia dato origine o meno all’attuale famiglia Gisolfi, presente nella storia demografica e civile rignanese sin dall’inizio dell’800. Caterina muore a Rignano il 12 settembre 1673*. 

*P.Doroteo Forte”Rignano Garganico”, Foggia, Gesù e Maria,1984, p. 116 

Corigliano Biasio Antonio (1640 – 1708), sposo di Isabella Doppola, nobildonna sipontina,  è barone nel 1679.  Si sa di loro da due lapidi funerarie, entrambe affisse sino a qualche tempo fa all’interno della Chiesa Matrice, sul muro perimetrale a sinistra dell’ingresso dell’attuale sagrestia con iscrizioni in latino. La prima riguarda la tomba della moglie Isabella, ma il testo è illeggibile. L’altra quella del marito Biasio, che tradotta si legge: “Biasio Antonio della nobile famiglia dei Corigliano / II Barone di Rignano di grandissima pietà / che gli amici poveri chiamavano uomo sommamente / magnanimo e sagacissimo nei consigli padre splendido / o per il resto in sé benefico e giusto / piangono la sua morte il giorno I delle idi / il figlio D. Troiano III Barone di Rignano / perché la pietà e l’amore filiale rimanesse vivo per il / padre estinto pose questa lapide non senza compianto.  

Corigliano Troiano (1656 – 1721), terzo barone di Rignano e di Villanova, sposandosi  con la nobildonna Anna Celentano*, diventa padre di  Domenico Antonio (1708 – 1770) e di Francesco Paolo (futuro titolare del feudo), dei sacerdoti don Gaetano, don Matteo e don Donato. Di  lui si ricorda la costruzione e dimora saltuaria presso la palazzina contigua al Convento di Stignano (riferimento dello storico, Tommaso Nardella), collegata tramite l’arcata, tuttora esistente, per poter agevolmente assistere alle funzioni religiose che si celebravano nella sottostante chiesa. Qui muore a 53 anni,  il 18 maggio 1757, la baronessa Celentano, confessata poco prima da Fr. Battista, lettore conventuale (Platea del 1763). 

*Celentano, famiglia patrizia originaria di Terra di Lavoro,  ottiene  il titolo di marchese da re Ferdinando IV di Borbone in persona di Giuseppe Liborio, concessione poi passata al fratello Francesco Paolo. Iscritta nell’Elenco Ufficiale Nobiliare Italiano 1922

Corigliano Francesco Paolo ((1702-1782), sposa donna Vittoria Corigliano (1704 – 1757)  e diventa genitore di Vincenzo,  di Michele (nato morto), di  Rosalia(1740 + ?), di don Rocco (1741 -1769), sacerdote. Della figlia Rosalia, la cronaca racconta che prima di sposarsi con il duca di Castelpizzuto, dona alla Madonna del Carmine un corpetto ricamato in oro (Platea del 1763). Il barone Francesco Paolo, fa la spola tra Rignano e Napoli, in quanto per 21 anni di seguito, assolve la nobile mansione di segretario particolare di Tanucci, il potente primo ministro di Carlo III di Borbone. Durante il suo mandato rifornisce la reggia di ogni ben di dio, proveniente dalle sue masserie. Sull’esempio di altri blasonati, provvede a trasformare la sua dimora di Rignano da Castello medievale a Palazzo , inglobando il tutto in una facciata di stile barocco, con portale in pietra “mandorlata” già usata per la realizzazione della reggia di Caserta. La data “1765” impressa sulla chiave d’arco del portale interno al cortile ne testimonia il poderoso intervento architettonico.   

Corigliano Vincenzo, V Barone di Rignano, sposa  donna Laura Pagano, nobildonna lucerina. Dal matrimonio nascono i figli: Domenico Antonio (cav. S.M.O. di Malta), Ferdinando e Filippo (benedettini a Montecassino), Salvatore (Cavaliere Gerosolimitano) che sposerà donna Giovanna dei marchesi Caravita*,  Vittoria, il conte Giovanni Tosti e Luigi Corigliano (marchese e intendente di Capitanata), sarà sposo di Maria Michela Del Pezzo dei Duchi di Caianello. Il nipote del barone, Vincenzo, come si dirà,  assumerà il titolo di ‘marchesino’ (futuro marchese) e nel 1829 rivestirà la prestigiosa carica di Ricevitore Generale della Reale Cassa del Tavoliere.

