Antonio Del Vecchio
03/06/17

Giuseppe Coletta, lo 'zoccolo più duro' del PCI di Capitanata, ritorna a 'sentir' comizio, a Rignano Garganico*

RIGNANO GARGANICO. Vive a Rignano Garganico uno degli ‘zoccoli’ tra i più  duri del PCI, alias Partito Comunista Italiano, di Capitanata. Si chiama Giuseppe Coletta, tra gli ultimi nati della classe 1928.

Lo abbiamo incontrato, dopo la sua recente vedovanza dalla sua amata e venerata Maria l’altra sera in Largo Palazzo, mentre era in procinto di ascoltare il comizio di uno dei sui beniamini candidati alle Amministrative dell’11 giugno prossimo. All’uopo e un po’ anche per umana simpatia, gli abbiamo scattato una foto - ricordo (mostra la sua prima tessera d’iscrizione al Partito di Togliatti del 1946) assieme a Giovanni, rampollo anch’egli di antica e fedele famiglia di comunisti. Tutti lo ammirano per la sua indiscussa e primiera fede politica alla “Peppone”, di nome e di fatto, come l’originario capo del Cremilino. Ecco la sua storia, scritta e pubblicata, a nostra firma e cura, su questo quotidiano online e su altri giornali, una ventina di anni fa. << Giuseppe Coletta. nato a Rignano Garganico il 29 Dicembre 1928 ed ivi residente in Via Purgatorio 41, ha vissuto l’intera sua vita all’insegna del credo “comunista”,  fermamente convinto sin dalla prima ora, e lo è ancora,  che esso avrebbe trionfato in tutto il mondo, riscattando le classi meno abbienti dalla miseria, in cui lo teneva relegato il capitalismo.  In gioventù, quando non ancora avevo la maggiore età per l’iscrizione regolare al Partito, accettai volentieri di far parte della schiera dei “garibaldini”. Correva l’anno 1946. A quei tempi, l’Italia  uscita disfatta e sconfitta dalla II Guerra mondiale, era completamente in rovina e a mala pena ci si riusciva a sfamare in famiglia, come la sua. Figuriamoci per pagare una tessera di partito, a cui aspirava dopo aver compiuto il 18 ° anno d’età. Non ci pensò due volte. Egli voleva quella tessera ad ogni costo, perché per lui significava il suo futuro di uomo libero. Così ché un bel giorno, allacciati gli “scarponi” (calzature fatte in casa, con tomaie in tela grezza  e base in gomma, ricavata da vecchi copertoni di ruote di autocarri di guerra), si recò a bosco Iancuglia (a tre chilometri dal paese). Qui, dopo aver tagliato la legna con una scure e fatto un fascio consistente, fece ritorno e in pochi minuti riuscii a smaltire il carico, vendendolo ad un buon prezzo. Cosicché con la somma ricavata potette pagarsi la prima tessera di iscrizione al Partito Comunista Italiano di Palmiro Togliatti, diventandone da subito un attivo militante. Per tutti gli anni a seguire è stato un tipo tenace e fermo nelle proprie idee. E in questo cammino ha avuto riconoscimento e stima non solo da parte dei compagni di base, ma anche dai dirigenti politici di livello più alto e dai parlamentari del Partito. Per questo non ha mai rinnegato le sue idee ed è andato sempre diritto per la sua strada. Spera che in futuro il suo percorso di vita possa essere un buon esempio e stimolo per quelli che verranno dopo di lui. Nel 1944 suo padre, a cui somigliava molto eche aveva le sue stesse idee fu ucciso in piazza da un carabiniere per una discussione banale inerente alla vendita del tabacco. Per lui e la famiglia fu un colpo molto duro che lo segnò per tutta la vita. Forse si deve a questo tragico episodio la spinta maggiore alla coerenza e fedeltà verso il partito da parte sua e dei suoi altri fratelli, di cui due non ci sono più. Quando Giuseppe Di Vittorio teneva comizio nella vicina San Marco, egli non mancava mai a questo importante appuntamento. Si allacciava gli “scarponi” e si metteva lesto a percorrere a piedi i sette chilometri che lo separavano da quel paese. All’ingresso però rimetteva nel tascapane gli “scarponi” e calzava le scarpe da festa. Ci teneva tanto, perché per lui il comizio era una festa e voleva fare