Antonio Del Vecchio
07/03/14

Ecco la tragica storia di Maria, una femminista d'altri tempi, a San Marco in Lamis

San Marco in Lamis, veduta panoramica San Marco in Lamis, veduta panoramica

 SAN MARCO IN LAMIS.  Delitto d’onore o prepotenza maschilista? Nessuno lo potrà mai chiarire, perché protagonisti e testimoni sono ormai scomparsi da lungo tempo. Ma non per questo si può ignorare la gravità del fatto, specie l’otto marzo, il giorno – dedicato alle vittime della violenza dell’altro sesso, comunque camuffata ed ancora purtroppo imperante.

Ecco ora la storia di Maria, una eroina ante litteram, che ha preferito morire pur di difendere il suo essere donna. Il “fattaccio” è accaduto settant'anni fa in una San Marco in Lamis molto povera e decisamente più piccola di quella attuale, in un contesto socio-economico e culturale tra i più tristi della storia cittadina, dove una giovane moglie è stata trovata cadavere in un sottano del centro storico, là dove erano concentrate le famiglie più disagiate del paesino garganico. Lei si chiamava Maria (il nome è di fantasia, scelto da chi scrive per preservare la memoria di chi non c'è più e di chi, allora bambino, subì gravi traumi dall'avvenimento), 30 anni, madre di due figlie e moglie di Salvatore (anche in questo caso il nome è di pura fantasia), bracciante di origini sanseveresi, 35 anni, tozzo, rude nelle movenze e completamente analfabeta. Salvatore era molto innamorato di Maria, tant'è che la chiese in sposa ancora in tenerissima età. Ma l'amore ben presto si trasformò in tremenda possessione. La gelosia lo aveva assalito ed era divenuta quasi una malattia. Non aveva tutti i torti ad essere geloso, anche per il fatto che Maria era una di quelle donne che facevano impazzire i maschi e i cozzi della San Marco di quei tempi. Fisico asciutto, capelli nero carbone, occhi castani, curve decisamente mozzafiato. Tra le sue caratteristiche principali, tuttavia, non c'era solo la bellezza, ma anche l'intelligenza e la parlantina sofisticata. Aveva imparato a leggere e scrivere a sei-sette anni. Non era mai andata a scuola, anche perché il papà la aveva costretta a lavorare i campi subito dopo aver compiuto i cinque anni. Il poco tempo libero a sua disposizione, tuttavia, gli permetteva di esercitare la lettura e di darsi alla scrittura. Questo fino ai diciotto anni, quando prese marito e fu costretta ad abbandonare gli "studi" per dedicarsi alla sua nuova famiglia. Le signore anziane di oggi, poche in verità lo ricordano, amavano ascoltare i suoi teoremi politici, i suoi dettami di lotta e i suoi pareri sulla femminilità. Si riunivano, di nascosto dai mariti, nel sottano di turno e discutevano di emancipazione e di cose di donne. Spesso qualche ragazza finiva per essere scoperta dal consorte e ne buscava di santa ragione, ma non si arrendeva e di lì a pochi giorni tornava a ridiscutere dei suoi problemi con Maria e le altre, questa volta più convinta di prima. Salvatore non sospettava di nulla, pensava a Maria sola e affaccendata nei lavori di casa. Pensava a Maria pronta ad accoglierlo al suo ritorno dai campi con il suo solito sorriso magnetico. Pensava a Maria disposta a seguirlo in ogni suo piacere e dispiacere. Pensava a Maria a letto e a Maria al mattino, quando, non ancora giunta l'alba, si levava dal saccone per preparargli un tozzo di pane e un po' d'acqua fresca, bastevoli per il lavorio di un giorno. Pensava a Maria, però, anche nelle mani di un altro ed era in queste circostanze che l'insicurezza e la gelosia lo assalivano divorandogli il cuore e i pensieri. Spesso lasciava i campi incustoditi e ritornava in paese per spiare di nascosto la sua dolce consorte. Era geloso di tutto e di tutti, la sua era divenuta ormai una ossessione o una "febbre", come lui stesso la chiamava. Costringeva Maria a starsene in casa o al limite di recarsi da cummara Nunzina o da cummara Teresina. Aveva paura, dicevamo, di tutto e di tutti. Odiava il prete, perché, gli dicevano le malelingue, "sotto il saio nascondono sempre il demonio". Aveva paura del fratello Gennaro, del cognato Saverio e persino del genero Michele (che aveva sposato la figlia quindicenne Agata), per come la perlustravano dalla testa ai piedi, per come la divoravano con gli occhi, per come annusavano gli odori del suo passaggio. Aveva timore anche dei bambini. A casa sua non poteva avvicinarsi nessun uomo, se non in sua presenza. Spesso i vicini assistevano a scenate senza fine e qualche volta cummara Nunzina e cummara Teresina erano state costrette ad accogliere