Antonio Del Vecchio
04/05/16

Il mio intervento ad Apricena: presente in sala anche il poeta rignanese Raimondo Ardolino

Nella foto, da sx: Anna Maria Torelli (assessora),Angelo Capozzi, Antonio Potenza (sindaco), Franco Ferrara, Antonio Del Vecchio e Geppe InserraCapozzi, Nella foto, da sx: Anna Maria Torelli (assessora),Angelo Capozzi, Antonio Potenza (sindaco), Franco Ferrara, Antonio Del Vecchio e Geppe InserraCapozzi,

Buona sera a tutti! Non sono un affabulatore nato. Mi limiterò, pertanto, a ripetere per sommi capi i concetti e le valutazioni già espressi in prefazione a questa bellissima e contenuta opera storico-poetica dell’amico Franco Ferrara.

Lo faccio, quindi, non all’insegna  dell’ ultra-sintetico ed inespressivo "Mi piace” o “non”, che caratterizza il corrente linguaggio informatico, tipo face-book, ma con l’istruttivo “Repetita iuvant” della lingua latina. Lo faccio, andando contro-corrente, nel tentativo di invogliare i giovani a leggere e a riflettere di più sui contenuti e a “risciacquare i panni” nella lingua materna, ossia il dialetto. Ringrazio, altresì, l’autore per avermi invitato a questa presentazione e soprattutto per avermi onorato a scrivere la predetta prefazione.  Come già scritto, la storia vera di Apricena si fa cominciare  nel 1225, allorché l’imperatore Federico II durante una battuta di caccia nei boschi dei dintorni uccise un cinghiale di “meravigliosa grandezza” che mangiò seduta stante con i suoi cacciatori. A ricordo di siffatto banchetto egli pensò bene di immortalarlo facendo costruire sul posto un palazzo da lui stesso “nominato” Apricena” dal cinghiale ucciso e mangiato durante la cena. Non a caso l’attuale stemma comunale è rappresentato da un cinghiale colpito da una freccia e sulla bandiera effigiata l’immagine di Federico nell’atto di ferire l’animale. La stessa si faceva sventolare dalle autorità durante gli otto giorni di fiera, in segno della sua giurisdizione. Il terzo riferimento al riguardo è costituito dal verso in latino: “coena dat et aper nomen tibi Apricoena” inciso nella parte superiore dell’antica lapide dell’ex-campanile di San Martino, di cui si dirà. Tale nome, seppure con il medesimo riferimento a Federico II, subì delle alterazioni da parte del popolo, non sapendo pronunziare bene il nome latino. Così abbiamo Pricéna,  poi Procìna ed infine Precìna. Ed è con questo nome che si designa il Borgo antico o centro storico della città, come giustamente fa l’autore Franco Ferrara nella presente opera, intenzionato a raccontare  la storia al riguardo. Lo fa a modo suo, non col bisturi dello storico, ma con il linguaggio del cantastorie, emulando in questo il grande Matteo Salvatore, che oltre alle parole ci mise ai suoi canti e canzoni la sua musica basata non tanto sulla scrittura delle note quanto sugli accordi ad orecchio, concentrando su di essi tutta la purezza e freschezza creativa. Parimenti accade nel racconto-storia di questo libretto. Si ricorre, infatti, al linguaggio della poesia. Precisamente a quella dialettale che più di tutte interpreta la sonorità della rima, il significato e i sentimenti, come egli ha giustamente rilevato e commentato  in premessa al libro”L’assonanza nella rima della poesia dialettale”, richiamandosi alla cosiddetta “poesia delle origini” rintracciabile nella letteratura antica, ripresa nel Canzoniere dal Petrarca, ribadita nelle loro composizioni dell’0tto-Novecento dal Pascoli (lavandare), dal D’Annunzio (La Pioggia nel pineto) e più recentemente da Saba (la capra) e Montale (Felicità raggiunta). Nel fare storia il Ferrara si affida ad un percorso che egli fa quotidianamente  per amore verso il luogo natio di cui cerca di scoprire i segreti delle vicende del tempo attraverso le sue pietre e i monumenti antichi concentrati in zona, come i palazzi dei signori, le chiese e le case del popolo minuto. Si parla, poi, dei “Fuochi” ossia dell’andamento demografico sviluppatosi nel corso dei secoli, enumerato attraverso la tassazione per famiglia fino al censimento dei Borboni prima e poi dell’Unità d’Italia. Si passa poi all’aspetto urbanistico del centro antico, individuando le varie porte di accesso, a partire dalla Porta Grande, ossia quella che fiancheggia il Palazzo Baronale, quindi evidenzia la realtà urbanistica e umana delle strade laterali: sette a mancino e cinque a dritta. In ognuna di esse si sofferma a mettere in evidenza non