Antonio Del Vecchio
11/06/15

A Sant’Antonio”favece tonne”: La mietitura nella seconda metà dell’800 a Rignano Garganico

Rignano G. Visto dalla sottostante piana Rignano G. Visto dalla sottostante piana

RIGNANO GARGANICO.  Nella seconda metà dell’Ottocento il lavoro nei campi della piana di Rignano Garganico era estremamente duro e sacrificato.

Lo era per l’assenza della meccanizzazione, di là da venire, per il clima asfissiante, per le condizioni sanitarie e vitali pessime e per la malaria e il tifo incombente. Lo era in tutte le stagioni e le attività agricole dell’anno: dalla semina al diserbo, dalla mietitura alla pesatura e pulitura del grano. Il tutto si svolgeva e si reggeva sulla forza delle braccia e con l’aiuto dei quadrupedi. Ecco quanto accadeva durante la mietitura nel racconto di seguito. Lo stesso è tratto dal romanzo verista Rosedda di Giulio Ricci (riedito a cura di scrive, Regione Puglia, 2001, pagine 31 – 34), ben significato dall’antico proverbio “rignanese – garganico” : a Sant’Antonio “favece tonne” (a Sant’Antonio, falce tonda, ossia pronta per l’uso), di cui già demmo notizia qualche giorno fa. <<…La lunga fila dei mietitori lavorava a staglio da l’alba, sudanti sangue sotto i raggi del sole che bruciava il cranio; lavoravano in silenzio, contenti del chilo di pane mezzo cotto, duro come un macigno e pieno di piccole pietruzze che scricchiolavano sotto le mascelle e scheggiavano i denti; lavoravano in silenzio fortunati di trovare pronto quel litro d’aceto che li avvelenava; lavoravano soddisfatti di dormire sopra un fosso di strame e di portare alla fine della mietitura poche lire alle loro famiglie ed i germi del tifo nel loro cervello. Eppure, con le spalle incurvate, sotto il peso immane del lavoro giornaliero, gli occhi vitrei nel grano, ubriacati dal sol lione, fatti mansueti dalla miseria e schiavi dei bisogni di altri; quegli esseri, animali in forma di uomini, non ambivano, non sognavano nemmeno che la loro condizione avesse potuto un giorno migliorarsi. Non avevano mai tempo. Essi, quando il sole dal cielo li saettava, o quando le raffiche di vento cocente spiravano terribili sollevando una specie di fumo asfissiante, che loro esacerbava il supplizio della sete, cadevano senza parlare con gemiti indistinti di animali percossi, e con gli occhi aperti, stupidi, senza sguardi, ma pieni di lacrime per i figli abbandonati e le mogli lontane. Si avanzavano tutti uniti, stretti, serrati; sessanta braccia nude si muovevano contemporaneamente come gli ordigni di una macchina col monotono sincronismo di un orologio avanti ed indietro, con moto perenne incessante; e trenta falci ricurve con un sibilo stridente recidevano i gambi, e senza fermarsi mai, senza riposo, curvi con la nuca piegata sui solchi, così come stavano, procedevano sempre con gli stessi movimenti spingendo innanzi e ritirando indietro le falci, mentre le fascine delle spighe cadevano in tante file diritte dietro di loro. Con le maniche delle camice di telone ruvido rimboccate ai gomiti, con le braccia robuste rigate di vene grosse quanto un dito, e con i petti ampi, neri pieni di peli e bagnati dal sudore che colava a rivi dalle ascelle, dal collo e dalle orecchie sembravano tanti demoni condannati da un dio infame a quella vita di martirii e di fatiche…La falange si avanzava lentamente, come un branco di pecore menate innanzi a furia di gridi; nel cielo non una nuvole, intorno la pianura che si allargava allontanandosi in una tinta cenericcia. – Uniamo le falci, urlava Mattiaccio, badiamo ai pennacchi, dio sacrato, guardiamo a terra. Voi liganti lasciate forse tante spighe per quelle brutte delle vostre femmine? I mietitori alzarono gli occhi, carezzando la curvatura delle falci. Dalla terra saliva un polverio sottilissimo: le spighe cedevano a quelle mani come se fossero violentate…Quando si chiamava l’ultima volta alla lotta, si lavorava con più lena, con un certo raggio di soddisfazione negli occhi. Quelle poche ore di sole passavano presto; l’aria si addolciva, e le brezze profumate di muschio salienti e afiotti a fiotti dalle piante facevano dimenticare la caldura estenuante del meriggio. Il vespero si avanzava con lieta voluttà, sull’aia il lavoro ferveva alacremente. Era una lunga spiazzata di terreno piano, circolare cu cui faticavano una quaranta persone tra uomini e donne. Dirimpetto si allungava una selva di alberi giallognoli…Torreggiante in alto sul culmine del monte, sospeso in un abisso di azzurro, sfumava come un punto bianco, il villaggio con il suo campanile (nrd Rignano)…A sinistra, nel circuito stesso dell’aia, tre giganteschi banchi di grano; due rettangolari con quattro fantocci nel mezzo, che arieggiavano per tenere lontani gli uccelli, quattro bersaglieri che danno una carica alla baionetta; il terzo a cono spezzato con una fanciulla di sopra nell’alto della spezzatura, tenendo nelle mani una granata di stracci moventesi ad ogni piccolo soffio di vento. A destar il grano spagliato sopra un panno bianco di tela di barca, intorno a cui lavoravano le donne dai fazzoletti di traliccio fatti a cuffie, con pale di legno dal manico lungo, rotondo, allargate alla base ed alquanto concave. Esse smuovevano il girando, con un rumore confuso, come di schiaffi dati sulla superficie dell’acqua, e in grado spinto in aria assumeva la forma di uno sterminato sciame di insetti colorandosi fantasticamente nella luce pallida e morente del tramonto…In mezzo, il treggiatore in mutande, sfinito, con un mazzo di cavezze fra le mani non aveva più coscienza di se stesso, girava sui piedi come un arcolaio: gli si chiudevano gli occhi e macchinalmente dava voce alle cavalle chiamandole per far loro avanzare il trotto e per rimettere al passo quelle che lo avevano perduto. Voltava la pesatura, il giumentiere liberava le cavalle  e la treggia una specie di veicolo senza ruote formata da grosse spranghe di legname strascicate dai buoi con gli anelli d’acciaio nel naso entrava solennemente, piano, ad ammonticchiare i covoni tritati…>>.   

 

Letto 832 volte Ultima modifica il Giovedì, 11 Giugno 2015 17:51
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Antonio Del Vecchio

Già funzionario della Regione Puglia in campo culturale, giornalista e pubblicista. Ha diretto vari periodici con scritti a carattere politico e socio – culturale, tra Bari, Foggia e rispettive province.

Dal 1979 ha collaborato e collabora con testate, anche digitali, quali La Gazzetta del Mezzogiorno, l’Attacco, Garganopress, Sanmarcoinlamis.eu, Rignanonews.com.

E’ autore e curatore di parecchi volumi sui beni culturali, sulla storia locale, sull’emigrazione e sulle tradizioni di Rignano, del Gargano, della Puglia e dell'Italia.