Antonio Del Vecchio
03/01/15

Quando il mestiere di fabbro - maniscaldo era esclusivo della famiglia Pizzichetti, a Rignano G.

 RIGNANO GARGANICO. Presepe Vivente: ecco la storia di un altro antico mestiere che non c’è più. Il fabbro è sempre stata una figura di rilievo nei  paesi come Rignano. Egli esercitava spesso anche il mestiere di maniscalco, provvedendo alla ferratura dei cavalli, asini, buoi e mucche, e lavorava a stretto contatto con il carraio (“Maste Matteie”) per la preparazione della parte in ferro di carri e botti.

Fino agli anni ’50 e passa, non c’era paese che non avesse la sua “ferrarije”, la piccola officina dove il fabbro-maniscalco esercitava il suo prezioso mestiere; luogo che, specialmente nelle giornate piovose o fredde dell’autunno-inverno, si trasformava in un vero e proprio centro di aggregazione sociale dove scambiarsi notizie, discutere del prezzo del bestiame e, o ascoltare i racconti dei più anziani. Una delle prime operazioni per la trasformazione del ferro era la foggiatura, che consisteva nel modellare in modo grossolano il metallo, allo stato di incandescenza, col martello sull’incudine. Il ferro da lavorare veniva prima posto sulla fucina alimentata del getto d’aria del mantice , e così reso incandescente. A questo punto, con speciali tenaglie da fuoco, era posto sull’incudine e , a forza di colpi di martello magistralmente assestati, forgiato secondo la forma voluta. A praticare il mestiere del fabbro, che molto spesso si tramandava da padre in figlio, erano esclusivamente i maschi, dato che il lavoro da svolgere era particolarmente faticoso e richiedeva il possesso di muscoli ben sviluppati e di una forza non comune. Oltre ai lavori più semplici attinenti alla necessità del mondo contadino, alcuni fabbri, veri artisti, creavano oggetti ornamentali quali archi per pozzi, ringhiere, parapetti, croci, stilizzazioni varie ed un’infinità di oggetti domestici. Talvolta si provvedeva pure alla costruzione di grossi arnesi o attrezzi quali aratri, erpici, cerchioni per ruote di carro, oltre ai numerosi interventi di riparazione ed affilatura di altri oggetti di ferro. Lo strumento da lavoro più importante e caratteristico dell’officina era il maglio, un possente martello capace di rendere docile e trasformabile anche il metallo più duro. Non mancava uno o più banchi dove si “batteva” e lavorava l’oggetto, il bancone con la morsa e i vari strumenti ed arnesi di lavoro appesi alle pareti. Spesso il luogo era annerito e pieno di fuliggine e l’operatore si riconosceva a distanza per via delle sue mani e il viso sporchi di nero, non dissimile dal carbonaio.  Eccovi ora di seguito, il racconto riferito al fabbro, tratto dal libro di A. Del Vecchio, “Natale tra ieri ed oggi / tradizioni, usi e costumi di Rignano Garganico”, Regione Puglia, 2000. Si tratta di uno degli ultimi fabbri:  “…Paolo Pizzichetti (classe 1924). Un giorno, quando egli era ancora in attività,  i ragazzi della Scuola Media sono andati ad intervistare il signor Paolo. Quest’ultimo è il nonno di  Alessandro, un loro compagno di scuola, che lo aveva precedentemente informato della visita. Vista la sua gentilezza e disponibilità, gli hanno sottoposto una serie di domande riportate sul questionario , Nella bottega, da quando si è potuto constatare e da quello che lo stesso proprietario ha mostrato loto, c’era una “convivenza” di utensili e prodotti antichi e moderni: barre anticorodal  si affiancavano a profilato di ferro battuto, la fucina per portare a fusione il ferro, la sega circolare per tagliare l’alluminio. Quello che più interessava sapere, però, erano notizie circa l’attività di fabbro a Rignano, nel passato. Dalle numerose domanda poste al signoro Paolo, si è appreso che anticamente c’erano due botteghe di fabbro, cioè una di suo padre Antonino (Antonio) e l’altra di suo zio Salvatore che svolgevano anche la mansione di maniscalco e persino di stagnino. Nella bottega dei genitori