Vincenzo Sfirro
09/12/13

Il commercio del corpo: ruolo, etimologia, significato

RIGNANO GARGANICO. I fatti di cronaca delle ultime settimane hanno bombardato le orecchie dei fruitori di giornali e telegiornali con parole come squillo, prostituta, escort, ecc. Questi termini che, tra l’altro, sono tutti sinonimi, hanno, nel significato, un senso comune che esprime una situazione di disagio e di povertà sia morale che economica. Molte delle parole solitamente adoperate per indicare l’atto della prostituzione, infatti, hanno in sé una radice che indica, a seconda dei casi, l’azione del commercio, della vendita e dell’esposizione sul mercato.

L’oggetto di tale traffico è, manco a dirlo, il corpo, inteso, però, nella sua appetibilità sessuale.

Si parlava di situazione di disagio e povertà perché al fondo della scelta di dedicarsi alla prostituzione c’è una decisione estrema: è come dire che quando l’avaro mercato del lavoro non accetta più niente dell’individuo: ad esempio la capacità intellettiva, maturata dopo anni di studio, la prestanza fisica, dovuta alla giovane età, la capacità di compiere lavoretti manuali e artigianali, dovuta al senso pratico, allora non resta altro da fare che s-vendere per intero il proprio corpo.

È questo, infatti, il senso della parola prostituta, derivata dal verbo latino sto (stare, porre) preceduto dal suffisso pro- (davanti), mettere davanti, esporre, in questo caso il proprio corpo, allo scopo di venderlo. C’è, invece, un senso più legato al denaro e al guadagno dietro le parole ‘porno’ e ‘meretrice’.

Il primo dei due termini, infatti, deriva dal verbo greco pernēmi, che significa praticare il commercio e vendere, utilizzato, nel nostro caso, per indicare la pratica della vendita del proprio corpo.

Con una sfumatura di significato leggermente differente, oggi la stessa parola indica tutto quel materiale che ha come oggetto l’esposizione del nudo, non quello artistico, effettuata, appunto, a fini di vendita.

La radice mer-, invece, che sta alla base di meretrice, è la stessa del verbo latino mereo, che significa ottenere un guadagno, ma al di là del nostro caso specifico, il senso di questa parola non aveva un valore negativo per i romani. La valenza negativa compare quando il termine è declinato al femminile, infatti, meretrice è colei che ottiene un guadagno vendendo sé stessa.

A una classe leggermente più alta appartengono, poi, le ragazze squillo. Questo vocabolo, nato da una traduzione italiana della locuzione inglese “call girl”, significa letteralmente ragazza chiamata, o meglio, ragazza a disposizione su chiamata. Visto il senso del discorso condotto fino ad ora, è abbastanza intuitivo capire il motivo della reperibilità delle squillo, che, però, sicuramente non sono costrette a esporsi in vendita sulla piazza o sulle strade, ma lavorano al riparo sia dagli agenti atmosferici che da possibili incidenti di sorta.

Magari, ad essere esposte erano, però, le propagande delle loro prestazioni e la loro dignità di donne, purtroppo costrette a un mestiere infamante. Dovrebbero, non vendere il proprio corpo, ma solo la loro compagnia, invece, le escort o, tradotto in italiano, accompagnatrici.

L’atto dell’accompagnare però non si limita soltanto all’affiancamento fisico del richiedente la prestazione, ma necessita anche di prontezza di spirito e levatura culturale, così da accompagnare il cliente, per lo più un uomo ricchi, anche e soprattutto nell’alta società. Un po’ quello che facevano le etere a simposio.

L’etera era, infatti, la donna di compagnia della Grecia classica, presente ai banchetti di soli uomini e aveva il compito, oltre che di far letteralmente compagnia ai presenti, pervenuti rigorosamente senza mogli, di allietare le bevute con  le proprie prestazioni musicali, teatrali e anche mostrandosi più del dovuto.

Ovviamente, però, per riuscire nell’intento di intrattenere uomini di alto rango della società greca, l’etera doveva conoscerne gli interessi, la cultura, le idee politiche ecc, quindi doveva avere un alto grado di istruzione e raffinatezza, diversamente dalla porne. Grazie agli attuali mezzi di comunicazione: pc, webcam, cellulari ecc. è ancora più semplice mettersi in mostra per vendersi.

Questo processo, però, non coinvolge più soltanto la sfera sessuale dell’individuo, ma anche quella intellettuale, morale, culturale e lavorativa: doti della persona che, proprio come il corpo, non avendo un prezzo stimabile in denaro, non possono che essere svendute.

Si sente una prostituta, nel senso latino del termine, chiunque, costretto dalla necessità, cerca di apparire in vetrina, vendendo e svendendo le proprie qualità al miglior offerente, regalando prestazioni senza pretese, ma anche senza risultati, nel vano tentativo di ottenere un lavoro per vivere.

Letto 2119 volte
Vota questo articolo
(0 Voti)
Vincenzo Sfirro

Giornalista, storico, letterato. Vive e lavora tra la sua Rignano e Foggia.