Antonio Del Vecchio
24/04/15

P. Villani, "La Cumpagnia Scarpine" - Recensione di Francesco Gisolfi

<<A Pietro Villani. È sempre un piacere leggerti e comunicarti le mie impressioni. È un dono, questo, che apprezzo moltissimo e te ne ringrazio. Ti sei guadagnato il merito d’aver resuscitato e riportato tra noi, dopo 13 anni dalla scomparsa, con tutto il suo brio, con la sua battuta e con la sua ironia l’amico Michele Stilla, alias Scarpino, com’era conosciuto a tutta San Marco, a Rignano, a San Giovanni, ed oltre, a guardare la provenienza dei suoi clienti. La sua bottega è riaperta come per incanto ed entriamo a comprare 2 o 3 pezzi di carne.

Io non facevo parte della sua cumpagnia, alla quale fui invitato da Michele a farne parte: Vieni, vieni, ti divertirai tanto! C’è il tuo mondo, Michele Coco, Pierino Villani, Tonino Ceddia, Emanuele Centola e altri che tu certamente conosci. L’avessi ascoltato! Non immaginavo che la cumpagnia fosse così bella e divertente, come l’ha raccontata Pierino.  Ma ogni tanto passavo dalla sua bottega più per ascoltare qualche fatterello o qualche battuta che per comprare un po’ di carne. Tanto era l’appeal che emanava. Il ricordo che ne fa l’autore, che faceva parte della Cumpagnia, non è fatto di parole, ma è un’autentica rappresentazione: i personaggi, che recitano a perfezione, sfilano davanti a noi come in un teatro. Il protagonista assoluto rimane sempre lui dal principio alla fine. L’allegra compagnia delle scampagnate al bosco diventa compagnia teatrale e Scarpino le dà il nome ed ha come simbolo l’ironia e l’eleganza. Il nome Scarpine deriva da scarpe basse ed eleganti, che si calzavano il giorno di festa. Forse. Il lavoro è in due parti, la prima d’introduzione presenta Scarpino e la sua bottega per dove passavano tanti simpatici clienti; la seconda, fantasmagorica, folclorica e pirotecnica, presenta la scampagnata nel bosco della cumpagnia. A un cliente che si lamentava delle fisime della moglie, dice: Fa’ come me, in casa mia a dire l’ultima parola sono io: obbedisco!. Poi parlano di un cane, che a casa del padrone mangiava solo carne, a casa del contadino, a cui era stato affidato aveva imparato a mangiare solo patate e anche crude. A un altro cliente Scarpino dice che al cimitero era  scoppiata una bomba. Bilancio: tutti morti! La genèja diventa Guinea. A una cliente, che gli faceva notare che la carne era troppo bianca, dice:  Si vede che, quando l’ho ucciso, l’animale ha avuto paura! A un vecchio che gli tremava la mano, dice: Già tremi e non ti ho detto ancora il prezzo del capretto!  A un altro, che gli chiedeva due fettine, dice : Che hai ospiti?. Nella vecchiaia l’unica cosa dura è l’udito! Quel cliente, a cui aveva raccontato che a compare Francesco erano morte due mogli. A me manco una! La prima parte si chiude con quell’episodio dei due lestofanti falsi finanzieri che prendono in giro prima Scarpino e poi Gigino, che voleva farsi una risata su Scarpino. La seconda parte rappresenta la scampagnata al bosco. Troviamo le undici coppie che formavano la compagnia più bella di San Marco, forse del mondo. Tutti, più gli uomini, si esibiscono in spassosi sketches, canti e danze.  A tenere banco e a dare le carte è sempre Scarpino con Gigino Pignatelli, suo vero e proprio pendant e con Michele Coco nel canto. Mentre tutti gli altri hanno parti più modeste, cantano qualche canzone in lingua e in dialetto. È sempre lui a cantare e a raccontare. La musica e le canzoni sono intercalari ai suoi racconti e alle cantate.  