Antonio Del Vecchio
03/09/14

IO PARTO, NON SO SE RITORNO recensione di Vincenzo Sfirro

Nella lettera al critico francese monsieur Chauvet, Alessandro Manzoni spiega quali sono i compiti dello storico e quali quelli del poeta.

Secondo l’autore italiano allo storico spetta il compito di ricostruire i fatti così come sono accaduti, gli eventi nudi e crudi in maniera fredda e distaccata, non falsati dai sentimenti e dalle simpatie politiche di chi scrive; mentre al poeta spetta un compito differente: egli deve indagare, grazie alla sua sensibilità e alla sua ispirazione, i sentimenti delle persone che hanno fatto la storia, il poeta studia gli individui e, provando a immedesimarsi in loro, cerca di comprendere e immaginare le gioie, i dolori, i pensieri e le passioni che hanno potuto spingere ciascuno a fare determinate scelte, a operare in un certo modo piuttosto che in un altro o a prendere delle decisioni piuttosto che altre. Questa premessa per spiegare che il libro di cui si sta parlando è quasi un ibrido: infatti non è una poesia, ma parla di sentimenti, è un’opera di carattere storico, ma non è una fredda e distaccata successione di eventi. Del resto come si potrebbero riportare con di stacco le vicende dei protagonisti di quest’opera, che furono genitori per alcuni, nonni per altri e bisnonni per i lettori più giovani, con le loro vite, tutte ugualmente sconvolte dallo scoppio della seconda guerra mondiale. Di essi, in molti casi, là dove le testimonianze epistolari lo permettono, è possibile leggere e comprendere l’angoscia, i sentimenti e le preoccupazioni per la propria sorte e quella del conflitto in corso: i mariti, impegnati a combattere sul fronte, scrivono alle proprie mogli, i figli scrivono ai propri genitori, e in ogni lettera c’è l’angoscia di chi, in regime di guerra o di prigionia, non sa se rivedrà mai la libertà, ma c’è anche chi, stando a casa, aspetta la risposta di una lettera che non arriverà mai. Proprio per questo motivo, per il legame di parentela che lega i lettori e persino l’autore ai protagonisti di questo libro, non si può parlare di un racconto freddo e distaccato dei fatti, ma sono presenti apici di intensità poetica laddove prevale il sentimento dei soldati che esprimono i propri sentimenti alle famiglie lontane. Guardando la storia contemporaneamente, sia dal punto di vista dello storico che del poeta, ci si rende conto che al di là dei numeri usati per individuare il numero di soldati impegnati sul fronte, o per individuare la quantità di soldati morti o sopravvissuti a seguito di questo immane conflitto, ci sono dei sentimenti, delle emozioni. Per ogni singolo soldato morto c’è alle spalle la disperazione di una famiglia, e, se ogni nucleo familiare è composto da più persone, l’effetto di ogni singola morte andrebbe moltiplicato almeno per il numero dei parenti vicini alla vittima. I dati riportano che solo in Italia la Seconda Guerra Mondiale provocò circa 400.000 morti tra soldati e civili, ma dietro ogni unità di questo grandissimo numero c’è la sofferenza di un numero ben più grande di persone. È questo rapporto che tale libro, proprio perché ci è molto vicino dal punto di vista affettivo, dovrebbe aiutarci a capire in questo clima di guerre e di tensioni internazionali.

Letto 1056 volte Ultima modifica il Mercoledì, 03 Settembre 2014 12:05
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Antonio Del Vecchio

Già funzionario della Regione Puglia in campo culturale, giornalista e pubblicista. Ha diretto vari periodici con scritti a carattere politico e socio – culturale, tra Bari, Foggia e rispettive province.

Dal 1979 ha collaborato e collabora con testate, anche digitali, quali La Gazzetta del Mezzogiorno, l’Attacco, Garganopress, Sanmarcoinlamis.eu, Rignanonews.com.

E’ autore e curatore di parecchi volumi sui beni culturali, sulla storia locale, sull’emigrazione e sulle tradizioni di Rignano, del Gargano, della Puglia e dell'Italia.