*Caravita dei Principi di Sirignano. Libro d’oro della nobilità del Mediterraneo

Corigliano Gaetano, rev. (1733 - 1812)*  dei Marchesi di Rignano e Villanova, figlio di Francesco Paolo e Vittoria Corigliano|. Dopo aver  completato il corso degli studi  nel collegio dei Nobili in Napoli, “pur essendo il più grande tra i fratelli e tuttavia abbandonando tutte le realtà terrene, preferì arruolarsi nella santa milizia sacerdotale. Rifulse mirabilmente per l’integrità dei costumi, la singolare beneficenza verso i poveri e le altre virtù cristiane. Visse  79 anni 2 mesi e 3 giorni, morì nell’anno 1812 della Redenzione. Tanto si evince in una lapide del monumento funebre, voluto “con animo grato” e fatto erigere nel 1836 all’interno della cappella della Madonna del Rosario (Chiesa  di San Domenico) in Lucera, da Domenico Corigliano, Cavaliere di Gerusalemme, perché non venisse meno del tutto la memoria di uno zio così illustre.

*Iscrizione in lapide (traduzione dal latino)

Corigliano Domenico (1771 – 1838) *. - Nato a Rignano Garganico (Foggia), feudo della famiglia elevato nel 1798 a marchesato, il 31 genn. 1771, da Vincenzo e da Laura Pagano, studiò a Napoli nel Collegio dei nobili.

Nel 1795 fu ammesso fra i cavalieri gerosolimitani, con i quali si recò a Malta nel 1797; ma dopo pochi mesi dovette abbandonare l'isola occupata dai Francesi. Tornato a Napoli, si dedicò alla musica, perfezionando con lo studio del contrappunto la prima istruzione musicale ricevuta al Collegio dei nobili. Il re Ferdinando I gli affidò numerosi incarichi di rilievo nel mondo musicale napoletano: fu per cinque anni membro della Real Deputazione degli Spettacoli, e il 28 nov. 1827 fu nominato governatore del conservatorio S. Pietro a Majella, carica da cui tuttavia diede le dimissioni il 5 genn. 1828. Amico di G. Crescentini, S. Mayr, G. Donizetti, fece parte di varie accademie, come la Società italiana di scienze, lettere ed arti di Livorno, l'Accademia filarmonica di Bergamo, l'Accademia filarmonica di Palermo. Va anche ricordato per aver fatto erigere un monumento nella cattedrale di Pozzuoli a G. B. Pergolesi, di cui possedeva l'autografo dello Stabat Mater, che lasciò al monastero di Montecassino. Morì a Napoli il 22 febbr. 1838. Opere. La produzione musicale del Corigliano. è costituita in massima parte di musica vocale da camera. Le sue ‘ ariette e cantatine’ per una o più voci ebbero molto successo nei salotti napoletani dell'epoca. Ne pubblicò numerose raccolte, prevalentemente su testo di P. Metastasio tra cui: Collezione completa di 15 cantatine per soprano con accompagnamento di pianoforte, op. 1, 2, 3, 4, 5, Napoli 1814; Sei ariette per soprano con accompagnamento di pianoforte, Napoli s. d.; Dodici ariette per soprano e pianoforte, Paris s. d.; Sei duettini per due soprani e pianoforte, Napoli s. d.; La lira sentimentale. Collezione completa di 36 scelte ariette per soprano e pianoforte, s. l. né d. ; Quattro ariette per soprano o tenore, Milano s. d.; Un Abocedario amoroso ... accomodato per ... voce di Soprano, Contralto, Tenore o Basso con acc. di pf., Napoli s. d.; due brani in L'orologio di Flora, Milano s. d.: Ildente di leone; Il vilucchio delle siepi.

*Dal Dizionario Biografico degli Italiani, v. 29 (1983); Domenico Corigliano, a cura di Salvatore Villani, Rignano Garganico, Centro Studi delle Tradizioni Pugliesi, 2009.

