Antonio Del Vecchio
05/03/17

Persiste la ‘malinconia’ per lo sgombero del “ghetto” e del futuro dei migranti, a Rignano G.

RIGNANO GARGANICO. Ora che il ghetto non c’è più e i suoi abitanti trasferiti in quel di San Severo, la coscienza di molti rimorde. Lo si avverte per varie ragioni sia a livello di base che di vertici istituzionali.

In primo luogo per non aver impedito l’incendio e con esso la perdita di due vite umane. Quindi, per aver tollerato il palese  sfruttamento ad opera di caporali di tutte le specie. E ancor di più per non aver tentato il minimo sforzo per la loro integrazione nel territorio e nelle comunità del circondario. Lo sfruttamento e lo schiavismo esercitato su di essi era così forte da impedire ad essi stessi di liberarsi. Non a caso allo sgombero, alcuni di essi si sono ribellati, abbrutiti come erano dalla fatica e dalla miseria quotidiana in cui erano costretti a vivere ed addirittura intravedevano  in questa misera residenza, seppure sprovvista dei più elementari servizi, un pezzo della loro Africa. Un pezzo della loro patria lontana, dove poter conservare e praticare le loro tradizioni, il loro modo di vivere, senza contaminazione alcuna col mondo esterno. Forse la pensavano così, perché sin dall’inizio del loro arrivo in Italia sono stati discriminati e ghettizzati, a qualsiasi livello, compresi quelli che avevano l’obbligo di assisterli o dagli altri che sottoforma di un pseudo ‘pietismo’   strumentalizzavano le loro tristi condizioni per motivi di consensi di tipo ideologico e politico. A questo punto il ragionamento sul luogo e il nome  del Comune dove si trovano a vivere non conta più, quanto il loro futuro. Saranno bene accolti dalla popolazione, cesserà la brutta pratica del caporalato, sarà rispettata la loro dignità di uomini e soprattutto sarà garantita  la sicurezza delle abitazioni e delle persone? Sono queste, dunque, le domande che in queste ore assillano i bene intenzionati, soprattutto dopo gli spari contro le forze dell’ordine avvenuti la notte scorsa a San Severo. Accogliamo anche noi di Rignano l’appello del sindaco Francesco Miglio e collaboriamo assieme agli altri centri ed istituzioni territoriali a far sì che questo grande problema assurto alle cronaca della stampa nazionale possa essere risolto con l’apporto fattivo di tutti a prescindere da ogni competenza formale, ma animati dall’obiettivo comune di far vivere gli immigrati come noi stessi, almeno questi che ora sono in Italia e ci vivono da un pezzo. Ha fatto bene il Sindaco della città dell’Alto Tavoliere a fare lo sciopero della fame per non essere lasciato solo dalle autorità superiori e soprattutto per essere protetto. Perché non proporre da subito un incontro dei sindaci dei centri vicini nella sua città, in segno di solidarietà sì, ma anche  per discutere e redigere un programma comune di interventi ed aiuti reciproci? 

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Antonio Del Vecchio

Già funzionario della Regione Puglia in campo culturale, giornalista e pubblicista. Ha diretto vari periodici con scritti a carattere politico e socio – culturale, tra Bari, Foggia e rispettive province.

Dal 1979 ha collaborato e collabora con testate, anche digitali, quali La Gazzetta del Mezzogiorno, l’Attacco, Garganopress, Sanmarcoinlamis.eu, Rignanonews.com.

E’ autore e curatore di parecchi volumi sui beni culturali, sulla storia locale, sull’emigrazione e sulle tradizioni di Rignano, del Gargano, della Puglia e dell'Italia.