Antonio Del Vecchio
22/02/15

Il sammarchese Leonardo Cera, scopritore e valorizzatore di pregiate “pietre” del Gargano. La storia

Pietra di Apricena Pietra di Apricena

 San Marco in Lamis. Nessuno sa che la  cosiddetta  “pietra di Apricena”,  conosciuta in tutto il mondo con questo marchio, ha la sua ragione d’essere con uno scopritore e valorizzatore, originario di San Marco in Lamis. Tutto questo, a significare ancora una volta che la predetta città non è  solo patria di letterati, storici e filosofi della statura di un Leonardo Giuliani, Pasquale Soccio, Francesco Paolo Borazio e Joseph Tusiani, ma anche di studiosi di ieri e di oggi, che eccellono nel campo della scienza e della tecnica.

Il riferimento  è a Leonardo Cera, singolare figura di ricercatore e studioso delle ricchezze naturali del Promontorio, di cui è stata ricordata la memoria, qualche tempo fa, con la posa in opera e lo scoprimento di una significativa lapide, incastonata sul frontespizio della sua casa natale, un palazzo, con un appariscente portale, sito all'incrocio tra Via Carducci e Corso Matteotti, nel cuore del centro storico. Il nome di Cera, come accennato, è legato strettamente alla scoperta e allo sfruttamento della famosa e pregiata "pietra di Apricena" e di tante altre del Gargano, a cominciare dal "mandorlato" del Calderoso, con il quale si costruì ed abbellì la nota Reggia di Caserta e tantissime chiese e conventi del meridione d'Italia. Il riconoscimento dei meriti di questo illustre garganico sarebbe giunto, a suo dire, solamente tardi. Già nel 1907, Pasquale La Porta, in uno scritto, pubblicato a San Severo presso la tipografia Dotoli, si rivolgeva ai membri del Consiglio Comunale di San Marco, lamentando che nella denominazione delle vie erano stati trascurati tanti benemeriti cittadini, tra cui, appunto, don Leonardo Cera. La via ora c'è ed è quella ubicata nel nuovo e popoloso rione Starale, sviluppatosi negli ultimi decenni lungo la Statale 272, che mena al Convento Santuario di San Matteo e alla città di Padre Pio. Il Cera nacque a San Marco in Lamis da Arcangelo e Marianna Coco nel maggio 1791 e fu battezzato il 21 dello stesso mese presso la Chiesa di Sant'Antonio Abate, come risulta dai registri dell'omonima parrocchia. Nel 1813, appena ventitreenne, conseguì la Laurea di Protomedico presso la Regia Università di Napoli. Durante l'epidemia di colera, che colpì la cittadina garganica nel 1837, si distinse per spirito di abnegazione e sacrificio nell'assistenza prestata agli ammalati, come si legge nella relazione che il Sindaco dell'epoca, Candeloro Cera, inviò il 23 agosto del medesimo anno all'Intendente di San Severo. Fin dagli anni giovanili attese con passione allo studio delle scienze naturali. Intorno al 1825 iniziò, sull'esempio di un suo illustre predecessore, Padre Michelangelo Manicone, a perlustrare le diverse contrade del territorio sammarchese e di altri comuni del Gargano per studiarne le caratteristiche geologiche e soprattutto per individuare e saggiare terreni che potessero essere sfruttati per l'estrazione della pietra. Dopo quindici anni di ricerche, che gli costarono la considerevole somma di alcune migliaia di ducati (pari a 90.000 lire), redasse una mappa di 41 cave. Tra queste, appunto, quelle di Apricena, di Borgo Celano e del Calderoso. Il Re di Napoli, con Regio Rescritto del 17 luglio 1839, inviò sul Gargano Leopoldo Pilla, professore di Geologia e Mineralogia, con l'incarico di esaminare le cave di pietra scoperte dal Cera. Nelle due relazioni inviate al Ministro degli Affari Interni del Regno, il professore Pilla non solo confermò l'importanza dei ritrovamenti, ma segnalò anche l'ottima qualità del marmo brecciato del Calderoso e dell'alabastro bianco trovato nella Valle di Stignano. L'intenzione del Cera era profondamente umanitaria. Voleva che fosse costituita una società che provvedesse allo sfruttamento delle cave per assicurare lavoro e benessere alla popolazione. Le sue fatiche furono compensate con il conferimento di una medaglia d'oro. Ci piace riportare il testo della Reale Segreteria di Stato del Governo borbonico: "Sua Maestà si è degnata accordarle la medaglia di oro del Reale Ordine di Francesco Primo in premio di avere scoperto diverse cave di marmi nel tenimento di San Marco in Lamis dopo quindici anni di indefesse cure e di forti spese sostenute con sacrificio della sua fortuna. Nel Reale Nome lo partecipo a Lei per sua intelligenza e regolamento, rimettendole la corrispondente decorazione. Napoli, 16 gennaio 1841. Firmato E. Grimaldi". Il Cera sollecitò insistentemente le autorità locali e fece giungere continue suppliche al Governo di Napoli perché s'iniziassero i lavori per lo scavo dei marmi. Tutte le sue richieste rimasero senza risposta, forse anche per la situazione politica del tempo. Grande fu la delusione del Cera che, sfiduciato e stanco delle fatiche sopportate, morì in una sua proprietà, al Calderoso, il 16 aprile 1848.

 

 

 

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Antonio Del Vecchio

Già funzionario della Regione Puglia in campo culturale, giornalista e pubblicista. Ha diretto vari periodici con scritti a carattere politico e socio – culturale, tra Bari, Foggia e rispettive province.

Dal 1979 ha collaborato e collabora con testate, anche digitali, quali La Gazzetta del Mezzogiorno, l’Attacco, Garganopress, Sanmarcoinlamis.eu, Rignanonews.com.

E’ autore e curatore di parecchi volumi sui beni culturali, sulla storia locale, sull’emigrazione e sulle tradizioni di Rignano, del Gargano, della Puglia e dell'Italia.