Corigliano Luigi (1773 - + ?), ultimo barone e primo marchese di Rignano sposa donna Maria Michela Del Pezzo dei Duchi di Caianello (1776 – 1844) e di scena nella prima metà dell’800. Figlio del barone Vincenzo e zio del marchesino Vincenzo. Dimora abitualmente a Napoli, saltuariamente a Foggia, Lucera, e nei suoi ‘eleganti ed ameni’ casini di Piccirillo e di Palagano, tuffati nel verde degli uliveti delle matine di Rignano (Manicone, Fisica Appula). Amministra un latifondo di circa 1000 ettari* di terra portata (coltivata a rotazione), situati nell’antica ed ex locazione doganale di “Arignano”. E’ “Versatissimo negli studi di agronomia” (C.Villani, Daunia inclita). Ed è per questo che ipotizza e realizza dopo molte peripezie il primo progetto di bonifica in Capitanata con il raddrizzamento del torrente Salsa e il prosciugamento delle marane prossime al Candelaro. Il fatto è ricordato in un documento del 1922. Nel 1814 sotto Murat è intendente di Capitanata. Il feudo del marchese, a cominciare dal 1811 inizia la sua parabola discendente ( smembramento ed assegnazione di una parte della posta della Montagnola all’Università di Rignano); nel 1814 è costretto a vendere i terreni della Rimonda ad Antonio M. Cafarelli e subito dopo il Casino di Palagano al notaio Biase De Maio. Nel 1833, a seguito del mancato pagamento di 943 ducati alla Reale Cassa del Tavoliere, il Ricevitore, marchesino Vincenzo, suo congiunto, dispone e gli fa sequestrare il 28 dicembre 1833 nel trappeto poco distante dal Casino di Piccirillo “300 tomoli di olive da macinare, 50 staia di olio lampante conservato in quattro sarole ed il frutto pendente stimato in 50 tomoli di olive…” nella vicina chiusa. Seguono altri riti simili e vendite all’asta in paese. Nel 1834 vende il Palazzo Baronale suddivise in quote, rispettivamente ai Sigg. Don Saverio De Maio, do Raffaele Martelli e preti Ricci, riservando per sé solo alcune stanza dell’annessa Torre, di cui non si servirà mai. Da 1844 al 1846 è a Lucera. Non si sa quando va via e dove muore. Il marchese Luigi va ricordato, infine, quale mecenate di Padre Antonio Fania, che lo visitò nell’ameno Casino (Piccirillo)* nel 1837 e nel 1839, quando ormai il suo protettore era un “amabile vecchio”.

*P.D.Forte, Rignano Garganico, 1984, p.134

*43 carra (860 versure), P.D. Forte, Rignano Garganico, 1984, p. 80

 

Corigliano Vincenzo, ultimo ‘marchesino’ di Rignano, lo troviamo ad operare a Foggia, come Ricevitore Generale della Reale Cassa del Tavoliere sotto il Commissario civile ed Intendente Nicola Santangelo*, chiamato a mettere un po’ di ordine da Ferdinando I. Suo braccio destro è appunto nel 1829 il predetto marchesino, nipote del nonno omonimo, che si rivela subito un zelante funzionario che non guarda in faccia a nessuno, pur di portare soldi alla finanza pubblica. Lo dimostra anche nei confronti dei familiari, a quanto si è scritto, come il marchese Luigi. Durante questo periodo Vincenzo dimora nel Real Palazzo n. 21 (radicalmente ristrutturato nei tempi passati e oggi adibito a sede della Prefettura). Frequenta e viene amato e temuto dalle famiglie ‘bene’ del tempo. Una certa sera è ospite in casa del marchese Filiasi. In una partita al così detto “echarté” con don Giuseppe Gonzales, sotto ingegnere ai ponti e alle strade, ambedue vengono ad acceso diverbio non si sa se per fatti di carte o di donne. Volano parole grosse. Sfida a duello con la pistola. Qualche giorno dopo, accompagnati dai rispettivi padrini, sono l’uno contro l’altro in aperta campagna. Spara prima l’uno e poi l’altro. Rimangono illesi e il caso si chiude là con il solito chiarimento e rappacificazione. Vincenzo Corigliano è presidente del Consiglio distrettuale nel 1853. Don Vincenzo diviene marchese di Rignano nel febbraio 1856. Il suo patrimonio consiste nel casino, olivetato, trappeto e seminativo al piano Gallucci di versure 86, con la rendita complessiva di lire 7528

 

*Nicola Santangelo (1785-1851)  Originario di Busso (Campobasso). Giurista per 16 anni Ministro degli Interni del Regno borbonico. Segretario dell'Intendenza in Terra di Lavoro (Caserta), poi Intendente in Basilicata, Calabria e a Foggia. Qui, promuove la nascita del Teatro Comunale e del Monte di Pietà, il riordino dei pascoli del Tavoliere.