nei propri letti la piccola Savina, ancora troppo poco cresciuta per capire i dissidi tra sua madre e suo padre. Anche per questo Maria aveva molto coraggio a dedicarsi, nel suo piccolo, ai problemi delle donne. Se solo il marito si fosse accorto di quello che faceva la avrebbe sicuramente ammazzata. Così fu e le cronache dell'epoca, piene spesso di omertà e di confusione, parlano di un efferato delitto, risultato per fortuna punito. Salvatore usciva di casa all'alba, salutava Maria e si incamminava a piedi lungo il Canalone per raggiungere la Vallata di Stignano, dove lavorava come bracciante e tuttofare presso l'azienda agricola di un signorotto del posto. Non aveva mai sospettato che la sua consorte lo "tradisse" improvvisando incontri tra femmine proprio vicino casa sua. E non lo sospettò mai, seppe della cosa solo quando era ormai troppo tardi. Una mattina, mentre si stava incamminando per il Canalone, ascoltò per caso un chiacchiericcio alla finestra. Erano cummara Rosetta e cummara Veluccia. Parlavano di un incontro segreto a casa di cummara Teresina, con Maria che faceva da oratore. Salvatore pensò subito al peggio, pensò ad incontri clandestini con altri uomini, a prostituzioni di massa, a tradimenti da balorde. Il rendez-vous a casa di cummara Teresina ci doveva essere l'indomani mattina. L'uomo proseguì per i campi, ma il pensiero gli diceva sempre di tornare indietro a casa, a controllare un po' la situazione. Si fece convincere, questa volta, dal buon "angioletto" e decise di rimandare tutto alla mattinata successiva. Tornò a casa la sera e notò Maria più affettuosa che mai. Pensò che c'era qualcosa di strano nell'atteggiamento di sua moglie, ma decise di non intervenire e di andare a dormire. Il giorno successivo, poco prima dell'alba, Maria si alzò come sempre e gli preparò il solito tozzo di pane con un po' d'acqua fresca. Salvatore fece finta di nulla, prese il tascapane e si incamminò verso l'uscio. Non appena sulla porta Maria lo fermò chiedendogli il permesso di andare a trovare la loro figlia quindicenne, costretta a letto da una febbre altissima. Salvatore sbiancò di colpo. Nella sua mente di cozzo affiorarono all'improvviso tanti brutti tormenti. E se Maria lo tradiva col genero? E se il genero aveva organizzato tutto, anche il ragionamento alla finestra di cummara Rosetta e di cummara Veluccia? Doveva agire. Fece finta di prender la strada per il Canalone, si ammucciò dietro ad un grosso portone, appartenuto chissà a quale riccone nei secoli precedenti alla sua esistenza, e aspettò che la sua dolce mogliettina uscisse di casa. Alle sette in punto Maria abbandonò l'abitazione e prese la via per la Padula. Salvatore seguì ogni suo movimento, facendo caso che non se ne accorgesse. Maria arrivò presto a casa di Agata. Ad accoglierla, come lui immaginava, c'era il genero Michele, che la prese per un braccio e l'accompagnò dentro. L'ipotesi di Salvatore era ormai una certezza. Non approfondì la questione e decise di rinviare il tutto all'ora di cena. Si recò alla Valle di Stignano e qui premeditò il suo primo ed unico uxoricidio. Tornò a casa prima del solito, disse a Maria che si era fatto male ad una gamba e che quindi l'indomani e per parecchi giorni non sarebbe andato al lavoro. Cenò, attese lo spegnimento dell'ultima candela e colpi con dieci coltellate al cuore, alla gola e all'intestino la donna che più aveva amato in vita sua. Maria non emise nessun urlo, colpita a tradimento da chi aveva giurato assieme a lei eterna fedeltà sull'altare di Cristo. Morì per difendere le sue idee e per la troppa gelosia dell'unico uomo che amava. Salvatore si costituì subito e confessò il delitto. Si seppe poi che in quella casa c'era veramente la figlia Agata, ammalata a letto, e che Michele si era comportato in quel modo perché anche lui impaurito dagli atteggiamenti di Salvatore.

Letto 1100 volte Ultima modifica il Sabato, 08 Marzo 2014 15:55
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Antonio Del Vecchio

Già funzionario della Regione Puglia in campo culturale, giornalista e pubblicista. Ha diretto vari periodici con scritti a carattere politico e socio – culturale, tra Bari, Foggia e rispettive province.

Dal 1979 ha collaborato e collabora con testate, anche digitali, quali La Gazzetta del Mezzogiorno, l’Attacco, Garganopress, Sanmarcoinlamis.eu, Rignanonews.com.

E’ autore e curatore di parecchi volumi sui beni culturali, sulla storia locale, sull’emigrazione e sulle tradizioni di Rignano, del Gargano, della Puglia e dell'Italia.