Antonio Del Vecchio
16/01/15

A Sant’Antonio Abate si accendeva il falò, si ammazzava il maiale e si dava inizio al carnevale di Antonio Monte da Milan

Sannicandro Garganico. L'ammazzamento del maiale Sannicandro Garganico. L'ammazzamento del maiale

MILANO.   In alcuni paesi del Gargano, il 17 gennaio, era usanza accendere un falò e ammazzare il maiale per onorare S. Antonio Abate.  La manifestazione era molto gradita per il  folklore ma soprattutto per  la frenesia e l’entusiasmo che permettevano di rendere l’avvenimento  oltre che gioioso,  anche momento di socializzazione e momento di diffusione di un istintivo  sentimento fraterno.  Intorno al fuoco si  mangiavano granoturco e fave abbrustoliti. 

Si sgranocchiavano anche i ceci preparati secondo un vero e proprio rituale.  Infatti  prima di essere cotti nella sabbia calda, erano  fatti  marinare con bucce di arance, foglie di alloro e sale, e poi scottati per circa due minuti in acqua bollente, avvolti in uno straccio, mentre si recitavano due  Padre Nostro in latino. Non mancavano canti tradizionali, a volte provocatori, ma solo allo scopo di divertirsi e di far divertire i partecipanti. Per la buona riuscita degli scherzi e per non essere riconosciuti, invece, ci  si mascherava. Iniziava così il carnevale.I contadini  in quel periodo ammazzavano il maiale, mettendone a disposizione una parte che veniva arrostita sulla brace del falò. In verità del maiale non andava sprecato assolutamente nulla. E infatti: -  una volta ucciso, si strappavano i peli del dorso per farne dei pennelli.  L’animale bagnato con acqua bollente e rasato completamente con dei coltelli affilati( peli residui e  unghie delle zampe venivano bruciati con la paglia), era poi appeso, squarciato a metà. - la testa tagliata era  posta sul tavolo con un’arancia  tra i denti. - le budella venivano pulite e fatte asciugare. Una parte riempita di carne tritata si trasformava in salsiccia. Un’altra parte, invece, veniva riempita di sangue misto di aromi, di cacao, di zucchero, di pezzettini di  grasso prima di essere bollite nell’acqua. Il brodo ottenuto, distribuito agli amici e  parenti, serviva per preparare una specie di polenta dolce. -Il fegato,  i polmoni e il cuore si cucinavano con aglio, olio, sale e con qualche foglia di alloro. -l’involucro che conteneva questi organi  serviva per avvolgere involtini ripieni. -le cotenne, le orecchie, le zampe, la lingua e il muso ricoperti di sale erano conservati in luogo fresco in contenitori di argilla. - le cosce,   ricoperte di sale e pressate per un certo periodo con enormi sassi si asciugavano appese   in luogo fresco e buio per trasformarsi in prosciutti stagionati. - Il lardo compreso di cotenna veniva salato ed appeso. - il lardo misto alla carne si arrotolava speziato di sale, peperoncino e rosmarino per ottenere la pancetta arrotolata. Tra magre verità, credenze popolari e magiche leggende….. Il globo terrestre nel compiere il movimento di rotazione intorno al sole (equinozio invernale), riceve meno luce e calore, cosicché  i giorni diventano più corti e l’aria più gelida, la natura cessa di vegetare e allo stesso modo animali e uomini rallentano il proprio ciclo di vita. Gli antichi popoli, ogni 31 gennaio, accendevano enormi fuochi alimentati fino al giorno delle Ceneri e sacrificavano maiali o cinghiali alla dea Terra per tenere caldo il suo cuore e poter conservare i semi utili ai raccolti.  