*Polizia, Serie I. Fascio 172; P.D.Forte, Rignano Garganico, 1984, p. 44

 Corigliano Vittoria*, dei  marchesi di Rignano, figlia del barone Vincenzo, è proprio lei  ad accompagnare al Monastero di Montecassino il 9 maggio 1819 il piccolo conte Luigi, rimasto orfano del padre, appena bambino, assieme al fratello Massimino, il futuro giudice dei duchi di Valminuta. Lo affida alle cure dei monaci, in particolare ai fratelli Ferdinando e Filippo. Vittoria aveva sposato a Napoli il conte Giovanni Tosti ai primi dell’800, dove la famiglia di lui, originaria di Cosenza, si era trasferita da Gaeta, per via dei saccheggi compiuti in quelle terre dalle truppe francesi. La famiglia Tosti era stata insignita del titolo nobiliare sin dal 1736 da Carlo III di Borbone. Ecco, in sintesi, le principali notizie riguardanti la figura e le opere dell’illustre storico ed abate cassinese.

*Prospettive Vallefrediana”, bollettino dell’Associazione”Giudice Giovanni da Vallefreda”, numero unico, Vallemaio (Frosinone),  febbr. –marzo, 2011

 

Luigi Tosti nasce nel Capoluogo partenopeo  il 13 febbraio1811,  al quale vengono dati i nomi di Giuseppe, Maria, Luigi, Donato. A vent’anni, nel 1831, è il giovane Tosti a chiedere di fare il suo noviziato a Roma, in San Paolo. Completati gli studi , riceve l'ordinazione sacerdotale nel 1833. Tornato a Cassino, diviene lettore e insegnante di teologia all'Abbazia. In Montecassino, Luigi Tosti, concepisce nell’anno 1844 il disegno di fondare il periodico “L’Ateneo Italiano”*. Montecassino doveva essere la sede della rivista. L’Abate Tosti con “L’Ateneo”, intende raccogliere sotto il pensiero guelfo le più insigne intelligenze dell’epoca e fa della storia, della letteratura, della filosofia, delle scienze, le leve attraverso le quali si deve e può giungere all’Unificazione del territorio Nazionale. Collaboratori della rivista sono Vincenzo Gioberti, Silvio Pellico, Alessandro Manzoni, Cesare Cantù, Antonio Rosmini e Simplicio Pappalettere. I primi studi degni di rilievo dell'abate Tosti si hanno con i tre volumi della Storia della Badia di Monte Cassino, editi tra il 1842 e il 1843, e con la monografia di Bonifacio VIII del 1846. All’ombra della quercia del Tasso e di San Benedetto, il Tosti matura il suo volume: “La Storia della Lega Lombarda” è una delle pubblicazioni del Tosti fra le più drammatiche ed ardenti, la dedica al Pontefice, è una esaltazione di patriottismo: “Restituiteci o Beatissimo Padre, la bandiera che il terzo Alessandro nel dì del trionfo sospese al sepolcro del Beato Pietro: restituite ai nostri nepoti il retaggio degli avi, ecc.”. Per i seguaci il testo diventa un vessillo del Risorgimento. Per i conservatori, l’Abbazia di Montecassino è ritenuta “ un covo di sovversivi”. In  proposito il Croce ci tiene a precisare che la «tendenziosità» riscontrata nei lavori di questo filone pubblicistico apparteneva alla «forma più alta», in quanto i suoi maggiori esponenti (secondo il filosofo «fermissimi cattolici, tutti non meno fermi patrioti e liberali») applicavano quotidianamente tutto quanto avevano essi stessi delineato nelle loro opere, anche come insegnamento per il futuro”.  Nel 1848 pubblica Il veggente del sec. XIX, un opuscolo politico d'ispirazione giobertiana. Essendosi adoperato in virtù di siffatti scritti per ottenere l’abbandono da parte del Papa del potere temporale e scongiurare nel contempo la spedizione francese, lo stesso anno è costretto ad emigrare in Toscana. Ritorna a Montecassino nel 1850,  riprendendo i suoi studi di storia. Prendono corpo:  nel 1851, Storia di Abelardo; nel 1853, Storia del concilio di Costanza; nel 1856, Storia dello scisma greco; nel 1959, La contessa Matilde e i Romani pontefici. Dopo il 1870, rivolge  tutti i suoi sforzi a realizzare la soluzione della questione romana, incoraggiando un incontro chiarificatore tra il papa e il re. Lo ritenta invano nel 1887 con il suo autorevole intervento di mediazione e soprattutto attraverso un suo opuscolo, intitolato appunto “La Conciliazione”, sconfessato subito sia da Papa Leone XIII sia da re Umberto. Ritorna agli studi e corona la sua attività con  la Vita di S. Benedetto (edita nel 1891). Nel periodo 1886 – 1889 le  Opere sono raccolte  e pubblicate in 19 volumi. Muore nell’abbazia il 24 settembre del 1897.

