Antonio Del Vecchio
21/12/14

Il “ceppone” di Natale, uso-simbolo e significato nella tradizione di San Marco in Lamis*

Uso e significato nella tradizione sammarchese Uso e significato nella tradizione sammarchese

SAN MARCO IN LAMIS. “Quando si avvicinava il Natale, si pensava per prima cosa a procurarsi il “ceppone” da mettere nel camino. Quest’ultimo, per la sua mole, doveva essere capace di ardere per più di una notte. Il fine era quello di mantenere caldo l’ambiente durante la Vigilia, in attesa della mezzanotte, allorché bisognava recarsi in chiesa per assistere alla Santa Messa e al sacro rito della nascita del Redentore. Chi non aveva la bestia da soma andava a piedi nella difesa a cercare la “grande legna”.

Si caricava il tronco sulle spalle. Così ricurvo sotto il peso, costui scendeva in paese, attraverso viottoli e strettoie ben note, fiancheggiate da rovi e spinosi cespugli, sotto il cielo grigio, con la vista annebbiata da una miriade di farfalline, che cadevano, trasformandosi via via in fiocchi di neve grandi come fazzoletti, che lo imbacuccavano dal capo ai piedi. Da parte del volenteroso viandante, man mano che procedeva, il peso si avvertiva sempre di più, per via dell’umidità che si infiltrava nel ceppone. L’uomo non curandosi del freddo e dello sforzo fisico, continuava il cammino fino ad arrivare alla soglia di casa, quasi allo stremo delle forze. Ma del sacrificio erano contento, perché si sentiva rispettoso della tradizione e fortificato dall’amore per Gesù e la famiglia, soprattutto per i più piccini. Si racconta in paese che un tempo il ceppo o “ceppone” di Natale rappresentava qualcosa di più caro per i giovani e le giovani. Si tratta di un’usanza tramandataci probabilmente dai pastori abruzzesi e molisani. Le generazioni passate, che vivevano sul Promontorio, compreso S.Marco, quando non avevano altri modi e mezzi di conoscenza per dichiarare il proprio amore per la ragazza preferita si servivano, infatti, del ceppone. Questo, raccolto e trasportato alla maniera di come si è descritto in precedenza, veniva depositato dietro la porta di casa, dove abitava la ragazza prescelta. Lui passeggiava o si nascondeva nelle vicinanze, in attesa che la porta venisse aperta. Se ciò accadeva e il dono era bene accetto, allora si faceva avanti la futura suocera e, piantandosi in mezzo alla strada, chiedeva ad alta voce: “Chi ha “inceppo nata” la figlia mia?- L’ho “inceppo nata” io, rispondeva il giovane”. Se era di suo gradimento, la donna chiamava la figlia, che scrutava l’uomo da capo a piedi. Se era simpatico al primo esame, la giovane prendeva il “ceppone” e lo portava in casa. Tale gesto significava risposta affermativa. Dunque il “ceppone” non era soltanto un pezzo di legna da ardere la notte di Natale , ma era anche un messaggero d’amore. In caso contrario, il “ceppone” restava fuori. Ciò significava indifferenza e rifiuto. Allora il giovane deluso se lo ricaricava sulle spalle tutto rammaricato e si allontanava da quella casa, tra il mormorio della gente, che diceva così: - Non ce l’ha rimisse lu ceppone, mo ce lu porta alla casa. Povere gione! (Non non l’ha ritirato il “ceppone”, ora se lo porta a casa (sua). Povero giovane!)”

Racconto tratto dal v.  Giovanni Cammerino, Coppe della Rosella, a cura di Antonio Del Vecchio, Foggia, Studio Stampa, 1994, pp. 18 -20

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Antonio Del Vecchio

Già funzionario della Regione Puglia in campo culturale, giornalista e pubblicista. Ha diretto vari periodici con scritti a carattere politico e socio – culturale, tra Bari, Foggia e rispettive province.

Dal 1979 ha collaborato e collabora con testate, anche digitali, quali La Gazzetta del Mezzogiorno, l’Attacco, Garganopress, Sanmarcoinlamis.eu, Rignanonews.com.

E’ autore e curatore di parecchi volumi sui beni culturali, sulla storia locale, sull’emigrazione e sulle tradizioni di Rignano, del Gargano, della Puglia e dell'Italia.