Antonio Del Vecchio
12/12/13

Il rignanese Michele Caruso scampò ai tedeschi e ai partigiani di Tito

RIGNANO GARGANICO. La storia di guerra di Michele Caruso, scomparso qualche anno fa, è alquanto avventurosa, intervallata com’è da improvvisi colpi di scena, capovolgimenti di fronte e fortuite coincidenti. Grazie al suo innato “savoir faire” riesce addirittura a sfuggire alla deportazione. La sua classe d’età, 1924, fu l’ultima ad essere chiamata alle armi, con considerevole anticipo, nella Seconda Guerra Mondiale. Il giorno della partenza lo ricorda bene, il 16 agosto 1943, perché in paese si celebravano le festività più importanti dell’anno in onore dei Santi Patroni, S.Rocco e l’Assunta. Era ancora buio pesto, quando lo venne a svegliare suo padre Giuseppe, dicendogli:”Su Michele, il carretto per Foggia ci aspetta”.

Si riferiva a quello messo a disposizione da compare Nunzio, noto agricoltore del posto ed esperto in questo tipo di viaggi. La sua masseria in pianura si trovava, infatti, sulla strada di ‘La Motta’ ( località nei pressi dello scalo ferroviario di Rignano), a quei tempi la più sicura e percorribile verso il Capoluogo. E qui il compare ci andava per provviste, almeno una volta alla settimana. Il suo “trainozzo” (biroccio) stretto e lungo, a quattro posti, era di tipo leggero. Per cui la giumenta lo tirava volentieri e , a trotto sostenuto, impiegava circa due ore per raggiungere la città. Quella mattina Michele si alzò mal volentieri e tutto frastornato, perché era poco convinto sulla bontà di quella partenza. E questo a giusta ragione. Sul governo e sulla guerra da qualche mese se ne dicevano di cotte e di crude. Il 25 luglio era caduto il Fascismo e la guerra era ormai ritenuta persa. Caruso ricorda che lo stesso giorno, mentre si trovava in piazza con alcuni compagni, l’allora podestà, don Raffaele De Maio, si affacciò al balcone di Palazzo Baronale e con giubilo annunciò gridando: “Cittadini, è caduto …è caduto…è caduto!”. Il riferimento era all’esito del Gran Consiglio, che, su sollecitazione di Achille Grandi, aveva decretato con un ordine del giorno la fine del regime e di Mussolini, notizia diffusa a più riprese in quel momento dalla radio. Comunque, non tutti gioirono in paese, alcuni gerarchi locali, come il segretario del fascio, i capi delle camere sindacali dell’Agricoltura e dell’Industria ed altri, se la presero a male e cominciarono a volare parole grosse, come: “Traditori…traditori! “. Al momento del commiato attorno al giovane c’era l’intera famiglia e i vicini di casa. Tutti lo abbracciarono commossi e addolorati, specie sua madre: “Meché – disse con le lagrime agli occhi- fatti forza, San Rocco ti salverà!”. Dopo di che la recluta prese la valigetta e un fagottino con dentro dei viveri (mezza pagnotta di pane, una bottiglia da mezzo litro di vino e un pezzo di formaggio pecorino), insieme al padre salirono sul carretto e ci misero in viaggio verso la loro destinazione.Due ore dopo arrivarono alla stazione di Foggia, dove c’era un viavai frenetico di militari italiani, di tedeschi e di ferrovieri, molti dei quali sarebbero periti qualche giorno dopo sotto le macerie causate dai bombardamenti degli americani. Salutati i compagni di viaggio, Caruso si intruppò con gli altri richiamati, sotto la guida di un sergente italiano. In quel momento, si accorse che il padre lo seguiva con la coda degli occhi, visibilmente preoccupato. Lo fece fino a quando spari nella folla diretto al treno, che di lì a poco lo avrebbe trascinato verso l’ignoto destino. Dopo un’ora circa il treno fece la sua prima tappa alla stazione di Rignano-Scalo e con somma sorpresa rivide il padre Giuseppe, giunto sul posto poco prima per via dei ritardi accumulati dal mezzo. Si abbracciarono nuovamente. Giuseppe restò fermo sul marciapiede fino alla partenza del convoglio. Il viaggio fu lungo, a causa delle innumerevoli fermate. Ad ogni stazione saliva sul treno un gruppo di coetanei, arruolato come lui per dar man forte alle caserme di frontiera. Giunto a Gradisca, insieme agli altri, raggiunsero l’edificio militare dove era alloggiato il 24° Reggimento di Fanteria. Il numero gli piacque subito, perché coincideva, a suo dire, con la stessa