sempre bella figura con i compagni e il comiziante di turno, che al termine del discorso salutava con un forte abbraccio e con il caloroso plauso: Evviva il Partito Comunista! All’età di 17 anni, è  andato a lavorare in campagna,  senza un pezzo di pane, perché vi era la miseria. Lavorava alla giornata e per raggiungere il luogo di destinazione, percorreva solitamente tra andata e ritorno circa una ventina di chilometri. L’impresa più dolorosa era la salita della’mersa’, che gli faceva sudare tanto. Pensate che  ogni volta si scolava un’intera borraccia d’acqua! Un ricordo che gli fà ancora arrabbiare è quello legato all’Ente Riforma. All’epoca furono assegnati poderi a famiglie con due o tre figli, mentre a quelle numerose con un nucleo familiare anche di 7 o 8 figli, questo diritto era negato perché avevano idee politiche diverse da quelle del partito dominante. “Ditemi voi – esclamò con cruccio - se questo è democrazia!”. Nel 1958 è emigrato in Germania, dove ha svolto lavori umili e poco remunerativi, come spala -  neve,  becchino nei cimiteri, manovale nei cantieri, garzone da fatica nei magazzini, ecc. Ma il lavoro più faticoso è stato quello in miniera. Vi fu costretto per guadagnare un po’ di più e per inviare alla famiglia in Italia una rimessa maggiore,  che in parte serviva per sfamarla, il resto per far crescere il conto alla Posta, destinato all’acquisto di una casa. Un sogno questo che ha realizzato in futuro. In miniera ha lavorato 12 mesi così come previsto dal contratto. In questo periodo ha avuto tanta paura, perché  quello che faceva era un lavoro pericoloso e temeva di essere da un momento all’altro di rimanere sepolto sotto qualche frana, come è accaduto qui ad un compaesano e ad un altro  ancora a Martinelle in Belgio.Dopo essere stato 26 anni in Germania, è  rientrato a Rignano, al suo caro ed amato  paese natale. Anche qui soffre ( così ritiene) per una grave ingiustizia. Ogni anno dalla pensione tedesca, conquistata come sapete a prezzo di duri sacrifici, viene detratta il 27% di tasse, come se fosse stato lo Stato ad avergli garantito il lavoro, così come vuole la Costituzione. Spera che la Sinistra possa riuscire a sanare presto questo difetto di legge, che molti ritengono normale perché qualche sindacalista ha detto che siamo in Europa e tutti devono pagare le tasse, dimenticando che in altri Stati e Nazioni le condizioni di vita sociale sono migliori delle nostre e le pensioni sono più alte. Da quando è rientrato a Rignano ha continuato sempre a fare l’attivista di partito. Non si tira mai indietro, qualsiasi sia l’ostacolo e il tipo di lotta. La sua passione per il Partito Comunista andrà avanti fino a quando resterà in vita (ci rassicura con i suoi occhi buoni ed intelligenti), come è andato avanti, anche quando si trovava in Germania. All’epoca gli è stato difficile, perché non solo non sapeva leggere e scrivere, ma non conosceva neanche un po’ di tedesco. Tuttavia, a quei tempi era vietato parlare di comunismo. Ma egli lo facevo sempre con i suoi compagni di lavoro, convinto sempre che il pensiero nasce libero e libero deve restare.

 N.B. Si è inteso ripubblicare la storia di Giuseppe su richiesta delle nipoti che lo assistono con grande affetto.

Letto 925 volte Ultima modifica il Sabato, 03 Giugno 2017 19:53
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Antonio Del Vecchio

Già funzionario della Regione Puglia in campo culturale, giornalista e pubblicista. Ha diretto vari periodici con scritti a carattere politico e socio – culturale, tra Bari, Foggia e rispettive province.

Dal 1979 ha collaborato e collabora con testate, anche digitali, quali La Gazzetta del Mezzogiorno, l’Attacco, Garganopress, Sanmarcoinlamis.eu, Rignanonews.com.

E’ autore e curatore di parecchi volumi sui beni culturali, sulla storia locale, sull’emigrazione e sulle tradizioni di Rignano, del Gargano, della Puglia e dell'Italia.