Antonio Del Vecchio
18/01/14

Giovanni Resta e Angelo Radatti, le vittime rignanesi dell'affondamento dell'Oria nella II Guerra Mondiale

Giovanni Resta nasce a Rignano Garganico il 16.2.1912 da Giuseppe e Longo Teresa. Dopo la trafila dell’aggiornamento istruttivo trascorso al gruppo misto di Barletta, anche egli s’imbarca a Bari assieme ad altri commilitoni, tra cui alcuni rignanesi, e sbarca a Rodi Egeo il giorno successivo. Qui viene aggregato al 9 Reggimento di Fanteria di stanza in questa isola madre assieme alle altre truppe e al comando supremo del Dodecaneso, sia civile che militare.

Nei primi due anni il soldato trascorre come tutti gli altri una esistenza quasi tranquilla, intrattenendo con la moglie Mariettina una discreta corrispondenza e scambio di foto. Ma tutto finisce dopo l’8 Settembre. Il contatto con lui e gli altri compaesani s’interrompe improvvisamente. Non filtrano notizie sulla loro esistenza. A cominciare dall’aprile del 1945 cominciano a rientrare i primi rignanesi. Tutti sperano che lo sarà per tutti. Si sbagliano. Di alcuni si sa subito la morte in battaglia, di altri la speranza diventa un lumicino. Li chiamano dispersi. Se saprà della loro presunta fine solo alla fine del decennio, allorché si occuperà del caso un’apposita Commissione interministeriale che utilizzerà ogni forma di approfondimento pur di mettere a punto la formazione e sostituzione degli atti di morte e di nascita non redatti, andati perduti o distrutti a causa o durante gli eventi bellici. Da uno dei tanti verbali di ‘scomparizione’ e di  dichiarazione di morte presunta stilati dalla predetta Commissione e controllati dal Tribunale di Foggia, uno o forse due di essi sono stati trasmessi e registrati presso l’anagrafe del Comune di Rignano Garganico nell’ottobre 1949. Per esempio,  risulta finalmente chiara la posizione del soldato Resta. Nell’apposito registro, si legge, infatti, che egli era presente a bordo del piroscafo di cui non si conosce il nome. Ma oggi lo si sa , grazie al racconto dei sopravvissuti e al fortuito  ritrovamento del registro degli imbarcati, di cui si dirà.  Si tratta di una nave norvegese del 1920 (2127 tonnellate). Dopo una permanenza di qualche anno nella flotta francese nel 1942 ripassa nelle mani del proprietario originario  che la ribattezza col nome di Oria e affidata ad una  compagnia tedesca di Amburgo. Essa è tra le cosiddette ‘carrette’ utilizzate dai tedeschi  per il trasporto dei prigionieri italiani dalle isole egee al continente. L’Oria parte da Rodi nel pomeriggio  dell’11 febbraio ’44. Precisamente alle ore 17,30 diretta al Pireo in Grecia. Ha a bordo 4046 prigionieri (43 ufficiali, 118 sottufficiali, 3885 soldati), 90 tedeschi di guardia o di passaggio. Ma il predetto piroscafo, colto da una furiosa tempesta naufraga – a quanto recita il verbale comunale - la sera stessa della partenza nel mare Egeo in prossimità dello scoglio di Medina (fondali dell’isola di Patroclo) contro il quale aveva urtato. Non va giù  a picco, ma rimane fuori d’acqua la prua, incastrata com’è tra gli scogli in una posizione non dissimile da quella della ‘Costa Concordia’ dei tempi recenti. Cosicché il giorno successivo arrivati sul posto dal Pireo tre rimorchiatori italiani e due greci, sfidando l’inclemenza delle onde, tentano di avvicinarsi al relitto emergente. Si riesce a salvare alcuni naufraghi, chi in mare, chi nella parte asciutta della prua, dove si erano nel frattempo concentrati quelli più fortunati. Il grosso del carico umano era, invece,  già annegato nella parte sommersa.  Ad agire è soprattutto il personale del Vulcano che con fiamme ossidriche riescono ad aprire qualche squarcio. Altri sono riusciti a farcela da soli ancor prima, stando al racconto di qualche superstite, rompendo l’oblò e buttandosi in acqua. Il giorno successivo entra in azione anche il Titano, che salvano altre cinque persone che sembrano quasi “impazziti”, secondo quanto riportato dal diario di bordo del naviglio salvatore. Al termine, rispondono positivamente all’appello 37 italiani, 6 tedeschi, un greco, 5 uomini dell’equipaggio, incluso il comandante,capitano Bearne Rasmussen,  e il primo ufficiale di macchina. Il soldato Resta ovviamente non è compreso tra questi, come pure il suo compaesano Angelo Radatti (classe 1912). Lo si saprà con certezza solo in tempi più vicini a noi con l’avvenuto ritrovamento dell’elenco degli imbarcati. Infatti,  trascritti sullo stesso rigo, leggiamo entrambi i nomi, quasi a suggellare il loro tragico destino.  E grazie a questo documento che si ha finalmente la matematica certezza della loro morte e la possibilità di versare qualche lacrima in direzione delle spoglie che giacciono negli abissi di quel tratto di mare, oggetti di ricerca oggigiorno da parte di  coraggiosi ed eroici sub. 

Letto 1424 volte Ultima modifica il Domenica, 19 Gennaio 2014 13:10
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Antonio Del Vecchio

Già funzionario della Regione Puglia in campo culturale, giornalista e pubblicista. Ha diretto vari periodici con scritti a carattere politico e socio – culturale, tra Bari, Foggia e rispettive province.

Dal 1979 ha collaborato e collabora con testate, anche digitali, quali La Gazzetta del Mezzogiorno, l’Attacco, Garganopress, Sanmarcoinlamis.eu, Rignanonews.com.

E’ autore e curatore di parecchi volumi sui beni culturali, sulla storia locale, sull’emigrazione e sulle tradizioni di Rignano, del Gargano, della Puglia e dell'Italia.