sua classe d’età. Qui, oltre che a marciare e ad obbedire, impararono subito l’uso delle armi. Per cui nel giro di pochi giorni diventarono perfetti soldati e pronti per andare al fronte. Un certo giorno Il giovane Caruso fu chiamato a rapporto dal comandante di compagnia che gli chiese se sapesse suonare qualche strumento musicale. Rispose affermativamente: il tamburo. Insieme a suo padre erano, infatti, componenti della banda del paese. “Sta bene- disse il suo interlocutore- vatti a preparare, ti mando in licenza a prendere lo strumento in paese”. La sera stessa partì. Giunto a casa, rimediò subito il tamburo, grazie alla benevolenza dell’associazione, proprietaria dello strumento. In quei giorni di permanenza, il giovane provò spesso la tentazione di non tornare più in caserma e di darsi alla macchia, perché a lui non piaceva affatto la guerra e il fascismo, tanto più i tedeschi, di cui non sopportava l’arroganza e la crudeltà. Fu distolto, perché se fosse rimasto, avrebbe rischiato il peggio. Forse la galera o la fucilazione per mano tedesca. Giunto a destinazione, fu assegnato alla banda militare, scelta che egli accolse con grande sollievo, perché gli avrebbe evitato di finire sui fronti di guerra. Nei giorni successivi gli avvenimenti precipitarono. Il governo Badoglio l’8 settembre aveva firmato l’armistizio. Gli americani erano sbarcati a Salerno. I tedeschi indietreggiavano verso il Centro-Nord. Nelle caserme italiane regnava la confusione. L’esercito in diversi fronti si sfarinava tra collaborazionisti ed oppositori. Questi ultimi venivano fatti prigionieri ed inviati ai lavori forzati nei campi di concentramento in Germania. La resistenza italiana moltiplicava i suoi blitz in ogni regione, contraccambiati dai tedeschi, con eccidi, uccisioni e deportazioni di massa. Tutto questo opprimeva i fanti ed in ognuno di loro cresceva la paura e la voglia di abbandonare ogni cosa e fuggire. Fu proprio allora che accadde l’irreparabile. Il comandante del 24° Reggimento diede ordine di raggiungere immediatamente Gorizia, dove Tito, comandante dei partigiani slavi avrebbe tenuto in serata un comizio in piazza. Ci andarono e con altre migliaia di soldati italiani, accasermati nelle vicinanze, circondarono la piazza. Tito cominciò a parlare, applaudito di tanto in tanto dal coro dei suoi partigiani, riconoscibili non tanto per le divise grigio verdi che indossavano, quanto per la stella rossa che avevano sul basco a barchetta. C’erano soggetti di varia età e sesso, perfino dei ragazzi. Rivolgendosi alle truppe ospiti, Tito disse: “Soldati italiani, la guerra fascista è perduta, lasciate le armi e tornate a casa! “. Al termine tutti fecero ritorno alle loro rispettive dimore. Durante la notte, un sottotenente barese, sapendo che Caruso era foggiano, lo svegliò, invitandolo a fuggire con lui. Non si aspettava di meglio. Dopo pochi minuti si trovarono davanti al muro di cinta, che scavalcarono, non visti, nella parte più bassa. Una volta fuori, si allontanarono di corsa e si misero in cammino in direzione di Padova. Intanto, i fuggitivi avevano buttato via per precauzione le loro divise, indossando gli antichi abiti borghesi, custoditi nello zaino. Dopo diverse ore raggiunsero la stazione. Qui notarono un assembramento di soldati tedeschi e di SS, Michele si spaventò, voleva tornare indietro, per proseguire a piedi il viaggio attraverso le campagne. Ma il suo amico gli fece osservare subito:” Senza treno, non si va da nessuna parte”. Ed aveva ragione. Infatti, erano tantissimi i chilometri che li separavano dalle loro città! In attesa del da farsi, si misero a sbirciare, nascosti dietro un pilastro, lo spettacolo che si parava davanti, che era davvero terribile. I soldati tedeschi con il calcio dei moschetti spingevano una moltitudine di gente, costringendola a salire su un treno merci. L’insieme era composto in massima parte da prigionieri italiani con divise trascurate e senza ‘mostrine’ né gradi di appartenenza, frammisti ad uomini senz’età con i vestiti a pezzi e lo sguardo assente, seguiti a loro volta da decine e decine di anziani, donne e bambini impauriti e piangenti. Erano i deportati ai campi di concentramento, non si sa quanti di stirpe