Antonio Del Vecchio
29/12/14

Tra “scarponi e scarpe ferrate”, l’antico mestiere del calzolaio a Rignano G.

 RIGNANO GARGANICO. Presepe Vivente: ecco la storia del calzolaio, un altro mestiere “caro”  alla comunità di Rignano Garganico.

“…Io e mio fratello Leonardo alle scarpe portiamo dietro al tallone, come l’asino, il ferro di cavallo vero e proprio e davanti la spunta che chiamiamo “puntetta”. Pende oltre due dita sotto il piede e poi il davanti rivoltato ancora, perché se dai un calcio la scarpa non si deve rovinare, perché c’e’ appunto il metallo. Scarpe che ovviamente si mettono per andare a scuola o nel giorno di festa. Per il resto si utilizzano i cosiddetti “scarponi”, cioè delle tomaie di gomma ricoperte  nella parte anteriore da tela grezza e tenute strette al tallone da corregge pure di gomma e raramente di pelle. Come si consuma il ferro, subito si ricorre dal calzolaio per rimetterne uno nuovo. Qualche volta per non rovinare questo tipo di scarpe si gira in paese scalzi. Lo fa anche Leonardo. L’episodio gli viene in mente, per associazione di idee, allorché è costretto a togliersi le calzature per poter agevolmente attraversare il fiume Sambirano in Madagascar . Lo fa con il cuore in gola più di mezzo secolo dopo la provata infanzia assieme al chierico malgascio che lo accompagna e va spedito in mezzo all’acqua come se niente fosse. Ne cita la similitudine il nostro stesso protagonista  in uno scritto di cronaca che segue più avanti…” (dal v. di Antonio Del Vecchio, “Don Leonardo Cella, dal paese al mondo salesiano”, e-book, pp. 210, Roma, Maritato Group. 2012. A Rignano, come d’altronde nel resto dell’intero meridione d’Italia  con il medesimo nome di “scarparo” si indicavano  due categorie artigianali apparentemente simili, cioè il calzolaio e il ciabattino, ma nettamente distinti, in virtù del prodotto finale.  Infatti, mentre lo  "  scarparo" (scarpaio o calzolaio) era l’artigiano che fabbricava esclusivamente scarpe, stivali, scarponi, mocassini, sandali, ecc.,  seppure non tralasciando talvolta la riparazione degli stessi una volta rotti; al contrario, l’altro ossia  il ciabattino  era quello che si occupava esclusivamente del rattoppo, della riparazione e della risolatura delle scarpe, non essendo capace di  costruire quelle nuove. A quei tempi e sino agli anni ’50 sono attivi in paese  due valenti artigiani, capaci di realizzare scarpe finite meglio dei laboratori industriali. Si chiamano Antonio Pintonio, alias “Bisacciare” che opera nell’antico quartiere “La Rotte” (grotta) e Michele Carpino. Il primo andò via negli anni’60 si trasferì assieme alla famiglia  a Foggia, dove operò con grande successo di clientela per molti decenni ancora sino alla morte. L’altro, invece, restò in paese sino alla sua scomparsa confezionando scarpe di diversa fattura e misura per tutte le età. Qualcuno ricorda che la sua abitazione – bottega era ubicata in via arco Giano, la stradina che porta all’orto - giardino baronale.  La bravura artigianale di “maste” Michele era nota a tutti perché era capace di fare qualsiasi tipo di scarpa, stivali, stivaletti, scarponi, scarponcelli, mocassini e sandali per le persone adulte e per i bambini. Ma la sua maestria si manifestava anche quando costruiva gli zoccoli ", fatti in resistente legno di pioppo, ricoperti da una o due strisce di tela ed usati soprattutto dai giovani. Per un certo periodo i plantari in legno di varia misura erano realizzati dalla falegnameria degli Orlando. I contadini, usavano invece, gli “scarponi”, impropriamente detti così, perché non erano delle grosse scarpe, bensì ben altro. La base  di questo tipo di calzature era costituita, infatti, da avanzi di copertoni di gomma e ricoperta, similmente alle “pianelle” femminili, di tela grezza. Per l’allacciatura alle calcagna ci si avvaleva di sottile strisce pure di tela, sostenute sul davanti da uno spago, che si attaccava e scioglieva alla bisogna. Da qui il detto “à lazzàto li scarpune”, per dire è fuggito via. Anche i sopraccennati  "chianidde", calzature popolari delle donne, erano realizzati, utilizzando gli indumenti usati per costruire tomaie, chiuse anteriormente, calde e leggere come quelle degli zoccoli. Il tutto veniva cucito da una robusta macchina Singer. In occasione di fiere e mercato i manufatti