*Prospettive Vallefrediana”, bollettino dell’Associazione”Giudice Giovanni da Vallefreda”, numero unico, Vallemaio (Frosinone),  febbr. –marzo, 2011

*TOSTI .  Famigliaoriginaria di Cosenza, aggregata alla nobiltà di Gaeta nel 1736 con titolo di conte palatino e con regio decreto del 9 maggio 1880 con quello di duca di Valminuta, titoli riconosciuti con D.M. del 1911 e del 1926.

 

PALAZZI, DIMORE E TENUTE

 

Il rapporto tra periferia e Centro in Capitanata è stato assai stretto e collaudato nel corso dei secoli passati. Lo è stato per motivi di prestigio e di rappresentatività , di necessità e  per doveri e uffici , significata spesso dalla esistenza di una prima o seconda dimora da parte della nobiltà e della  classe dirigente dell’epoca. Per esempio  c’è un palazzo, a Foggia, noto per essere stata proprietà  e residenza di una delle famiglie più rinomate e blasonate della Capitanata. Si tratta dei Corigliano,, signori di Rignano Garganico, l’ultimo dei quali Luigi, promosso da barone a marchese, dissipò tutto, dopo essersi distinto come intendente di Capitanata e soprattutto per essere stato  studioso ed autore del primo intervento di bonifica  di alcune zone paludose del Candelaro, ottenuta con la deviazione di uno dei suoi affluenti più pericolosi, come la Salsola. Cadde in “disgrazia” non tanto per i mutati tempi, quanto per i debiti contratti in quel di Napoli,  la vita agiata e spendereccia condotta in quel di Napoli, capitale del regno borbonico. Di palazzi e di ‘reali’ sedi di appoggio e di residenza più o meno stabile, se ne parla in vari documenti, ma dopo secoli è difficile individuarne qualcuna con precisione. Sicuramente una delle sedi “stabili” doveva essere propria quella di Lello Santoro, in via delle Maestre, emersa  alla ribalta negli ultimi tempi non solo  per via del dinamico proprietario che vi abita con la famiglia, quanto per l’originale architettura dei suoi interni e soprattutto per la scalinata di accesso ai piani superiori di ispirazione e fattura di scuola vanvitelliana, come lo è quella più nota e famosa del vicino Palazzo Dogana. Lello, questa storia la conosce bene, anche se occorre approfondirla con una ricerca più approfondita sui vari passaggi di proprietà dell’immobile che succedutisi prima e dopo Luigi Corigliano che sparì definitivamente dalle nostre terre, a partire dal 1835, con la vendita dell’ultimo gioiello di famiglia, ossia il Palazzo Baronale di Rignano, riservando per sé la torre, che in seguito non occuperà mai e si ignora il perché. Di una residenza foggiana dei Corigliano e di attività collegata (non si sa con certezza se sia quella di Santoro) se ne parla addirittura nella prima metà del ‘600. In proposito, riportiamo un significativo passo estrapolato dal libro Rignano Garganico, 1984 di P. Doroteo Forte: “…Il barone Troiano (Corigliano) morì nel 1651. Alla vedova baronessa Caterina (Gisolfo, nativa di Cerignola) si