italiana e quanti di razza ebraica. Ad un tratto i due spettatori furono distolti da un rumore di scarpe chiodate. Era un drappello di tedeschi in perlustrazione da quelle parti. Il sottotenente sparì subito, inghiottito dal vicino sottopassaggio, Caruso indugiò e fu fermato. Mentre egli tremava come una foglia, gli si avvicinò il Kapò e dopo averlo squadrato in lungo e in largo, convinto dalla sua statura e fattura di adolescente (aveva 19 anni, ma ne dimostrava molto di meno, per via dei patimenti subiti prima e durante il mio forzato arruolamento) lo congedò, lasciandolo libero al suo destino. Non perse tempo ed in un baleno raggiunse il suo compagno. Uscirono fuori della stazione e si confusero con la marea di gente che si assembrava in quei paraggi, in attesa di un treno che li portasse verso la libertà. La sera stessa, i due s’imbatterono con uno come loro, che li accompagnò ad un treno merci diretto a Ravenna. Da qui fino alla linea adriatica fu uno scherzo. Salirono su un treno, quello che li avrebbe portato a casa. Era già stracarico di passeggeri, ammassati nei corridoi come sardine. Ma ad ogni stazione di fermata il fiume ingrossava sempre di più, a causa dei nuovi arrivi, costringendo a stiparsi ancora di più, fino a riempire ogni spazio utile, compresi i bagni. Altri furono costretti a trovare sistemazione addirittura sui tetti dei vagoni. Dopo non sono quante ore di lento viaggio, all’altezza di Ancona accadde la disgrazia. Il braccio di sospensione della caldaia motrice si sfilò dalla sue sede operativa e si abbatté con violenza sulle teste di alcuni passeggeri assiepati sul tetto più vicino. Si contarono cinque o sei morti, ammazzati dalla voglia di tornare a casa ad ogni costo e con ogni mezzo, come i due, insomma. In quasi tutte le stazioni i reduci erano accolti dalle popolazioni locali con grande giubilo, rifocillandoli con acqua e qualche tozzo di pane. Ciò che si soffriva maggiormente era soprattutto la sete. Il nostro interlocutore racconta che in una stazione vicino Pescara (non ricorda il nome) un compagno di sorte, affacciatosi dal finestrino, dopo aver scolato con avidità l’intero contenuto di una brocca di acqua che gli aveva porto dal marciapiede una donna, si sentì male e pochi minuti dopo spirò. E questo per via della forte disidratazione che aveva accumulato durante il tragitto. Il viaggio proseguì tranquillo fino alla stazione di Poggio Imperiale, alle porte del Gargano. A questo punto decisero di scendere, per evitare brutti incontri di tedeschi in quel di San Severo, Detto, fatto. Ad incoraggiarli fu un altro compagno di viaggio, un sammarchese. Così a piedi raggiunsero, guidati da quest’ultimo, lo scalo di San Marco. Qui con somma sorpresa li accolse una jeep tedesca, che li caricò subito e prese il via verso San Severo. Durante il tragitto Michele notò che il sottotenente farfugliava non so che cosa con il guidatore tedesco. Lo capì con i fatti. Ad un tratto l’automezzo, fatta una rapida inversione di marcia, li riportò al punto di prima. Quindi, salirono la montagna, per via Iancuglia, e in poco tempo arrivarono nei pressi di Rignano. Fu allora, che il barese, lo lasciò solo, rifiutando risolutamente l’ospitalità della sua famiglia, per proseguire, sempre a piedi, verso la sua città, che avrebbe dovuto raggiungere, a suo dire, entro l’indomani, per impedire non so quale evento. Con ogni probabilità si trattava di donne e di tradimenti. Del sottotenente non si è saputo più nulla. Raggiunto il paese, da cui mancava appena da un mese, tutti si congratularono per il suo scampato pericolo: la deportazione.

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Antonio Del Vecchio

Già funzionario della Regione Puglia in campo culturale, giornalista e pubblicista. Ha diretto vari periodici con scritti a carattere politico e socio – culturale, tra Bari, Foggia e rispettive province.

Dal 1979 ha collaborato e collabora con testate, anche digitali, quali La Gazzetta del Mezzogiorno, l’Attacco, Garganopress, Sanmarcoinlamis.eu, Rignanonews.com.

E’ autore e curatore di parecchi volumi sui beni culturali, sulla storia locale, sull’emigrazione e sulle tradizioni di Rignano, del Gargano, della Puglia e dell'Italia.