Così troviamo il protagonista a Roma dov’era andato a trovare la sorella e a conoscere il cognato. Buona forchetta, che apprezzava molto le vivande che aveva portato da San Marco. Lo ritroviamo di ritorno da Bologna col figlio Teo. Vanno alla stazione, salgono sul treno e trovando i vagoni pieni pieni passano avanti fino a trovare un vagone tutto per loro. Poiché quel treno non partiva, manda il figlio a informarsi. Il figlio di ritorno gli dice: Quei  fessi - così aveva chiamato i viaggiatori assiepati nei vagoni- sono partiti, mentre i dritti sono rimasti!. Avevano preso un treno morto. Così il caso di quel disoccupato, che mandato dal sindaco a lavorare nel cimitero, leggendo sulle le lapidi: Qui riposa… Qui riposa… esclama: Che fossi solo io quel fesso che lavora!. Come quando sul viale a uno che gli domandava che faceva, dice : Sto cercando un furgone per andare a ritirare a Parigi il soggiorno che aveva vinto. Come a quella donna, che gli sbatte sul bancone un pugno di piombo che aveva trovato nella carne. E lui tra sé: Senza contare  quello che ho tirato io!. Come quando Compare Michele va a comprare da Pontonio un cappotto, senza maniche, perché a sentire il prezzo gli erano cadute le braccia! Come quando al maestro Potenza, che ricordava a uno di andarsi a ritirare le foto, quel tizio risponde: In Australia non ci vado più, le foto le puoi vendere a qualche altro! Un brigadiere e un appuntato entrano in bar, il brigadiere chiede all’appuntato cosa voleva e l’appuntato: Quello che prendi tu. Il brigadiere  ordina due caffè e l’appuntato subito: Due caffè! E la  cumpagnia per tutta la scampagnata cantava, mangiava e beveva, beveva e man mano che i fumi dell’alcol salivano alla testa tutto diventava più allegro. La lingua d’origine è il dialetto, il testo è stato scritto in dialetto sammarchese, continuan-do la lunga e gloriosa tradizione di Borazio, di Tusiani e di Aucello con la traduzione in lingua a fianco e meno male che non si è partito dall’italiano per arrivare al dialetto: sarebbe stato un disastro. Si sarebbero  perse le caratteristiche del dialetto sammarchese, Per esempio, coppola, il tipico berretto siciliano, è rimasto coppola anche in italiano, mentre doveva essere berretto, il copricapo dei militari. ll costrutto e la coordinazione e la subordinazione delle preposizioni, la cadenza, la semplicità delle espressioni, la crudezza di certi detti dialettali sono rimasti. Così possiamo ammirare le bellezze del dialetto, che ancora oggi è parlato e scritto. La traduzione è scialba, perché si riporta il costrutto semplice del dialetto con le caratteristiche, che qualificano e abbelliscono il dialetto. Queste caratteristiche, che non stanno bene in lingua, rendono musicale, bello e unico il dialetto sammarchese. Come riconoscimento della sua sammarchesità gli amministratori comunali farebbero bene a dedicargli una strada, un circolo. Non a Michele Stilla, ma a Scarpino. Quanti lo conobbero e gli rimasero affezionati, se lo aspettano. È stato un personaggio, che ha incarnato e manifestato in toto lo spirito sammarchese. Nel momento culminante del finale travolgente … dove sta Scarpì? dove sta Scarpi? ECCOLO nella maschera che ne ha fatto l’autore, l’amico Pietro Villani. Con affetto e stima. Rignano Garganico Gennaio 2015. Francesco Gisolfi>>.

 

 

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Antonio Del Vecchio

Già funzionario della Regione Puglia in campo culturale, giornalista e pubblicista. Ha diretto vari periodici con scritti a carattere politico e socio – culturale, tra Bari, Foggia e rispettive province.

Dal 1979 ha collaborato e collabora con testate, anche digitali, quali La Gazzetta del Mezzogiorno, l’Attacco, Garganopress, Sanmarcoinlamis.eu, Rignanonews.com.

E’ autore e curatore di parecchi volumi sui beni culturali, sulla storia locale, sull’emigrazione e sulle tradizioni di Rignano, del Gargano, della Puglia e dell'Italia.