presentava un creditore, Giovanni Antonio De Ruggero, “razionale delle masserie del barone” per esigere la somma di 50 ducati dovutegli a titolo di salario per servizio prestato…e di altri 90 per aver servito il “quondam” barone nella città di Foggia come razionale dal 17 settembre 1650 a tutto settembre dell’anno successivo…La “magnifica Caterina” nella sua dimora foggiana faceva venire il vino dalle sue masserie di Rignano. Opposizione dell’Università (Comune) di Foggia che richiamava la baronessa a pagare la gabella, oppure a bere vino foggiano. Sicuramente dalla seconda metà  del ‘700 per lunghi periodi dovette soggiornare nella dimora del Capoluogo anche il barone Francesco Paolo Corigliano, figlio di un altro Troiano, di certo “suggestionato” dalla moglie Anna Celentano, appartenente ad una delle famiglie più prestigiose del Capoluogo. Ma non solo per questo, in quanto il barone era amante del “bello” e dell’arte. Tant’è che nel corso della sua esistenza, terminata nel 1782, aveva abbellito chiese e cappelle del suo tenimento, a cominciare dalla sua dimora locale, il palazzo baronale appunto, restaurato in tutto e per tutto alla luce del corrente stile architettonico dell’epoca, il barocco. Tutto questo  potrebbe  spiegare la sua massima “apertura” allo stil novo della scuola “vanvitelliana”, concretizzatosi anche nella seconda dimora foggiana.   Ed ancora  di casa dei Corigliano in Foggia se ne riparla nel 1829, allorché il marchesino Vincenzo Corigliano, nipote di Vincenzo e di ‘zio’ Luigi, fu “costretto” per molti anni per via del suo prestigioso ufficio a dimorare a Foggia nel Real Palazzo n 21. Infatti,  fu attivo braccio destro, in qualità di Ricevitore Generale della Real Cassa, di Nicola Santangelo, commissario civile e intendente del Tavoliere. C’è di più, la scoperta avvenuta tanti anni fa nel corso di lavori di restauro i del simbolo massonico apparso su una parete di una sala interna alla predetta casa. Tutto questo sta  a testimoniare di quanto era legato il casato alle idee nuove del liberalismo e del laicismo moderno. Lo sa bene un loro protetto  Padre Antonio Fania da Rignano, ministro generale mancato ai tempi di Pio IX e promosso vescovo in quel di Potenza e allontanato da Roma, in quanto libero pensatore ed estimatore di un amico caro dell’epoca, Pietro Giordani  noto per i suoi scritti e simpatie per la “squadra e il compasso”. Insomma, per saperne di più su questa nobile “magione” occorre ancora scandagliare nell’archivio di stato, specie nei fasci e fascicoli che riguardano la Dogana, II serie. Tanto consigliano gli storici e gli specialisti del campo

 

 

LA TENUTA CORIGLIANO

 

E’ con questo nome che da poco tempo si conosce oggi l’antico Casino Piccirillo, considerata una delle più belle e frequentate dimore rurali della famiglia dei Corigliano.  Per saperne di più si riporta un articolo apparso sulla testata digitale Rignanonews.

