Antonio Del Vecchio
02/03/14

Il carabiniere rignanese Antonio Villani sparì ai confini d'Italia in circostanze misteriose

Antonio Villani, il carabiniere rignanese scomparso ai confini d'Italia nella II Guerra Antonio Villani, il carabiniere rignanese scomparso ai confini d'Italia nella II Guerra

 

RIGNANO GARGANICO. Durante la Seconda Guerra Mondiale i Carabinieri operarono su tutti gli scacchieri operativi, dai deserti africani ai fronti dei Balcani, a quello della Russia. In complesso ebbe 4618 caduti, 15124 feriti (inclusi 2735 caduti e 6521 feriti durante la Resistenza) e 578 dispersi. Tra questi, in elenco, c’è anche Antonio Villani  di Rignano Garganico, che i pochi rimasti di pari età ancora ricordano come alto (per quei tempi!), bello di aspetto e gentile di cuore.  

Egli nacque l’1/2/1921da Andrea e Vincenza Di Claudio nella casa avita di Via Forno, 10 pt. Fin da piccolo il suo destino era segnato, come d’altronde per il resto dell’infanzia d’allora: fare il pastore - allevatore come il padre e i nonni oppure messo al soldo del padrone presso qualche sperduta masseria della piana sottostante. In età scolare si rivelò presto un bambino molto perspicace e intelligente, tanto che gli insegnanti, presolo a simpatia, convinsero i genitori a fargli proseguire gli studi almeno fino alla licenza elementare.  E così avvenne. Dopo di che si diede al lavoro per guadagnare il tozzo di pane quotidiano per sé e la famiglia che non navigava affatto nell’oro. Ma lo fece di contro voglia. Il suo pensiero fisso era quello di andar via da Rignano e cercar fortuna altrove. L’occasione si presentò quando stava per scoccare per lui il diciottesimo anno, ossia la maggior età. Un giorno si presentò a casa sua il comandante della locale stazione CC che lo invogliò ad arruolarsi nell’Arma. Ci avrebbe messo la sua buona parola. Fece domanda e nel giro di appena un mese fu chiamato al corso di addestramento. Compiuto il quale fu assegnato al presidio di Gorizia per servizi ora di qua or di là dai confini urbani. Per via del suo attaccamento al dovere e la puntualità nell’esecuzione delle varie incombenze di volta in volta affidategli, si conquistò sin dal primo momento la simpatia e l’ammirazione dei suoi superiori, che ricambiarono concedendogli di tanto in tanto delle licenze premio. Solitamente ne trascorreva in gran parte il riposo - svago tra le mura domestiche, in quanto il paese era del tutto privo dei suoi compagni, ormai attivi sui vari fronti di guerra. Lo fu anche in occasione della sua ultima venuta nell’aprile del 1943. La serata prima della sua ennesima ripartenza - ci racconta il nipote Nicola -  la trascorse fino ad ora tardi nella cantina di ‘Scia Razièlle, la cantinére” (la Signora Graziella, la cantiniera) ad ubriacarsi assieme ai pochi anziani del luogo. Forse  perché la sua ragazza gli aveva opposto il diniego e forse ancora di più per dimenticare gli affanni  della guerra che nelle zone di confine dove lui era impegnato si palpava in ogni dove, specie nelle zone occupate dell’Istria e della Dalmazia, per via delle opposte etnie ed anche per via della guerriglia partigiana che di tanto in tanto si faceva sentire per le sue micidiali bravure ed attentati. Chissà! Quando tornò brillo a casa, prese in braccio Nicolino e lo coccolò fino a quando non si addormentò tra le sue braccia. Il resto della serata, anzi della nottata, lo trascorse  circondato da tutti i familiari vicini e lontani come nelle grandi occasioni, tra chiacchiere e pressanti raccomandazioni, fino a quando si congedarono tutti tra abbracci e lacrime. “Prese la corriera per Foggia (via San Marco in Lamis) – ci dice Nunzia Lonero (classe 1920). Erano quasi le due di pomeriggio. Io mi trovavo nei pressi della casa di mia cognata “Raffaéle”  di fronte alla torre quando egli passò davanti, accompagnato dai suoi famigliari. Ebbi un sussulto, perché la sua partenza mi ricordava mio marito lontano, in guerra a Rodi Egeo. Il carabiniere mi salutò con un cenno di mano e sparì subito dalla mia vista”. Il nipote Nicola: “Il rapporto epistolare tra mio zio e la famiglia continuò per altri mesi ancora fino ai primi giorni di settembre. Dopo di che nessuna altra notizia, nonostante le pressanti ricerche fatte dai nonni e dall’intera famiglia in ogni dove. Di mio zio nessuna traccia, fino a quando non arrivò la dichiarazione di morte da parte del Ministero: 28 febbraio 1944, luogo sconosciuto. Per altre vie ci racconta il nostro interlocutore abbiamo saputo che la sua caserma fu minata e incendiata dai partigiani  e che lo zio morì assieme ai suoi compagni d’armi tra le fiamme”. Sicuramente si tratta del noto attentato alla centrale idroelettrica di Bretto Inferiore o di un episodio simile accaduto non si sa dove (erano circa 200 i CC impegnati in zona). Al riguardo le versioni sono contrastanti. Agli inizi del 1944 fu deciso di chiudere per sempre la caserma dei carabinieri di Bretto Inferiore e di istituire un distaccamento di 16 militari (qualche fonte parla di 20) più un sottufficiale (il brigadiere Perpignano) presso la vicina centrale idroelettrica, ritenuto un obiettivo militare di primaria importanza dagli alleati tedeschi, perché serviva a far muovere la fabbrica di produzione del piombo “Predil”, materia prima indispensabile per la guerra. I militari presero possesso dell’anzidetta casermetta di guardia il 28 gennaio 1944. Due mesi dopo, precisamente  Il 23 marzo, la centrale elettrica, attaccata dai partigiani, fu minata e distrutta unitamente allo stabile dei CC. I suoi occupanti furono presi prigionieri e poi uccisi durante la fuga dai sequestratori non si sa come e perché. I loro corpi furono ritrovati a distanza di poco tempo ammassati in una grotta e poi riconosciuti e ricomposti in una tomba su cui fu posta una lapide con i loro nomi scolpiti a perenne ricordo del loro sacrificio. Degli altri cinque (o otto) in forza al 28 gennaio nessuno seppe più nulla, né tanto meno qualche storico e ricercatore avanzò  qualche ipotesi sulla loro identità e fine. Forse tra questi c’era anche il nostro carabiniere che oggi attende assieme agli altri di essere riconosciuto ed onorato dalla memoria collettiva.

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Antonio Del Vecchio

Già funzionario della Regione Puglia in campo culturale, giornalista e pubblicista. Ha diretto vari periodici con scritti a carattere politico e socio – culturale, tra Bari, Foggia e rispettive province.

Dal 1979 ha collaborato e collabora con testate, anche digitali, quali La Gazzetta del Mezzogiorno, l’Attacco, Garganopress, Sanmarcoinlamis.eu, Rignanonews.com.

E’ autore e curatore di parecchi volumi sui beni culturali, sulla storia locale, sull’emigrazione e sulle tradizioni di Rignano, del Gargano, della Puglia e dell'Italia.