Antonio Del Vecchio
07/05/15

Sorbe secche del Gargano per combattere l’usura del tempo e rigenerare la bellezza!

RIGNANO GARGANICO.  Una volta c’era il tempo delle sorbe secche, a Rignano, a San Marco e in tutto il Gargano. Di solito si consumavano, a cominciare dal tardo autunno,  per tutto l’inverno assieme a noci, mandorle, castagne, melacotogne, fichi secchi, ecc.

Era il tempo della cosiddetta civiltà contadina, venuta meno a seguito dell’emigrazione e dello spopolamento delle nostre montagne e soprattutto per via dell’ampliamento dei mercati e del  consumismo che come si sa ne distrusse anche i valori cardini  del rispetto, della solidarietà e degli affetti che tenevano unite le famiglie e le comunità sostituiti dall’edonismo e dal “carpe diem”. Eccovi di seguito una pagina su questa antica e benefica usanza alimentare  tratta dal libro di Giovanni Cammerino “Coppe della Rosella”, Foggia, Studio Stampa, 1994. Volume, quest’ultimo, come l’altro “La valle cantata” venuti su con la cura e la spinta di chi scrive, inseparabile amico ed estimatore del sapido e sobrio autore in parola. Il capitolo che segue è intitolato, appunto, “Le sorbe secche”. “…Erano le donne a dedicarsi all’opera di essiccazione e di conservazione, il cui uso e consumo a differenza di oggi era molto diffuso nelle famiglie contadine. Si coglievano i frutti quando erano ancora acerbi e si disponeva il quantitativo in un grosso canestro di vimini. Dopo di che le campagnole prendevano agro ed un filo di refe e cominciavano ad infilzare le sorbe, come i coralli di una collana. Si facevano lunghe e numerose “serti”. Quando l’ago non scorreva più, a causa del lavorio  e del succo di cui era impregnato continuamente, allora bisognava spingerlo con la forza di un dito. Spesso capitava che lo stesso entrava più facilmente nel polpastrello che non nel piccolo frutto. Per cui la lavoratrici, per impedire che ciò succedesse , si fasciavano le dita, avvolgendole in strisce di stoffa o usavano il ditale di metallo, chi lo aveva. Molte volte, quando questo mancava, lo sostituivano con un pezzo di canna. Come si sa, lo stesso mezzo usavano i mietitori, estendendolo a tutte le dita della mano sinistra, in modo da non essere feriti dalla falce. Nelle zone collinari i lavori di mietitura cominciavano la prima decade di giugno, per concludersi nel mese di luglio, a seconda degli ettari e del personale che si impiegava. Dopo di che si procedeva alla “carratura”, cioè a raccogliere e a trasportare i covoni sull’aia, costruendo il cosiddetto “banco”, simile ad una bica di paglia. Tutto  ciò allo scopo di far finire la maturazione, in attesa che il solleone con i suoi potenti raggi e calore prosciugasse l’ultima traccia di umidità contenuta nelo stelo e nelle spighe. Solo così queste si potevano sminuzzare sotto il peso del tufo e della lamiera, nonché sotto gli zoccoli della bestia privi di “ferri” per non rompere la superficie dell’aia durante la battitura. Effettuata la “pesatura” (trebbiatura), ci si accingeva alla spagliatura del grano. Come si è detto all’inizio, le sorbe erano tenute in grande considerazione, per via del loro alto contenuto nutritivo e terapeutico, in termini di calcio e di acido malico e tartarico. Le consumavano gli anemici, i turbercolotici e soprattutto le persone in età avanzata. In questo caso il ricorso era obbligatorio, perché le cellule ad una certa età non si rinnovano più. Per cui l’alimento serviva a ritardare l’invecchiamento. I nostri avi si servivano di un altro alimento energetico, ricco di acidi organici e di ferro, come l’uvetta. La si raccoglieva durante la vendemmia. Era costituita da acini appassiti, che si mettevano ulteriormente ad essiccare. Così si conservavano meglio e conservava più o meno intatte e a lungo le proprietà che possedeva allo stato fresco. Al metodo della conservazione non si risparmiavano i pomodori “vernili” , che erano usati come ingredienti per le pizze o strofinati su una fetta di pane casereccio, unta di olio d’oliva, condita con aglio e sale, aromatizzata con l’odoroso origano…”. Tradizione, quest’ultima, che perdura ancora oggi. Dunque, care donne, venite sulla Montagna del Sole per combattere l’usura del tempo e rigenerare la vostra bellezza!

 

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Antonio Del Vecchio

Già funzionario della Regione Puglia in campo culturale, giornalista e pubblicista. Ha diretto vari periodici con scritti a carattere politico e socio – culturale, tra Bari, Foggia e rispettive province.

Dal 1979 ha collaborato e collabora con testate, anche digitali, quali La Gazzetta del Mezzogiorno, l’Attacco, Garganopress, Sanmarcoinlamis.eu, Rignanonews.com.

E’ autore e curatore di parecchi volumi sui beni culturali, sulla storia locale, sull’emigrazione e sulle tradizioni di Rignano, del Gargano, della Puglia e dell'Italia.