“Ha da poco aperto i battenti la Tenuta dei Corigliano, baroni e poi marchesi, titolari incontrastati per circa duecento cinquant’anni del feudo di Rignano Garganico. Si tratta di un Hotel – Restaurant a quattro stelle. Il complesso si trova alle radici del Gargano Meridionale, ad un chilometro circa da Villanova e a qualche centinaio di metri dalla pedegarganica, in un luogo   dove la natura si presenta ancora del tutto selvaggia ed incontaminata. L’antica ed amata dimora di campagna degli anzidetti nobili, diventata in seguito avviata ed attiva masseria dei nuovi ricchi,   spunta all’improvviso, con il suo tipico candore della pietra rimessa a nuovo, tra una selva di ulivi plurisecolari. Nel visitarla abbiano provato più o meno le stesse emozioni di Padre Michelangelo Manicone, che nella sua Fisica Appula, recita a proposito: “ Oh forestiere, vuoi tu godere d’inverno in Arignano? (Noi diremo in tutte le stagioni!). Calatene, e vattene a soggiornare ne’lieti casini del Marchese: oh quanto presto si apre colà la gentile primavera!…”.  Il tutto lo si deve, grazie alla posizione aerea che solleva la struttura di alcune decine di metri sul Tavoliere sottostante, alla gradevole ventilazione dei zefiri,  alla piscina scoperta, contornata di zampillanti fontane, di cui si è dotata negli ultimi tempi, in ossequio alle raccomandazioni fatte dallo stesso Manicone nella citata opera. E questo, in alternativa al grosso “pilone” di ieri che serviva per dissetare o detergere ‘ uomini e bestie’. “Dinanzi al casino - suggerisce il Manicone - ‘va costruita’ un’ampia vasca di viva pietra, dove Ninfe, e pastori, verseranno sempre limpide acque…  E poi, ormai ‘fissato’ sul tema del “mefitismo” che ai suoi tempi tormentava l’intera Capitanata, scrive più avanti: “E’ proprietà dell’acqua decomporre i gas acidi, e di purificare così l’aria atmosferica!... Ecco perché dinanzi ai casini formar deonsi delle ampie vasche, cavandosi dove si voglia, e si trova l’acqua sotto la superficie…”, come appunto è stato fatto dagli attuali  titolari della tenuta. Riguardo all’aggettivo “secolare” attribuito agli ulivi, troppo spesso abusato, nel caso in questione la verità è lapalissiana. A riferirne l’autenticità, è un documento di compravendita di un uliveto contiguo tra il Marchese Luigi e il notaio don Biase De Maio, popolarmente noto al momento col nome “Don Biase”.  In esso si afferma che il medesimo uliveto è stato piantato nel 1797. cioè un anno prima che il  barone Luigi ottenesse il titolo di  marchese. Al momento non è appurabile se la messa a coltura di essi sia avvenuta per semenzaio o per pali o rami prelevati da altri alberi. Circa la nuova denominazione data al complesso, occorre precisare che lo stesso era noto, fino a qualche anno fa, col nome di “Casino di Piccirillo”, così come pure l’intera contrada, certificata da una documentazione storica inoppugnabile.

Ed ora vediamo la struttura. Essa comprende un complesso di stabili, restituiti al loro antico splendore, attraverso un sapiente intervento di restauro conservativo nella fattura, ma moderno nella destinazione d’uso e funzione odierna dei vari locali. Si tratta di un vero e proprio ristorante – hotel di rango, cioè capace di rispondere alle esigenze di un pubblico raffinato ed amante  non solo della gastronomia genuina e dei prodotti tipici che offre il territorio, ma anche del paesaggio che lo circonda, dove persino nella stagione rigida – a quanto poeteggia P. Manicone – “ …flora e zefiro si ribaciano la prima volta, e vengono coperti di fiori, i mandorli, e orlati di bianchi fioretti i sentieri…” (Fis. Appula, tomo V, pag. 14).

Per di più vi si gode dalla modesta altura un panorama piuttosto ampio: di fronte la piana Tavoliere, che si presenta come un fazzoletto ricamato a scacchi,  a seconda delle diverse forme di proprietà e di coltura; più in là s’intravedono i vari centri abitati, compresi quelli del Sub Appennino con i tipici agglomerati di case bianche; a Nord, oltre agli scoscesi valloni e agli affioramenti rocciosi di Primaiula, si vede come se fosse ad un tiro di schioppo, Rignano, appollaiato sulla cima della montagna, come un guardiano che domina con le sue case che sembra come volersi rotolare giù per la ripida china. Vi sono quattro ampie sale per la ristorazione, ampiamente suggestive, perché uniscono coralmente le esigenze del palato con quelle dell’ospitalità. Ci sono anche i posti letti, per chi intende intrattenersi per qualche tempo a godersi la pace e il silenzio che vi regna sovrano nelle sue stanze, arredate di tutto punto di mobili d’epoca, quasi a restituirti un pezzo di storia di vita dei suoi antichi e nobili abitatori. Da visitare nei dintorni, c’è oltre alla contigua cappella gentilizia dei Corigliano, dove un tempo campeggiava sulla parete lo stemma nobiliare, ora accortamente riposto e custodito in casa dagli attuali possessori,  il trappeto della masseria e quello più antico, datato 1797, ubicato a poche centinaia di metri nella citata località denominata “Don Biase” ai piedi della Lama, pure posseduta un tempo dal marchese. Ed ancora è possibile ammirare l’agglomerato ‘misto’ di Piccirillo, in prossimità della pedegarganica, dove si trovano altri cimeli e riferimenti della nobile famiglia.