La brace dei fuochi veniva portata nelle case per riscaldare e purificarle, mentre le ceneri venivano sparse nei campi in auspicio di un buon raccolto. Si consumava la carne dei suini fino al giorno precedente alle Ceneri e in modo particolare nei tre giorni antecedenti unendo il detto: “vale mangiare carne”. Da qui si coniò la ricorrenza del “Carnevale”. Dopo in onore alla dea Cerere, per 40 giorni, ci si purificava l’anima con digiuni e si pregava affinché gli armenti proliferassero e i raccolti riempissero i magazzini. Una leggenda legata al nome di S. Antonio Abate, (da non confondere con S. Antonio di Padova),  sposterebbe la data dell’accensione dei fuochi dal 31 gennaio al 17,  giorno della morte del santo. Nato nel centro dell’Egitto da nobile famiglia e rimasto orfano non ancora ventenne, si privò di tutti i suoi averi, distribuendone parte a chi si fosse preso cura della sorella e parte ai poveri. Si allontanò, poi, da tutti rifugiandosi presso una tomba abbandonata. La leggenda narra che S. Antonio Abate un giorno salvò un porcellino da bestie feroci; da quel momento il porcellino lo seguì dappertutto come fosse un cane. In una giornata fredda d’inverno aiutò il Santo ad entrare nell’Inferno che con un bastone a forma di “T” prelevò un tizzone di brace per riscaldare la terra. Il diavolo si vendicò. Uccise il maialino lanciando un coltello. E nascose sotto il letto del Santo un carbone ardente a provocargli dolori atroci alla pelle. Da qui il nome  “fuoco di S. Antonio”. S. Antonio Abate nonostante i sacrifici, le mortificazioni e le malattie visse per 105 anni e morì il 17 gennaio del 356 d.C. Famoso in Oriente e in tutta Europa  fu proclamato patrono degli animali domestici, dei salumieri, dei pittori, dei macellai, dei fornai e dei cavalieri. Il giorno della ricorrenza della Sua morte, i contadini radunavano gli animali domestici per la benedizione  dopo averli fatti girare intorno alla chiesa; dopo  si svolgeva il mercato, si barattava e o si vendeva il bestiame. Davanti alla chiesa e dopo la raccolta di legna di porta in porta, seguendo il criterio della questua, si accendeva il falò. Il falò rappresentava simbolicamente l’elemento che distrugge il male per far rinascere il bene. L A   F I L A S T R O C C A / Il porcellino di S. Antonio/ ingannò il demonio/ con al collo la campanella / aggirò la sentinella / nell’inferno s’intrufolò / tutto il giorno lì restò./Tra i diavoli  vi fu scompiglio / non trovando il nascondiglio /chiesero al Santo per cortesia / affinché se lo portasse via /e Lui col bastone /gli rubò il tizzone. /Il diavolo arrabbiato /contro i due ha scagliato /il coltello al porcellino / al Santo un carboncino / e per colpa del demonio /ebbe il fuoco S. Antonio. /Il porcello non fu sepolto / ma squartato in ogni parte /per mantenere a tante lune / fece la carne  a salume /rase i peli col coltello /e confezionò dei pennelli /con il sangue la farinata / con il lardo la pomata. /La gente di ogni loco /fa cerchio intorno al fuoco / danza e canta mascherata /per non essere individuata /beve vini saporiti / fa legumi abbrustoliti /carne arrosto con il sale / fino a tutto Carnevale. / Così  passa l’inverno / e il diavolo resta all’Inferno. / Viva  evviva  S. Antonio / che ha gabbato il demonio.

Letto 1039 volte Ultima modifica il Venerdì, 16 Gennaio 2015 13:52
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Antonio Del Vecchio

Già funzionario della Regione Puglia in campo culturale, giornalista e pubblicista. Ha diretto vari periodici con scritti a carattere politico e socio – culturale, tra Bari, Foggia e rispettive province.

Dal 1979 ha collaborato e collabora con testate, anche digitali, quali La Gazzetta del Mezzogiorno, l’Attacco, Garganopress, Sanmarcoinlamis.eu, Rignanonews.com.

E’ autore e curatore di parecchi volumi sui beni culturali, sulla storia locale, sull’emigrazione e sulle tradizioni di Rignano, del Gargano, della Puglia e dell'Italia.