calzaturieri del nostro valente calzolaio venivano venduti nei centri vicini, trasportati a piedi con una larga “sporta” da qualche donna volenterosa. Mai la moglie e neppure le due figlie, che egli considerava ed amava sopra  ogni cosa come angeli del focolare. La prima figlia, addirittura diventò ostetrica e sposò un insegnante elementare, mentre i nipoti conseguirono la laurea. "Maste Michele era stimato e rispettato da tutte le persone del paese sia povere che nobili. Tra queste ultime c’erano i Ricci, i Demaio, i Piccirili, i Ponziano, ecc. Indossando un lungo grembiule in cuoio, "maste Michele" si posizionava davanti al banchetto, che era un piccolo tavolino quadrato a 4 piedi sul quale venivano poggiati tutti gli utensili del mestiere. In primis, l’ incudine metallica a forma di piede rovesciato quando si inchiodavano le scarpe nuove non cucite o quelle da riparare. Quindi c’erano i “tiretti”, contenenti una infinita varietà di chiodi; l’inseparabile martello con la testa piatta, le pinze, la lesina, l’ago e lo spago, il trincetto, la raspa, la lima, la tela smeriglia, la pietra levigatrice, ecc. Per costruire una normale scarpa necessitavano più fasi lavorative consecutive che richiedevano molto tempo e fatica. Utilizzando un semplice pezzo di spago o di carta grezza (quella per l’involucro della pasta alimentare)  prendeva con precisione le misure della pianta del piede, della larghezza delle dita, dell’altezza del collo del piede e della circonferenza sopra la caviglia. Dopo aver preso le misure disegnava le sagome della tomaia e delle sottotomaie, e dei due tramezzi laterali sulla pelle di capretto o di vitello o di camoscio, comprata presso qualche assortito negozio a San Marco o a Foggia Le varie parti della tomaia e i due tramezzi laterali erano cuciti  con l’anzidetta macchina Singer. Successivamente col trincetto tagliava la soletta in cuoio del plantare, necessario per fissare la tomaia, e la suola esterna di completamento. Prendeva poi le forme del piede sinistro e destro, ricavate preferibilmente da legno di faggio, di acero e di carpino, scelte tra le varie misure sulle quali fissava il plantare in cuoio utilizzando i chiodini in ferro numerati a seconda della misura di penetrazione. Quindi, stendeva sul plantare una pennellata  di colla e vi faceva aderire la tomaia, aiutandosi con le pinzette “tirapelle”. Dopo l ‘asciugatura, tirava fuori le forme in legno dalle scarpe, cominciava a cucire a mano, avvalendosi dello spago impregnato di pece e della lesina per i buchi, fermando saldamente così le varie parti della calzatura. Col martello fissava poi i tacchi in cuoio con chiodi corti e quadrati. Dopo di che il tutto veniva rifilato a dovere. Si passava poi alla tintura e  alla lucidatura. Ed ecco pronte le scarpe per l’uso. Oltre all’incudine per le scarpe degli adulti, “maste” Michele possedeva pure la triplice incudine metallica per operare sulle tre misure più comuni di scarpe per bambini. Ed è quella che ricorda e ha sperimentato il sottoscritto quando aveva 6 anni e frequentava la prima elementare sotto la cura didattica della maestra Cristalli di San Marco in Lamis. In quegli anni di ciabattini ce ne erano tanti in paese,. Lo si evince anche a dai soprannomi in dialetto: “scarpare, scarparidde, scarparèdde, chianellètte”, ecc. Oltre a quelli già citati, erano attivi: “Pepone”, “Bellecidde”, “Muscille”, Nardella (padre e figlio). Attualmente è rimasto in servizio il solo Francesco Di Carlo che gestisce, tra l’altro, assieme alla moglie un avviato emporio di merce varia, indispensabile per la casa, il lavoro e la vita quotidiana, in genere.  

   
 

 

     

 

   
 

 

                          

 

 

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Antonio Del Vecchio

Già funzionario della Regione Puglia in campo culturale, giornalista e pubblicista. Ha diretto vari periodici con scritti a carattere politico e socio – culturale, tra Bari, Foggia e rispettive province.

Dal 1979 ha collaborato e collabora con testate, anche digitali, quali La Gazzetta del Mezzogiorno, l’Attacco, Garganopress, Sanmarcoinlamis.eu, Rignanonews.com.

E’ autore e curatore di parecchi volumi sui beni culturali, sulla storia locale, sull’emigrazione e sulle tradizioni di Rignano, del Gargano, della Puglia e dell'Italia.