Qui , oltre a gustare pasti genuini, frutti della tradizione e della produzione locale, sono possibili organizzare, serate da ballo e di ascolto di buona musica,  meeting, congressi.

Domani si farà di più – a quanto ci assicurano i gestori – proprietari. Sono in fase di allestimento campi di calcetto, di pallavolo, di tennis, parco giochi, bocce, discoteca e animazione e quant’altro adatto per un soggiorno tranquillo e ricreativo per il corpo e lo spirito. Un ampio spazio sarà dedicato all’acculturazione degli ospiti, tramite l’organizzazione di mostre pittoriche e fotografiche, l’istituzione di una biblioteca corredata di testi sulla storia, le tradizioni locali e sui beni culturali ed ambientali, di documentazione originale e di quant’altro parlano del passato di questi luoghi e dell’intera Capitanata. 

La Tenuta Corigliano è un luogo ideale per piccoli e grandi eventi, come battesimi, prime comunioni, feste private e soprattutto per matrimoni. Qui per davvero l’avvenimento potrà essere, come si è solito dire, da “favola”, Infatti, per immortalarne la portata non occorre affatto spostarsi altrove, perché l’intero complesso e i dintorni son fatti di ‘cose’ antiche e di angoli suggestivi ed invidiabili, per pittori e fotografi. C’è poi la letteratura e la musica. Ambienti, luoghi e ricordi di vita vissuta traspirano da ogni dove  e stimolano la creatività e il talento nascosto degli utenti più sensibili. .

I servizi sono ottimi ed originali. C’è da ammirare perfino la ben conservata“toilette” , utilizzata dal marchese Luigi  sino al 1844, durante il suo soggiorno per affari o per vacanza, condivisa sicuramente dai familiari più intimi e dagli ospiti illustri che vi si recavano in visita, come per esempio il Vescovo Padre Antonio Fania da Rignano (nel 1837 e nel 1839), suo protetto e consigliere.

Insomma, se andiamo alla Tenuta e constatiamo di persona tali decantate bellezze, ci accorgeremo subito che il luogo dove stiamo è quello più originale e bello non solo del circondario e della provincia, ma dell’intera Puglia.

 

 

 

Bibliografia e fonti

 

- P.D. Forte, Rignano Garganico, Gesù Maria – Foggia, 1984

- P.D. Forte, Padre Antonio Fania da Rignano…, Bari, 1961

- A.  Del Vecchio, Rignano Garganico tra pietre e segni della storia, CRSEC, 1999

- La Chiesa Madre di Maria SS. Assunta, ricerca inedita  a cura di G. Del Re, CRSEC, 1988

- Platea delle quattro Cappelle di Rignano Garganico, 1763 (trascr. di A. Del Vecchio, inedita)

- S. Villani, Domenico Corigliano, Rignano G., Centro Studi Tradizioni Pugliesi, 2009

- C.Villani, Scrittori ed artisti pugliesi, Trani, 1904

- G. Del Re, Il Palazzo Baronale…, San Marco in L., Crsec Regione Puglia, 1989

- P. Di Cicco, Il Tavoliere di Puglia nella I metà del secolo XIX, Foggia, 1966

- M. Fraccacreta, Teatro topografico  storico poetico della Capitanata…, Napoli, 1834

- P. Sarnelli, Cronologia de’ vescovi et arcivescovi sipontini, Manfredonia, 1680

- Tommaso Nardella, Profili di storia dauna, Quaderni del Sud, S. Marco in L., 1993

- Dizionario Treccani; internet, araldica, Libro d’oro della nobiltà del Mediterraneoecc.

Documenti inediti:

-Atto di compravendita tra il marchese L. Corigliano e privati cittadini, 1834;

-Atto di compravendita tra il marchese L. Corigliano e il notaio Biase De Maio;

-Atto di divisione tra i Fratelli Raffaele e cav. Antonio De Maio;

-Comparsa conclusionale nella causa tra la nobildonna Vincenzina De Maio e  il Comune di Rignano.

Letto 1394 volte Ultima modifica il Domenica, 16 Agosto 2015 18:11
Vota questo articolo
(0 Voti)