lavoravano anche i due figli, Paolo e Salvatore, i quali al momento erano gli unici due fabbri di Rignano e gestivano separatamente due botteghe. Il signor Pizzichetti ha incominciato a lavorare nella bottega paterna dopo la quinta elementare, ma già da prima, quando era libero da impegni scolastici, si recava , dove svolgeva mansioni adatte alla sua età. Per cui la scelta del lavoro è stata naturale e scontata, anche se svolta con soddisfazione. A vent’anni circa, alla morte del padre, egli ne ha ereditato la bottega. Il suo lavoro si basava soprattutto sulla esperienza acquisita con la pratica e su alcune elementari conoscenze di meccanica. Il lavoro di fabbro lo impegnava per tutta la giornata e gli fruttava inizialmente un guadagno di cinque lire al giorno che erano sufficienti, all’epoca, per vivere dignitosamente. Da sottolineare un particolare: le somme dovute dai clienti non venivano pagate di volta in volta, ma annotate su un libro – paga e verste cumulativamente dai creditori a settembre, dopo il raccolto. Degli attrezzi e utensili che usava, alcuni servono ancota oggi (trapano a mano, saldatore a stagno, mantice…), altri sono stati sostituiti da prodotti della tecnologia (sega circolare, trapano elettrico, fresatrice). Il ferro per eseguire i lavori veniva comprato a San Severo o a Foggia. Per scaldare il ferro ci si serviva del carbon coke che proveniva dalle miniere della Germania e si comprava al “Gasometro”, un magazzino di Foggia. Il fabbro produceva gli oggetti più svariati per le necessità quotidiane (ringhiera, testata del letto, porte di ferro, asciuga panni, braciere, ferro da stiro, “camastra”, “lopa”, conca, grondaie, scale e scalinate di ferro…); altri attrezzi servivano per i lavori nei campi (aratri, vomeri…). In qualità di maniscalco il signor Pizzichetti ferrava asini, muli e cavalli. Un mestiere, quest’ultimo, delicato e pericoloso in quanto facilmente si potevano verificare incidenti, se l’animale non veniva immobilizzato opportunamente con la “sckocca” (apposito arnese che si mette alla bocca del quadrupede per tenerlo fermo). Di solito gli animali venivano ferrati all’aperto, davanti alla bottega, Per i ragazzi del tempo l’avvenimento diventava uno spettacolo da non perdere, anche se si tenevano alla larga, per timore di ricevere qualche calcio dall’animale o dall’operatore distolto dal suo delicato intervento. Gli aggeggi del ferrare (ferro di cavallo, chiodi) erano naturalmente prodotti dal fabbro che si serviva di appositi attrezzi (raspa, martellino, tenaglia). All’occorrenza il fabbro svolgeva anche la mansione di stagnino e di saldatore: saldava, per esempio, le bare, stagnava l’interno delle pentole di rame. Il fabbro esportava i suoi prodotti anche nei paesi vicini (San Severo, San Marco in Lamis, Foggia) dove fino al suo pensionamento aveva una clientela affezionata che apprezzava la qualità del suo lavoro e l’onestà dei suoi prezzi. Gli attrezzi usati, di cui alcuni fanno ancora bella mostra di sé sulle apposite pareti e sui banchi nel deposito, erano vari: incudine martello, stampi, fresa, tenaglia, morsa…” Va da sé che  l’anzidetta esperienza ha lasciato un segno positivo nei ragazzi. Infatti, ha arricchito il loro bagaglio culturale e li ha aiutati a capire e ad apprezzare un aspetto importante delle loro radici storiche ed ambientali.

 

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Antonio Del Vecchio

Già funzionario della Regione Puglia in campo culturale, giornalista e pubblicista. Ha diretto vari periodici con scritti a carattere politico e socio – culturale, tra Bari, Foggia e rispettive province.

Dal 1979 ha collaborato e collabora con testate, anche digitali, quali La Gazzetta del Mezzogiorno, l’Attacco, Garganopress, Sanmarcoinlamis.eu, Rignanonews.com.

E’ autore e curatore di parecchi volumi sui beni culturali, sulla storia locale, sull’emigrazione e sulle tradizioni di Rignano, del Gargano, della Puglia e dell'Italia.