solo i segni e le trasformazioni succedutisi nei fabbricati illustri e nelle chiese, ma soprattutto sulle case del popolo, con l’evidenziazione degli usi e costumi di un tempo, perdurati fino agli anni cinquanta, quali possono essere gli occhielli in ferro a fianco all’abitazione dove si legava la bestia da soma (asino, mulo o cavallo che sia), le corde di filo di ferro dove si stendevano i panni ad asciugare; i reggimenti dei vasi in terra cotta da fiori e spezie pensili, ecc. Negli spiazzi più ampi si posteggiavano i carri (traìne, sciarrabà, ecc.). Ci si sofferma nuovamente sul Palazzo Baronale e quindi si affronta la storia delle varie chiese con il resoconto dei pregi architettonici ed artistici sia interni sia esterni. Spesso tutto questo si associa alla leggenda, come nel caso di San Martino, che evitò l’invasione dei francesi. Oltre alla Chiesa di San Martino, agli altri templi affrontati dal nostro abile storico-poeta sono le chiese di: Santa Lucia; Sant’Antonio; San Francesco; San Rocco ed infine La Croce. Come accennato, grazie al lavoro di ricerca, quasi trentennale, l’autore con l’uso del linguaggio poetico originale ed espressivo, qual è il suo dialetto doc sia scritto sia parlato riesce a rendere un libro di storia facilmente leggibile e fruibile anche da un pubblico di "non addetti ai lavori" teso a scoprire le radici storiche della zona in cui vive. Il dialetto del Ferrara è il vero vernacolo apricenese, quello non solo scritto e parlato, ma anche pensato. Come tutti gli altri paesi della Capitanata e del Gargano, anche il dialetto di Apricena  segue una evoluzione di sedimentazione e di inquinamento costante per via delle dominazioni che si sono succeduti nel tempo. Basti pensare agli Schiavoni, agli Albanesi e ai Greci che abitavano l’antico Casale, una sorta di antico campo Rom, che influirono di molto nella trasformazione della lingua.Di termini di origine greco-albanese se ne contano a bizzeffe , non esclusi quelli turco-saraceni, sia per la leggendaria presenza in loco del grande Imperatore svevo, sia per le invasioni delle coste garganiche delle orde musulmane dei secoli successivi. Altresì sono presenti nella lingua madre cittadina vocaboli di origine francese trasferiti dai D’Angiò. Come pure  non mancano le parole di origine latina. Circa la fonetica, oltre all’influenza dei paesi vicini  si nota una certa cadenza di origine molisana ed abruzzese. E questo in virtù della transumanza   che interessò il centro nel Sei e nel Settecento in quanto sede di “locatione” per via dei suoi estesi e ricchi erbaggi pedemontani. L’influenza-contaminazione si ripeté anche nelle tradizioni e nei costumi, che si avverte anche nei tempi nostri. Riguardo alla dimensione “locale” dell’opera, sia se si tratta di storia che di poesia, l’accezione del termine non sminuisce l’importanza della stessa. Il Ferrara  integra nel suo libro le due diverse prospettive metodologiche, quella generale e quella locale, conseguendo un risultato di rara qualità: un libro ben documentato, argomentato, appassionato e soprattutto scorrevole e pieno di sentimento. Ritengo che la comunità degli storici e delle persone di cultura e i cittadini di Apricena e dei paesi limitrofi debbano essere ben lieti di quest’opera e quindi grati all’Autore per il lavoro svolto e proposto, augurando all’opera il successo che merita. A questo punto non resta che applaudire con soddisfazione al sentimento che ha inteso ispirare la stesura di questo libro, perché riesce a riannodare un percorso storico-letterario e canoro-musicale interrottosi dopo la scomparsa del grande chansonnier Matteo Salvatore di cui si è accennato inizialmente. Ad Maiora! (Antonio Del Vecchio, www.rignanonews.com)

 

 

Letto 584 volte Ultima modifica il Mercoledì, 04 Maggio 2016 09:20
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Antonio Del Vecchio

Già funzionario della Regione Puglia in campo culturale, giornalista e pubblicista. Ha diretto vari periodici con scritti a carattere politico e socio – culturale, tra Bari, Foggia e rispettive province.

Dal 1979 ha collaborato e collabora con testate, anche digitali, quali La Gazzetta del Mezzogiorno, l’Attacco, Garganopress, Sanmarcoinlamis.eu, Rignanonews.com.

E’ autore e curatore di parecchi volumi sui beni culturali, sulla storia locale, sull’emigrazione e sulle tradizioni di Rignano, del Gargano, della Puglia e dell'Italia.